Pandemic vs. Entertainment: Now and Then

The global spread of the SARSCoV2 infection has forced all of our activities to adjust, which also means to just stop and close indefinitely. As for sports and entertainment industry, all of the activities are made behind close doors since last year and it affected all the organizations and people involved, including fans of course. Lots of questions have been made, lots of topics have been discusses, lots more have to be. There is a time, now, when the pandemic is leading the way sports/shows/concerts/events (you choose the order) have to be “played” and how (as fans, viewers, workers) we have to be involved.

The modern technology, streaming services, social media and other tools are making it easier on an individual standpoint but it looks like we are all considering this a transition: at some point pandemic will be the past, but we don’t know when and we don’t know how.

Fans, more specifically, will be the key to reshape the sports and entertainment in the near future and the process will consider what we’ve done during the infamous lockdown era to still live our passion. What will we keep from that experience?

Virtuality has become the only reality to fans/customers, for now. We all miss packed venues, we all miss that energy, we all miss that way of life and we all want to have it back.

However, will we really be back to life as it was? How long will the transition period in between be? Will we have to adapt to some sort of “new normal”? I have a few questions, and no, I don’t have the ultimate answers. Do you?

As a sports and entertainment professional: I want to discuss with you if what we do now is still right/will still be right and if our profession will still be required in the near future.

As a sports and entertainment fan: I want to question my options, my views and my wishes on how I enjoy now and how I would in the future.

Please find a few questions below. Feel free to answer, comment, send more.

NOW

How can we be fans?
Are Social Media the only way to do it?

How can we be there?
Are “Virtual Arenas” be enjoyable in the sense of togetherness?

How can we support financially?
How much and how long are we paying subscriptions to get some merchandise and services without attending any game/event/show?

How can we encourage?
Do the “likes”, “emoticons” and comments are the right way?

How can we share?
Without high fives, hugs, any other form of physical enthusiasm, how are we sharing our passion?

THEN/WHEN?

How will we be fans?
On-Site Events will be back: which of these are you waiting for besides live games/events/shows?

How will we be there?
Are we going to get sellout crowds again with actual capacities?
Will the venues (stadiums, arenas, theaters) be transformed to welcome less people, trading bigger attendance with more security and comfort?

How will we support financially?
Will ticketing be as important as it was in terms of rates?
Will tickets be cheaper?
Will tickets be implemented with online services from now on?
Will “virtual” tickets help to have a larger attendance thanks to technology and tools?

How will we encourage?
Will we be ready/allowed to get ourselves into large crowds again to just cheer our favorite star?

How will we share?
How long it will take before physicality will be back for good into fans reactions?

Pietro

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L’ultimo giorno

Il 23 febbraio 2020 è stato l’ultimo giorno di una vita normale.

In trasferta con la Junior Casale, a Torino, giocando in extremis l’ultima partita “a porte aperte”. Alle 12, perché già tre ore dopo il Torino, nella stessa città ma nel calcio, lo avrebbe fatto a porte chiuse.

Erano giorni particolari, surreali.

Sapevamo, non sapevamo niente in realtà.

Avevamo bisogno di sapere perché avevamo risposte da dare a uomini, donne, ragazze e ragazzi, famiglie, prima ancora che dirigenti, allenatori, giocatori, staff.

Prima ancora che a noi stessi.

La frammentazione delle informazioni, dalle strumentalizzazioni politiche, alla confusione indotta da troppi pareri (di medici e soprattutto non), dalla semplice paura dell’ignoto.

C’era quella partita. Allora ci sembrava importante. Era un test, si giocava per agganciare il primo posto in classifica.

Oggi non conta più niente e non per la retorica, ma perché quella stagione iniziata tra mille difficoltà e grandi speranze non è mai finita.

Finì quella partita e non sapevamo cosa sarebbe accaduto.

Avremmo dovuto giocare la domenica successiva. Poi quella dopo. Poi sospensione. Poi chiusura.

Intorno a noi, cambiava tutto.

Dove si comprano le mascherine? Non si trova l’Amuchina, cosa posso comprare?

Ma poi, quale mascherina? E il disinfettante funziona davvero?

Riprenderemo. No. Forse sì. Invece no. Eh ma il calcio. Eh, non c’entra, chi ha potuto permetterselo economicamente ha creato le condizioni per riprendere. Per gli altri, non c’era storia, non c’era il modo. I tamponi? Impossibile pensare, allora, di farseli ogni settimana.

Nel frattempo un mondo si è fermato. Disgregato. Era il nostro.

Un gruppo di persone, con uno scopo comune. Svanito.

Nemmeno il modo, il tempo di un saluto tutti insieme.

Le videochiamate, le chat, via via sempre meno.

Dispersi.

E così molte altre cose. Nella solitudine delle nostre case.

Le ore dell’annuncio del primo lockdown. Chiamare i cari per dirsi: che facciamo? Facciamo i bravi, ecco che facciamo. Aspettiamo, pazientiamo. Soffriamo. Pensiamo. Troppo, a volte.

Un anno così, passato velocemente tra mille annunci, decisioni definitive che non lo erano, soluzioni che non lo erano, svolte che non lo erano.

Siamo ancora qui. Purtroppo non tutti, perché questa bestia che ha investito il mondo ne ha portati via e ne porta tanti con sé. Svaniti, nella memoria collettiva, non di chi quei lutti li ha sofferti, li soffre, li teme.

Siamo ancora qui, dopo le cantilene, i “celafaremo”, gli slogan pro e anti qualsiasi cosa.

Siamo ancora qui e il mondo di prima non è tornato ancora. Tornerà? Forse, forse no. Non abbiamo il pieno controllo, ancora, di questo inferno quotidiano che ci mette a confronto ogni giorno con il nostro specchio.

Tutto quello che volevo dire è che un anno fa, poco prima delle 14, è finita una partita. Suonata una sirena. Su tante, troppe cose della nostra vita.

E tutto quello che vorremmo è giocare un’altra partita. Una come quella. Ci manca persino quello che ci manda a fare in culo. Quelli, anzi, ce n’erano sempre. Mi mancate. Non vedo l’ora di rivedervi.

Pietro

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Perché vedevamo poco (contiene sport, radio, internet e occhi chiusi)

“Good”.

Una parola sola, una parola semplice.

Raccontava il tiro da tre punti di Robert Horry che sanciva la vittoria per 100-99 per i Los Angeles Lakers nella finale della Western Conference contro i Sacramento Kings.

Una rimonta da -24 coronata da quel tiro, per nulla costruito e del tutto fortuito nello sviluppo di una azione che aveva precedentemente visto sbagliare quelli che in quel momento erano il numero 1 e il numero 2 del Gioco (in quale ordine scegliete voi), ovvero Kobe Bryant in avvicinamento e Shaquille O’Neal dopo il rimbalzo d’attacco.

La smanacciata di un grande ex Lakers come Vlade Divac spedisce la palla proprio in direzione di. Horry e… “Good”. Senza questo episodio, probabilmente, non avremmo vissuto il “three-peat” gialloviola e magari avremmo visto vincere un titolo a una delle più entusiasmanti squadre dei primi anni di questo millennio, i Kings allenati da Rick Adelman con gente come Mike Bibby, Doug Christie, Predrag Stojakovic, Chris Webber e, appunto, Divac. Non lo sapremo mai.

Torniamo però al punto di prima, quel “Good”.

Non lo troverete in nessuna telecronaca perché a pronunciarla non fu un tele bensì un radiocronista. Già, e noi come lo sappiamo?

Lo sappiamo perché quella sera ero a Milano, per la precisione in via Deruta, insieme a Gianmaria Vacirca, Massimo Pisa e altri inquilini più o meno fissi del grande open space che ospitava varie redazioni e personaggi che poi, a vario titolo, avrebbero avuto un ruolo nel mondo dell’informazione sportiva.

Quella sera, prima di ogni “League Pass”, molto prima che arrivassero la fibra ottica e il 5G, internet offriva comunque dei modi ragionevoli per seguire quasi tutti gli eventi sportivi. Il play-by-play, che oggi appare del tutto obsoleto, era qualcosa di rivoluzionario. Allora, sempre in quegli uffici milanesi, si era stati in grado di produrre le dirette in streaming del campionato di Serie A di basket, irradiate “worldwide” e gratuitamente grazie ai diritti acquisiti da MP Web. Eravamo, però, in un momento in cui ancora troppa gente viaggiava a 56k e dunque non era in grado di fruire di quel prodotto.

Non c’erano i social network (allora si aggiornava il proprio nome di MSN Messenger o ICQ anziché lo stato di Facebook), e perfino la NBA doveva ancora esplorare la propria capacità di produrre contenuti multimediali e trasmetterli online.

Esistevano già le pay-tv e le dirette, certo, ma naturalmente c’era sempre qualche altra partita che si voleva vedere più di quella “in catalogo”.

NBA.com, però, offriva a chi soffriva (in senso clinico, probabilmente) una soluzione per alleviare la mancanza di immagini in diretta, se proprio non si poteva fare a meno di aspettare gli highlights e se la partita non era prevista dall’offerta televisiva (come era il caso di quel Lakers-Kings).

Sul sito ufficiale della Lega, infatti, era possibile accedere alle radiocronache di tutte le partite. Straordinario. Immergersi in quel mondo non già attraverso le immagini ma grazie alle voci, ai suoni, al rumore.

No, non era la stessa cosa e no, non è un momento di nostalgia. Anzi, si trattava solo di un palliativo per la fame che avevamo di vedere quella partita, un problema che oggi per fortuna non sussiste.

Quelle radiocronache le ho usate anche per lavoro, perché – pensai – se nessuno può vedere le partite, quanti ce ne saranno che passano la notte ad ascoltarle per poi scriverci sopra? Non so se la risposta fosse superiore a uno, una parte di me se lo augura e un’altra parte spera di no, perché dopo tutto a ognuno di noi fa piacere pensare di essere stati gli unici almeno in qualcosa.

A quelle notti ho ripensato questa mattina, mentre le raccontavo a un ragazzo che per un puro fatto anagrafico non può aver conosciuto l’era dei pionieri di internet e di certo non poteva sapere come si stesse nei primi anni ’90, la domenica sera, mentre si aspettavano con ansia i risultati e il commento alla giornata del campionato di Serie B2 di basket dalla voce del “signor Lazzaro”, storico commentatore per Radio Vela ad Agrigento (e a preallertare gli ascoltatori sull’inizio del programma veniva proposto sempre lo stesso pezzo: “Let’s Groove” degli Earth Wind & Fire) sapendo che non c’era altro modo di avere quelle notizie in modo più veloce.

Non era un modo né più giusto, né più umano, né più romantico: era semplicemente il modo più avanzato – per i tempi di allora – di avere le informazioni nel più breve tempo possibile.

Suona irreale in un’epoca in cui puoi guardare una partita Under 14 sul proprio cellulare (chiedo scusa, smartphone).

Sta di fatto che avendo avuto come abitudine la radio (e ancora grazie al Signor Lazzaro) per seguire la squadra per la quale si faceva il tifo, pareva naturale affidarsi a quel mezzo anche per seguire eventi di ben altro livello, oltre che essere una sfida personale (non quella con l’insonnia, persa da sempre, bensì quella con la comprensione dell’inglese).

Oggi la radio esiste ancora, mentre la qualità (nonché la quantità) dello streaming ha raggiunto livelli di assoluta eccellenza.

I nostalgici diranno che forse era meglio prima, quando le cose le immaginavi prima di vederle (o a volte le immaginavi e basta), e tutto ciò avrebbe stimolato fantasia, creatività, originalità di pensiero.

Oggi abbiamo le immagini, sempre, tutte, per cui siamo messi di fronte ai fatti non opinabili: dunque, meno immaginazione.

Oppure, forse, la straordinaria opportunità di utilizzare il fatto per argomentare, alimentare la dialettica, il confronto su basi oggettive, tenersi il sentimento per quello che vale e per quello che è, vale a dire una fondamentale componente umana che in nessun caso deve assumere valore “scientifico”.

Troppo complicato? Forse, ma sto dormendo poco e questa frase è uscita un pò così. Vorrà dire qualcosa, o forse no.

Magari provate a leggerla, anzi, a chiudere gli occhi e farvela leggere. Se siete sufficientemente romantici vi sembrerà di ascoltare una radio e questo pensiero apparirà perfino magico.

Se invece appartenete a quelli che si avvicinano al cinismo come stile di vita, probabilmente finirete a prendervi in giro da soli prima che lo faccia la persona che avete costretto a leggervi questa roba mentre osservava i vostri occhi chiusi e l’espressione contrita alla ricerca di un qualche significato mistico.

Pietro

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Un mazzo di chiavi

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L’appartamento che chiami casa, perché da qualche mese ci sono dentro le tue cose.

Delle strade che ora padroneggi, che sono sempre più piccole una volta che impari a orientarti.

Delle facce, delle voci, degli sguardi che non conoscevi diventano familiari.

Il tavolo di un bar diventa il tuo, senza sapere perché.

Cose che hai portato rimarranno dentro lo stesso cassetto finché non te ne andrai, non ti muoverai di nuovo.

Memorizzare i negozi, contarli quasi, per capire di che cosa si vive da queste parti.

Incontrare qualche volta le stesse persone, provare a “localizzarle”, immaginarne la quotidianità.

Calcolare esattamente i margini di ritardo, di città in città: ovvero, sapere perfettamente da dove a dove ti serve almeno un quarto d’ora, quando al telefono sarai sempre lì “tra cinque minuti”.

Calcolare il tempo che è passato, valutare quanto sei rimasto negli altri posti, immaginare un’idea di futuro.

Mettere insieme tutte le cose di cui senti la mancanza, sapere che sono da qualche parte ad aspettarti. Chissà per quanto.

Dire “vado a casa”. “Sono a casa”. E qual è, casa?

Ce n’è sempre e solo una, è che adesso non me lo ricordo più.

Pietro

Aveva ragione Borlotti

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Nessuno racconta mai cosa succede nelle favole. Dopo.

Cenerentola è mai stata felice con il suo principe?

La “Bella” avrà poi scelto di invecchiare con la “Bestia”?

E soprattutto, che ne fu della Longobarda al secondo campionato di Serie A, dopo la rocambolesca salvezza ottenuta all’ultima giornata grazie alla doppietta del talento triste Aristoteles e al cuore dell’allenatore Oronzo Canà?

Nessuno lo sa.

Perché le storie di fantasia spesso ci piace fermarle al momento più bello, che non è necessariamente il momento giusto.

La verità su quella Longobarda, nello sport che ha abituato (giustamente) i tifosi a conoscere anche le condizioni economiche dei propri club, dove gli ammortamenti sono importanti quanto i trequartisti e le fidejussioni come i tiratori da tre punti, la disse il vituperato presidente Borlotti in uno degli spaccati che lo ritraevano alle prese con la gestione nuda e cruda del club immaginato nel celebre “Allenatore nel pallone”.

Quando quello che oggi chiameremmo il Board si riunì per decidere le sorti di un Canà che non sapeva letteralmente che fare della squadra che gli era stata affidata.

Lo difendi solo tu, Canà, sei solo ormai”, dicevano a Borlotti.

Sì, ma sono solo anche quando si tratta di tirar fuori i soldi”, rispose lui.

Un segmento del film che passa totalmente inosservato, persi tra le improbabili trattative brasiliane, la sconvolgente approssimazione nel preparare e giocare le partite, gli sbalzi d’umore dei tifosi.

Qualcuno ci può dire, realmente, cosa ne fu della Longobarda nella stagione successiva?

Da quello che racconta il film sappiamo solo che con ogni probabilità non sarebbe stata allenata da Canà. Probabilmente nemmeno il goleador Aristoteles, vittima della “saudade” che in Italia venne resa celebre dall’ex Fiorentina Edmundo, sarebbe stato ancora al suo posto.

E, altrettanto probabilmente, Borlotti non avrebbe trovato altre risorse, guidando verosimilmente la squadra verso una retrocessione ancora più rovinosa. Cornuto (e lo sapevamo) e mazziato.

Cosa voglio dire con questo?

Niente. Avete detto tutto voi.

Dove sei stato in questi giorni?

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Nella voce di Luigi Tenco.

Nel prezzo in lire di una vecchia edizione di un libro che non sapevo esistesse.

Nella genuina risata di un gruppo di amici.

Nella piacevole sensazione di una passeggiata non programmata.

Nei venti minuti di sonno rubati un sabato pomeriggio.

Nel fastidioso interrompersi di una telefonata.

Nelle storie di Instagram.

Nella serenità di una cena con un amico.

Nelle notifiche di WhatsApp.

Nella stanchezza della domenica sera.

Nella mia macchina fredda la mattina presto.

Nell’attesa del caffè.

Nella solita incapacità di prendere sonno.

Nel dubbio, come costante.

Nella voglia di guidare.

Qui.

Le Rovine del Gioco

Una volta George Mikan stava rovinando il gioco. Cambiarono le regole. Si chiama evoluzione.

Credo sia giusto partire da questo presupposto per entrare (ammesso che fosse necessario e interessante) in un dibattito che accende o ammorba, punti di vista: la NBA è un circo o è il miglior basket in circolazione? Voler rispondere a una domanda del genere secondo quelle che sono le logiche “nostre” è semplicemente fuorviante, oltre che sbagliato concettualmente. Perché la stessa costruzione tecnica delle squadra, la stessa struttura gerarchica di un quintetto risponde a logiche diverse: come prima cosa, generare business. Giusto o sbagliato che sia, così è: questo non solo crea un Gioco diverso, bisogna sempre tenere a mente che parliamo di Mondi diversi. Un Mondo, quello americano, che è stato sempre modello per quasi tutti. Lo è ancora? Probabile. Ci piace? Ci sono motivi per dire sì e motivi per dire no.

Ogni epoca ha la sua Rovina. Da Mikan in avanti ce ne sono state molte, a mia memoria, che hanno generato mostri se non distrutto carriere a suon di aspettative decisamente fuori portata. Ecco qua, sempre a memoria, alcune di queste Rovine.

Michael Jordan
(6 titoli NBA, 6 volte MVP delle Finals, 5 volte MVP NBA e una valanga di altri riconoscimenti)

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I “nuovi Michael Jordan”, a un certo punto, non si contavano più. Parlando di “His Airness” e di quanto fosse positivamente condizionante per i Chicago Bulls e anche per i Washington Wizards a fine carriera (playoff sfiorati e 20.0 punti di media a quarant’anni), la caccia all’emulo non fece prigionieri. Tutti volevano un altro MJ (e la cosa più vicina a lui sarebbe stata Kobe Bryant), si cercava ossessivamente una guardia di poco meno di due metri, elegante e soprattutto capace di volare.

La sua staccata dalla linea del tiro libero che divenne uno dei brand più importanti in questo business, pero’, diventò il primo requisito per identificare il nuovo padrone del gioco, ignorando molte delle caratteristiche che invece – e giustamente – resero Michael Jordan un esemplare unico.

La vittima più illustre di tutto ciò, forse, fu Harold Miner: classe 1971, si fece notare al college con i Trojans di Southern California, lo stesso college che frequentò Daniel Hackett. Schiacciava eccome! Il drammatico “nickname” Baby Jordan finì col gonfiare le attese (oggi si chiama hype) e di lui si ricordano quattro stagioni nella NBA tra Miami Heat e Cleveland Cavaliers, con le prime due in doppia cifra di media per punti.

Shaquille O’Neal
(4 titoli NBA, 3 volte MVP delle Finals, 1 volta MVP NBA e una valanga di altri riconoscimenti)

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Vi ricordate come dominava Neon Boudeaux nel film Basta Vincere (Blue Chips)? Shaquille O’Neal era lì nelle vesti di attore, ma il suo potere di spazzare via tutti era uguale anche nei campi veri. Il suo fisico, combinato alla tecnica e alle sue incredibili potenza e rapidità, scatenò gli scout di tutto il mondo alla ricerca di supereroi simili o, almeno, di corpi da buttargli addosso. A un certo punto, i candidati avversari dei Los Angeles Lakers di Shaq & Co. non fecero altro che riempire i roster di lunghi (più grossi possibili) con l’unico obiettivo di limitarlo e spendere dei falli su di lui. Frontline infinite che non ebbero, ovviamente, alcun risultato apprezzabile.

Anche qui, non mancarono i tentativi forzati di emulazione: da DeSagana Diop a “Big Sofo” Schortsanitis, ricercati nei Draft NBA come le azioni sulle arance nel finale di “Una poltrona per due”.

I Phoenix Suns di D’Antoni e il “Seven Seconds or Less”
(Record 61-21 nel 2006-07, 55-27 nel 2007-08)

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Uno stile di gioco può piacere o no. Nella fattispecie non sono mai stato un tifoso della formazione di Mike D’Antoni (anzi, al plurale) perché sebbene sia innegabile una influenza rivoluzionaria nel modo di concepire il Gioco, non hanno mai avuto la necessaria consistenza per poter fare il salto necessario che conducesse all’anello. E hai detto poco.

Non va, pero’, sottovalutata l’importanza che il basket giocato da Steve Nash, Boris Diaw e Amar’e Stoudemire abbia avuto e abbia ancora oggi nel contesto della pallacanestro moderna. Ritmo più veloce, campo decisamente più largo, nuovi concetti da mettere a punto perché sebbene non siano riusciti loro a vincere, chi ha vinto negli anni successivi ha adeguato il proprio modo di giocare al passo dei tempi.

Si potrebbero citare altri esempi, come i Sacramento Kings di “White Chocolate” Jason Williams in regia e un tandem regale di passatori tra i lunghi, Vlade Divac e Chris Webber. Un esempio di chi ha saputo adeguarsi? I San Antonio Spurs, passati dal vincere nel 1999 con le “Twin Towers” (David Robinson e Tim Duncan) e un playmaker decisamente poco offensivo come Avery Johnson al festival di “fantasia organizzata” e sfruttamento di transizioni e angoli per le triple di Manu Ginobili, i drive di Tony Parker ecc. ecc.

I Golden State Warriors e Steph Curry
(3 titoli NBA, 2 volta MVP NBA e una valanga di altri riconoscimenti)

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Tra chi riconosce meriti storici a quei Phoenix Suns di Mike D’Antoni c’è Steve Kerr, head coach dei Golden State Warriors. Squadra che ha sublimato l’uso dei tiratori senza distinzione di ruoli, della creatività come metodo, della pulizia tecnica come machete, del ritmo ultrarapido come miglior arma difensiva per far sbandare gli avversari. Vincendo titoli e superando il record di vittorie in regular season appartenuto ai Bulls di Jordan (73 vittorie e 9 sconfitte nel 2016).

Stephen Curry ne é la figura più rappresentativa, i suoi tiri da distanze impensabili vengono additate come causa dell’impoverimento tecnico della mitologica “esecuzione”. Come se poi l’attacco di Golden State ne mancasse. Se lui prende questi tiri è perché li segna, e visto che li segna la sua squadra vince.

Chi dice che è un cattivo esempio per i bambini dovrebbe pensare, casomai, a spiegare loro che ogni giocatore puo’ permettersi ciò che la propria qualità gli concede. Quello che fa Curry, quello che oggi fa James Harden (MVP NBA in carica) con gli Houston Rockets di… Mike D’Antoni. Una squadra che l’altra sera ha stabilito un nuovo record: 70 triple tentate in una sola gara, nel contesto di una partita chiusa al supplementare (53 minuti) con 105 tiri dal campo complessivi e 34 tiri liberi. Molto? Troppo? Eccessivo? Folle? Addirittura offensivo, per molti: tra loro, tanti elogiavano il “Seven Seconds or Less” dello stesso allenatore che, evidentemente, sta esplorando nuovi orizzonti. Magari non vincerà nulla, ma lascerà la sua impronta. Hai detto poco, part two.

Tutto ciò chiama tutti noi, ognuno nei propri ruoli, ad evolvere: evolvere nel Gioco, evolvere nel modo di relazionarsi, evolvere nel modo di pensare, e cioè ricercare e sviluppare l’identità che ci fa sentire comodi. Se è ancora la NBA, bene. Se non lo è, costruiamo o ricostruiamo l’alternativa. Senza demonizzare nessuno solo perché risponde a logiche diverse da quelle che si vorrebbero nelle nostre comodità. Non ci sarà il nuovo Mikan. Non ci sarà il nuovo Jordan. Non ci sarà il nuovo Curry. Ci sarà qualcosa di diverso. Bisogna provare a capirlo prima per essere pronti al prossimo cambiamento. E rispettare i tempi: passato, presente, futuro, dando a ognuno di questi la giusta importanza.

Pietro

La madre dell’etica

L’estetica è la madre dell’etica: quanto più ricca è l’esperienza estetica di un individuo, quanto più sicuro è il suo gusto, tanto più netta sarà la sua scelta morale e tanto più libero,  anche se non necessariamente più felice,  sarà lui stesso

Iosif Aleksandrovič Brodskij
(Premio Nobel per la letteratura)

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Qui si mangia bene, devo portarci Anna“. Qui, è un hotel di Kaunas. Anna nel frattempo è diventata la moglie di Sarunas Jasikevicius, oggi allenatore dello Zalgiris Kaunas, formazione lituana a cui viene universalmente riconosciuto il merito di dispiegare una qualità di gioco, anche estetica, inversamente proporzionale al proprio tasso tecnico per il livello (altissimo) a cui appartiene.

Quella fu una riflessione nata da un semplice “Club Sandwich” alla vigilia dei saluti dopo giorni di intense riflessioni, chiacchiere, confronti. Giorni che hanno reso lontanissimi i primi momenti dopo il benvenuto.

C’era calma, anche troppa. Da una parte diffidenza, la sua, dall’altra soggezione, la mia. Non so dire cosa si diventa in momenti del genere, anche perché fondamentalmente si appartiene a due mondi molto lontani.

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I nostri legami essenzialmente due: un gioco (Il Gioco), una persona. Un agente, un amico. Un genio, come tale con i suoi ineguagliabili spunti e i suoi demoni.

Come quelli suoi, come quelli miei che pero’ definisco meno importanti, meno gravi, meno tutto. Meno, perché quando si fa la parte del tramite è giusto così. Non solamente nel lavoro.

Ci sono quelli che fanno le cose, quelli che le fanno succedere, quelli che le devono – quando sono fortunati – interpretare. Fortunati perché si ritiene che ne abbiano la sensibilità, anche senza saperlo davvero. Dopo tutto non è forse questo il “senso”?

Il ricordo di quei primi momenti destinati a diventare l’inizio della stesura di un libro mi ricorda quotidianamente quanto sia difficile ottenere la cosa più preziosa che un atleta del suo livello ha lasciato nei ricordi degli appassionati: la cultura dell’estetica. Il bello come mezzo per raggiungere l’eccellenza.

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Lo sport, come l’arte, come la cucina, come qualunque materia, diventa eccellenza quando abbina alla consistenza e alla sostanza anche la bellezza. Nel gioco di Sarunas Jasikevicius la bellezza era essenziale e mai superflua, era una “bellezza funzionale”.

Partendo da un fisico assolutamente nella media, per struttura e dimensioni, per essere più forte in un mondo popolato da gente che andava al doppio o al triplo della velocità bisognava essere essenziali e semplicemente belli: una giocata sopraffina non era un’esaltazione egoistica ma l’unica cosa possibile da fare.

Ai giovani (intesi come giocatori, studenti, aspiranti non nullafacenti – che non consiste nel possedere un dato titolo di studio) bisogna spiegare il senso dell’estetica.

La fatica fatta per dipingere. Per scolpire. Per creare dimore e palazzi storici. Queste cose lasciano basiti tutte le volte, se ci si ferma a pensare ai mezzi a disposizione per la costruzione e alla perfezione di certi dettagli.

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Come per lo sport, come per la letteratura, come per il giornalismo o la meccanica, qualsiasi cosa rasenti la perfezione, qualsiasi cosa stupisca per la propria forza estetica è stata ottenuta a suon di immensi sacrifici.

Spiegare il costo pagato in fatica per raggiungere l’eccellenza, il bello.

Se non si capisce questo, impossibile arrivarci.

Se non si spiega, si commette l’imperdonabile errore di rinunciarci.

Pietro

Nelle foto:

  • Sarunas Jasikevicius durante un time-out
  • Lo chef Massimo Bottura
  • Un tempio delle rovine di Selinunte in Sicilia

Che significa un vetro rotto?

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“People tend to play in their comfort zone, so the best things are achieved in a state of surprise, actually”.

Brian Eno

Un vetro rotto è brutto, qualcosa che richiama a una violenta contrapposizione.

Un vetro rotto è bello, richiama all’idea della libertà, della violazione delle barriere più ingiuste.

Un vetro rotto è paura, di qualcuno che abbia voluto invece violare il nostro spazio, le nostre cose, il nostro mondo.

Un vetro rotto è sorriso, conseguenza di quei giochi che ultimamente si fanno sempre meno.

Un vetro rotto è il segno di un sentimento disperato.

Un vetro rotto è l’inizio di qualcosa, di una ricostruzione.

Un vetro rotto è pericoloso perché ti taglia.

Un vetro rotto è stimolante perché al posto suo decidi tu cosa mettere.

Un vetro rotto è una lacrima, e proprio come essa significa tante cose.