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Stella tra le Stelle

Quarantotto ore.

Tanto serve per attraversare un mondo, anzi più di uno.

Tante ne dovevano bastare a ragazzi molto giovani, per alcuni contesti “troppo” giovani, ma se c’è qualcosa di indiscutibile nello sport – e non solo – è l’ineluttabilità del dover essere pronti all’ora X.

Niente scuse, niente proroghe, niente ritardi ammessi.

Tal giorno a tale ora, che lo si voglia o meno, si alza una palla a due e si deve essere pronti. O meglio, si dovrebbe, perché anche questa può essere una scelta. Se è vero che si può scegliere per sé, però, è altrettanto vero che non si può scegliere per gli altri. Soprattutto per gli avversari. Che non aspettano, a cui non importa sapere se tu sei pronto.

Nel mezzo di queste quarantotto ore, minuto più minuto meno, si incastra la chiacchierata che segue con Germano D’Arcangeli, allenatore, ispiratore e maître à penser della Stella Azzurra Roma.

Germano D’Arcangeli

Tra la finale della tappa di Istanbul dell’adidas Next Gen, la più importante competizione europea per club a livello giovanile che ha visto la Stella arrivare appunto al match conclusivo e cedere contro il Real Madrid di Matteo Spagnolo, e una partita di Serie A2 contro la capolista Unieuro Forlì.

Matteo Spagnolo, “stellino” anche lui, ma soprattutto una altissima espressione di talento tutto italiano emerso, però, all’interno di una delle più grandi istituzioni sportive del mondo. La “Casa Blanca”, là dove non esiste altra idea possibile se non quella di vincere e di farlo anche con un certo qual stile, rappresentando al meglio il lusso, le tradizioni e gli eccessi della borghesia sportiva.

Contro la Stella, Spagnolo (che ha già debuttato in Nazionale tra i grandi) ha messo insieme 22 punti con 8 rimbalzi e 4 assist, ma più dei numeri contano molte altre cose. Le lasciamo descrivere a D’Arcangeli, che certamente più di chi scrive ha cognizione di quel genere di talento: “Spagnolo mi ha addirittura emozionato”, dice. “Non devo presentare il giocatore, parlo piuttosto della persona, della libertà d’animo con cui l’ho visto stare in campo con quella ‘storia’ addosso, alla realizzazione di quello che ho sempre pensato fosse una persona seria. Da padre, quale sono, vedere questo mi dà una grande gioia: Matteo è un ragazzo che non se la tira, che ha forza d’animo, che ha fatto cose bellissime ma soprattutto ha sviluppato un modo straordinario di stare in campo, di gestire quel genere di situazione. Possiamo forse dire che è stato un pioniere di un certo modo di fare da parte nostra: rappresenta il fatto che si può uscire da questa provincia del basket, che si può pendere uno zainetto e andare ‘a fare a schiaffi’ tra quelli bravi. Vederlo il più bravo tra i bravi dà soddisfazione, al di là del basket è un figlio che tutti noi vorremmo avere: Matteo il mondo tra le sue mani, è una delle persone che potrà contribuire a cambiare questo nostro mondo”. In che modo? “Aiutandoci a superare il nostro modo di ragionare per luoghi comuni. In Italia parliamo di far giocare i giovani in continuazione, forse sarebbe il caso di pensare di meno e fare di più. Personalmente mi piacerebbe che lui e persone come lui, di questa qualità, possano aiutare tutti in questo senso, ognuna nel proprio ambito”.

Matteo Visintin contro Matteo Spagnolo

L’incontro con Spagnolo a Istanbul è stata certamente un’emozione, ma che si traduce in una situazione “win-win” per uno come D’Arcangeli. Ha portato la sua Stella in finale battendo Brno, Saragozza e i padroni di cassa dell’Anadolu Efes, potendo nuovamente sfidare un colosso come il Real guidato da un ragazzo che, appunto, ha la Stella come tappa importante della sua formazione. “Un’avventura molto speciale, in tempi di grandi restrizioni come questa. Siamo stati in una autentica bolla, in un hotel con accesso diretto al campo e una grande e molto rigorosa macchina organizzativa da parte dell’Efes, che non ha risparmiato di riprendere nessuno, nemmeno il sottoscritto in caso di minime distrazioni. Sono le stesse modalità usate per i campionati giovanili in Turchia”.

Si parla di basket, si parla in particolare di basket giovanile e sappiamo quanto male stia facendo la pandemia proprio ai ragazzi, allo sport che più di tutti si è fermato, picconando le fondamenta della socialità, del crescere insieme e dello sviluppo individuale. Colpi potenzialmente mortali quando si parla di atleti destinati all’alto livello o desiderosi di raggiungerlo. Tempo che non torna, in annate troppo speciali per poter essere rinviate. Tornare dunque a giocare una competizione di questo tipo (ma non solo quella, ci si ritorna dopo) non può essere stato “normale” per i ragazzi della Stella. D’Arcangeli: “Per i ragazzi è stato come dover imparare di nuovo ad andare in bicicletta, non perché fossimo caduti e dovessimo riprenderci dalla botta ma perché avevamo dovuto smettere di andarci per un anno. Come squadra abbiamo fatto delle buone cose, mai come questa volta ho visto grandi motivazioni nei ragazzi, occhioni di chi ha il bisogno di giocare, esprimersi e divertirsi, mettere il corpo addosso, difendere, essere intensi, fare e non pensare [un concetto ricorrente, questo, ndr]. A livello europeo si gioca una pallacanestro ‘intellettualmente onesta’, dove conta di più il talento e meno la tattica, dove la strategia che ti serve per sopravvivere anche in un campionato senior non vale più quando incontri accelerazioni, fisicità e letture di quel livello. Quando competi così in alto, ‘non la racconti’. Faccio un esempio, parlavamo di. Spagnolo: il suo talento è stato più importante delle strategie del Real contro la nostra intensità. Loro hanno difeso di atletismo puro, facendo la differenza conquistando alcuni possessi più di noi nel momento cruciale. Se i miei giocatori vogliono essere professionisti ed essere tra i primi in Europa devono mettere sul campo quel livello di energia, di atletismo, di capacità di leggere, capire il gioco, di stare in campo”.

La Stella Azzurra in campo a Istanbul

Il riferimento al campionato senior è ovviamente a quello di Serie A2 Old Wild West, che in questa stagione è tornato ad avere tra i suoi protagonisti proprio “quelli della Stella”. Una scelta costosa e strategicamente necessaria per fornire a giocatori anagraficamente molto giovani un contesto competitivo adeguato e “garantito” (quando solo pochi mesi fa non era nemmeno ipotizzabile l’attività agonistica giovanile, nemmeno di livello nazionale), insieme ad alcuni elementi più esperti (lo statunitense Steve Thompson, il croato Sandi Marcius, Roberto Rullo e il playmaker classe ’99 Lazar Nikolic). Ma quanto è utile la Serie A2, per confrontarsi poi a quel livello giovanile in Europa?

La risposta di D’Arcangeli è interessante: “In assoluto il nostro campionato è molto lontano dalla fisicità di Zalgiris o Real a livello giovanile. Non capita quasi mai di confrontarsi a quegli ‘strappi’, a quell’atletismo, a quella velocità di gambe, mani e pensiero. La A2, però, ti offre pressione, la tensione dell’importanza del risultato: queste partite aiutano aiutato i giocatori da questo punto di vista. I ragazzi hanno assorbito momenti di stress, normali per chi è ultimo in classifica, affrontando le partite sempre con un po’ di acqua alla gola. Questa esperienza si è vista a Istanbul: l’anno scorso, a Monaco, contro il Real Madrid ci siamo presentati con una squadra che aveva probabilmente più talento, ma ci siamo sciolti come neve al sole. La A2, quindi, è stata importante perché ha insegnato ai giocatori qualcosa non sapevano di dover sapere. Si sono trovati a dover agire anche contro i molti imprevisti, tra partite rinviate, infortuni, risultati e altro ancora. A Istanbul abbiamo giocato la gara d’esordio senza un 2.14 come Kevin Ndzie, fermato per complicazioni burocratiche all’ingresso in Turchia. I ragazzi non si sono scomposti, sono stati bravi a gestire questa cosa e pensare solo a giocare, trovando le alternative necessarie per competere. Questa cosa viene dal campionato di A2: la gestione dell’imprevisto, degli arbitri, del contenere le conseguenze di episodi che possono generare un parziale”.

Nicola Giordano in azione

Un gruppo di giocatori che ha fatto prova di maturità, per quel livello, che ha agito in maniera compatta pur essendo allenati e “allevati” alla capacità di esprimere individualmente il proprio potenziale, ad uscire dal perfezionistico concetto dell’esecuzione maniacale per abbracciare quello dell’iniziativa, della presa di rischi, e dunque di coscienza, che significa anche saper aspettare il proprio “turno”. “Tutti i ragazzi che reclutiamo conoscono all’inizio quello che è il loro percorso”, spiega il coach, “cerchiamo di essere più trasparenti possibili: tutti, quando arrivano, hanno un’idea del loro percorso, non abbiamo mai chiesto a nessuno di venire a giocare tanto per giocare, ma di venire qui a esibirsi. Alla Stella bisogna perdere ogni retaggio, occorre costruire un muro culturale rispetto a quello che è il concetto della squadra comunemente usato. Nella nostra squadra si parlano almeno tre lingue diverse oltre all’italiano, che però è la nostra lingua comune nel nostro vivere, allenarci e giocare insieme. Tra di loro non ci sono pezzi di un qualche puzzle, abbiamo ‘i cintura nera di penetrazione’ e ‘i cintura nera di tiro’, per fare un esempio, e si esibiscono facendo una cosa che gli piace. Anche l’egoismo, però, rientra in un perimetro, sapendo tutti di avere un traguardo da tagliare con un ordine: poi, naturalmente, a parità di talento si cerca la cosa più importante per vincere. A livello individuale possiamo dire che questo è stato il momento di Nicola Giordano (21 punti, 5 assist e 4 rimbalzi contro il Real per il classe 2003, inserito nel quintetto ideale del torneo), il prossimo anno sarà il ‘turno’ di un 2004, poi di un 2005. Quando portammo Spagnolo al Next Gen – tornando a lui – era di tre anni più piccolo, ha giocato di altri che si godevano il proprio momento a coronamento di un percorso. Giordano ha doti morali incredibili, capacità tecniche anche per spegnere un avversario: era convinto di fare bene e lo ha dimostrato, ha monetizzato il lavoro fatto per arrivare fino a queste partite. Se c’è un segreto, che non è un segreto, è rispettare il proprio talento con la costanza”.

Ma 48 ore dopo Istanbul c’è stata la gara con Forlì, una sconfitta, che ha ribadito quale sia l’orizzonte immediato della Stella Azzurra, ovvero competere per cercare di ottenere una salvezza nel secondo campionato nazionale. Perché come dice D’Arcangeli, “il tempo di crogiolarci al sole rispetto a quanto fatto in Turchia non lo abbiamo”.

Pietro

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Tale of the Tape: EA7 Milan (@OlimpiaEA7Mi) vs. Maccabi Tel Aviv (@MaccabiElectra) #RoadToFinal4 @Euroleague

One last, meaningless Top 16 game will not change what EA7 Emporio Armani Milan and Maccabi Electra Tel Aviv have done to qualify to the playoffs. They already know that their teams will square off in order to get a Final Four spot, and the Italian squad will also have the home court advantage.

Let’s talk about how they made it. They insist a lot on the concept of “being a team” (in Maccabi’s case, “being a nation”), that’s why I want to analyze their work as a team without putting individual stats on first.

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Can some numbers define their basketball style without mentioning the players? They can, imho.

What can you say about Milan, for example? One simple thing: they make the opponent playing bad. There is a number for that: the Performance Index Rating is now a common data (scouts, coaches and analysts rely more on the advanced stats), but in this situation it’s very useful (4th best in the Top 16, only 72.1 per game for their opponent).

EA7 is the 3rd best team in the Top 16 in terms of points allowed (average): 70.5. Only Panathinaikos (68.5) and Barcelona (70.2) did better than them. But Milano haven’t the Green’s athleticism or Blaugrana’s size in the paint.

Their defense comes from the backcourt, first: Daniel Hackett, Curtis Jerrells, Bruno Cerella and David Moss are the guys that can put an unbelievable pressure on you, no matter what’s your name. Just ask to Vassilis Spanoulis, who lost by 30 in Milan with the reigning champion Olympiacos.

Alessandro Gentile also has the body to do it (not the feet), Keith Langford “know he’s not Gary Payton” (using his words during an interview) but he can be very effective on the passing lines more than on 1vs1. Make the opponents uncomfortable in dribbling, calling plays, using screens will make them uncomfortable on passing inside, finding the right spots, and the fine timing to reach the big man.

All that work lead us to another number: the assist/turnovers ratio. Let’s stay on the defensive halfcourt. EA7 Milan is the only team in the Top 16 that allows a ratio under 100% (95.2%). Maccabi is 6th overall with 123.6%. Milan is also doing a tremendous job against the perimeter danger: they allow only 18.5 three-point goals per game, and only 30% three-point goals made. They also are among the best teams in the Top 16 in terms of Opponent True Shooting Percentage: 46.4% (4th). Maccabi is 9th with 47.6%. Another great stat for Milan: steals. They are 2nd in Top 16 with 7.5 (Maccabi 8th with 5.9). Athletes, big bodies and quick hands on the perimeter are factors.

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It will be a great test for Milan’s defense: Maccabi is the 5th team in the Top 16 for three-point goals attempted (23.1), but they allow the same number to their opponents (3rd). Keep in mind that we’re talking about two of the best three teams at this stage for three-point shooting percentage (EA7 is 2° with 40.7, Maccabi follow with 39.7%). The italian side is the 7th Top 16 team in “threes” attempted (22.3), Maccabi allows a 36% of three-pointers made (7th).

Switching to the offensive end, Milan has only 104.7% (15th) in assist-turnovers ratio, while Maccabi is 4th with 167.9%. That means one thing: they take care of the basketball. This is easier when you know your teammates (6 major Maccabi players were there last season, Blu and Schortsanitis played there in the past with the same coach), and Luca Banchi insists on this in every practice, every day with a team full of newcomers (only Gentile, Langford and Melli came back from 2012-13) that went into struggles and important changes during the season (a new point guard, Hackett, came in late December). But that tells a lot about the style: EA7 have a lot of dribblers, great (or fine) scorers in the backcourt, few playmakers, a lot of guys “making plays”, which is very different. Taking care of the ball also lead you to create more open looks. That’s why Maccabi is great (3rd) in True Shooting Percentage (49.8%), Milan is pretty good also with 48.3% (6th).

But if you ask to coaches around Europe, most of them will tell you that Milan has an unbelievable power on 1vs1 plays more than great shooters. For instance, there’s another number that could confirm that: EA7 is the second best team in the Top 16 in received fouls (21.8), Maccabi is 12th with (19.7).

One common point between those teams is on defensive rebounds: they are 11° and 12° (Milan 22.8, Maccabi 22.5), and both have to improve in boxing out and protect the paint. Maccabi is the 2° worst team in offensive rebounds allowed (11.4), Milan 8° with 10.3. The Italian are doing a better job in finding somewhere else those lost possessions.

The Israeli side has to do it if they want to win where only Real Madrid did in the whole season. But that in the first part of the season, before the decisive move of signing Hackett. Since then, they won all their home games (+12.8 margin in the Top 16, including the +30 vs Olympiacos and +28 against Barcelona).

Pietro

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Qualche nota sulla regular season @Euroleague @OlimpiaEA7Mi #ifeeldevotion

VEDI ANCHE: il calendario delle Top 16

– Milano, per la prima volta nella storia di Euroleague Basketball, è l’unica formazione italiana qualificatasi nelle Top 16. Il suo record di 5-5 lo considero da 6 in pagella. In casa ha fatto quelllo che doveva, 1-4 in trasferta con questo panorama non bene. A Kaunas e Strasburgo poteva e doveva vincere. No alla logica sparagnina. Siena ha interrotto una striscia di 6 apparizioni consecutive alle Top 16. In due occasioni era stata anche l’unica formazione italiana a rappresentare la nostra pallacanestro a quello stadio della competizione (stagione 2009-10 e 2012-13).

Keith Langford ha chiuso la regular season al 9° posto per valutazione media (18.2). Il suo futuro compagno di squadra Daniel Hackett 3° con 19.4. Langford è anche 4° per punti segnati (16.2).

– Sempre Keith Langford è il miglior assistman della squadra con 3.1: l’EA7 Emporio Armani è però al 21° posto su 24 (13.5) e al 15° su 16 tra le qualificate al secondo turno (peggio solo il Partizan, 24° assoluto, con 11.8).

– A livello di ratio assist/palle perse, Milano è ancora al 20° posto (106.3%, concede agli avversari il 125%), mentre è al 14° tra le squadre di Top 16 (peggio Kaunas, 23° con 87.3%, e Partizan, 24° con 72.4%). La media generale è 123.4%.

– L’attacco vende i biglietti e la difesa vince le partite. Il Real Madrid attacca e difende, visto che in percentuale “reale” concede agli avversari il 41.6%. Milano concede il 49.1%: nessuno fa “meglio” tra le qualificate alle Top 16.

– Milano deve migliorare in furbizia e scelte di tiro: è al 4° posto per stoppate subite in media (con 3.5), il dato peggiore tra le qualificate alle Top 16.

– In attacco, una chiave per l’EA7 può essere quella di diminuire il numero di tiri da fuori e migliorare il dato ai tiri liberi, che è già buono: 8° posto per tentativi in media, con 17.8. Migliorabilissima la percentuale (10° posto con 74.7%). Il 30.3% da fuori è destinato probabilmente a migliorare con Kristjan Kangur in campo con continuità, ma dipende tutto dal ritmo con cui si muove la palla. Big issue.

– Curtis Jerrells (31), Alessandro Gentile (35), David Moss (37) e Keith Langford (54) hanno preso il 68.8% dei tiri da tre della squadra, con una percentuale realizzativa del 31.8%. Cambiare.

– Palle perse: su 127 totali, 48 portano la firma di Alessandro Gentile e Keith Langford (37.7%).

– Miglioramenti attesi da Gentile: selezione di tiro, più tiri liberi (ha subito 3.6 falli a partita) e maggiore percentuale (troppo poco 68.8% per lui).

– Milano è al 20° posto su 24 per percentuale “reale” con 45.1%. Anche qui è al 15° su 16 tra le qualificate alle Top 16 (Galatasaray 23° con 43%).

Nicolò Melli è il miglior rimbalzista della squadra con 6.2 (16° assoluto e 26° su 40 minuti).

– Motivi per venire al Forum a vedere le Top 16: Zelimir Obradovic e il suo Fenerbahçe Ulker Istanbul (con Bo McCalebb, Emir Preldzic, Bojan Bogdanovic), i bi-campioni in carica dell’Olympiacos Pireo di Vassilis Spanoulis, il Panathinaikos Atene di Dimitris Diamantidis, il Barcellona di Juan Carlos Navarro e di uno che mi fa impazzire (Kostas Papanikolaou), il Laboral Kutxa Vitoria perché che ve lo dico a fa’, l’Anadolu Efes Istanbul perché ormai sono amici, l’Unicaja Malaja dell’interessante coach Joan Plaza che porta in dote il figlio di Sabonis.

– Milano ha affrontato nel proprio girone di regular season il Real Madrid, una delle due formazioni a vincere tutte e 10 le partite. L’altra, l’Olympiacos, arriva tra poche settimane. Trattasi delle ultime due finaliste, non un caso.

– Avremo il piacere di rivedere al Mediolanum Forum di Assago gli ex milanesi Sergio Scariolo (allenatore Laboral Kutxa Vitoria) e i giocatori Antonis Fotsis e Jonas Maciulis (entrambi al Panathinaikos Atene). Con Scariolo ci sarà anche Walter Hodge, playmaker americano trattato da Milano nella passata stagione, ma non ceduto dai polacchi dello Zielona Gora.

Pietro

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@marcocrespi, dimmi se ci ho preso

Quei pochi minuti dopo aver raggiunto il massimo vantaggio (28-35 a 3’16 dalla fine del terzo quarto) sono costati la partita a Siena in casa del Galatasaray.

Proprio lì, con la partita psicologicamente e tatticamente in mano, alcune inopportune deviazioni dal piano partita hanno concesso a Guler di esplodere quei 10 punti che hanno tolto il mabubrio dalle mani dei giocatori della Montepaschi.

Della quale, però, ho apprezzato la disciplina nei restanti 37′.

Siena ha compiuto delle scelte precise, per me, magari impopolari. Non attaccare il ferro, rinunciando di fatto ai tiri liberi (saranno 4 alla fine) accontentandosi dei tiri in sospensione. Non andare a rimbalzo d’attacco, o almeno non con tanti uomini. Cose che però hanno portato a diversi vantaggi, essendo situazioni scelte e non imposte dalle circostanze. Non attaccando il ferro si sono evitate palle perse dovute a contatti o eccessivo traffico (alla fine soltanto 6), e il tiratore (dalla media o da tre) era piazzato già per il rientro difensivo, non essendosi quasi mai verificata la situazione di inferiorità numerica in transizione dovuta (magari) a un giocatore che resta a terra dopo un contatto o troppo avanti rispetto alla palla, una volta recuperata dagli avversari.

E non mandare uomini a rimbalzo d’attacco ha avuto praticamente lo stesso effetto, perché dopo il tiro si era subito pronti a occupare gli spazi per evitare la transizione avversaria e riempire l’area. Anche perché, contro una squadra che cambiava sempre, magari il “piccolo” tirava contro un “lungo” lontano da canestro, e a rimbalzo poteva già esserci una situazione di mis-match favorevole.

La protezione dell’area è stata fatta egregiamente, con la gentile collaborazione dei tiratori del Galatasaray (2/19 da fuori), che di certo hanno rinforzato la scelta tecnica di Siena. Che, a dispetto dei numeri (12 rimbalzi offensivi concessi, non pochi contro 26 difensivi catturati) a mio avviso ha lavorato bene anche a rimbalzo. Poi, se hai una belva come Pops Mensah-Bonsu (che ha preso tanti rimbalzi offensivi – 8 – quanto tutta Siena) e tu sei leggero fisicamente per questo livello, la scienza tattica può poco di fronte all’evidenza.

Si voleva, insomma, una partita a basso ritmo, che poi si è tradotta in bassissimo punteggio, ma soprattutto di altissima disciplina, laddove sbagliare un tiro non era un problema mai, sbagliare una scelta, anche una sola, poteva compromettere molte certezze.

Per cui, anche se uscita dal campo sconfitta, con un record di 1-5 (ma ancora possibile la qualificazione alle Top 16, giocando in casa con Bayern, Zielona Gora e Malaga), io dico che sinceramente la Montepaschi di Istanbul mi è piaciuta. Mi è sembrata una squadra con un piano, molto chiaro, con una coesione e un’identità ben diverse rispetto anche solo alla partita di andata. Quindi ben allenata e dove, evidentemente, quelli che giocano sono “sulla stessa pagina”.

Poi magari Crespi mi risponde che mi sono inventato tutto, ma a volte val la pena tentare.

Pietro

UPDATE – Gli appunti di Marco Crespi

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Compiti per l’Olimpia: rispettare Bamberg. E vincere.

Potrebbe non bastare dire che il Brose Baskets Bamberg ha vinto gli ultimi quattro campionati tedeschi. Dalle nostre parti è ancora molto lo snobismo nei confronti del basket in Germania, ma basterebbe dare un’occhiata ai bellissimi palazzetti, al seguito di un pubblico sempre più appassionato (ed educato), il sito web della Lega e delle società, il contorno di attività e intrattenimento pre, durante e post partita.

La Germania, per qualità e serietà di organizzazione, ha nettamente superato l’Italia. Per questo che un club come quello di Bamberg, cittadina di 70.000 abitanti dell’Alta Franconia, merita il massimo rispetto. Perché all’interno di un sistema virtuoso e funzionante ha saputo crescere per creare un ciclo vincente, non solo entro i confini domestici. Nella passata stagione si è qualificata per la prima volta alle Top 16 (così come l’altra formazione tedesca, l’Alba Berlino: 2-1 per “loro”, dunque, nel 2012-13), e seppur perdendo tutte le 14 gare della seconda fase ha sempre dimostrato di poter essere competitiva (7 di queste sconfitte sono arrivate con uno scarto compreso tra 1 e 3 punti).

Dalla passata stagione sono rimasti in otto giocatori, oltre all’allenatore Chris Fleming, in carica dal 2008 e costantemente cresciuto insieme alla sua squadra. Tra di loro ci sono esterni di qualità come lo slovacco Anton Gavel (4/4 da tre e 4 assist nella vittoria contro l’Anadolu Efes Istanbul) e il 32enne americano Casey Jacobsen: un passato da specialista NBA (tra Phoenix e New Orleans dal 2002 al 2005) e tornato al Bamberg nel 2009 dopo una prima esperienza nella stagione 2006-07. Nelle prime tre uscite in Eurolega ha tirato uno strepitoso 12/18 da fuori, se si scalda è una macchina.

Coach Luca Banchi ha studiato un piano per loro: creare le situazioni per attaccarli col pick and roll, quando non direttamente portando esterni fisici come Moss, Gentile e Langford spalle a canestro contro di loro e soprattutto contro l’altro esterno veterano della squadra, John Goldsberry (191 cm, quinta stagione a Bamberg, 5.7 assist in 18’ a partita in questa Eurolega). Il pick and roll non è esattamente un piano originale, visto che viene praticato a vario titolo ormai in quasi tutti gli schemi del mondo, ma l’importante è che i giocatori dell’Olimpia dimostrino voglia di battere il proprio uomo, creare vantaggi, squilibrare la difesa altrui. In una parola: personalità. Quella che al netto di infortuni e difficoltà oggettive è mancata nelle prime due trasferte europee (-39 tra Istanbul e Madrid), e che certamente bisognerà dimostrare davanti ai 6.800 della Stechert Arena, anche perché perdere, ritrovandosi 1-3 in classifica, costerebbe caro.

“Una volta avevamo un palazzetto molto piccolo e grezzo, con una sola tribuna”, raccontava Sven Schultze, che a Bamberg è nato 35 anni fa e ci ha debuttato come giocatore professionista, dal 1995 al 1998. Il futuro gli avrebbe riservato l’Olimpia targata Armani Jeans, con una finale scudetto e tanti tifosi conquistati col cuore e col mestiere (dal 2005 al 2007). Oggi, invece, Bamberg è “Freak City”, dove tutti, ma proprio tutti, sono pazzi per il basket.

Pietro

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#OlimpiaMente anche qui e su Soundcloud

Puntata 2

Si parla della prima settimana di partite ufficiali e anche di EA7 Emporio Armani-Cimberio, nell’immediata vigilia del derby.

Un libro e un album: dopo Angelo Gigli, è il turno di Bruno Cerella.

Inoltre salutiamo vecchi e nuovi amici dell’Olimpia Milano con le nostre rubriche.

Ospiti: Toni Cappellari, Gianmaria Vacirca.

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Vi piacerebbe un All-Star Game di @Euroleague?

Idea folle? Stupida? Bella? Inutile? Sfiziosa?

Ditemi.

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Una testata e due tiri liberi. Zizou e Siska, ritirarsi a 34 anni

Ramunas Siskauskas, dunque, ha annunciato il suo ritiro dal basket. Lo ha fatto a 34 anni, alla stessa età di Zinedine Zidane, che giocava sempre a palla ma con i piedi.

In entrambi i casi, comunque, trattasi di personaggi destinati a fare la storia dei loro rispettivi sport, e in entrambi i casi la loro uscita di scena è stata plateale quanto disgraziata. Di come “Zizou” (ex stella di Bordeaux, Juventus e Real Madrid, capopopolo per la Nazionale francese) abbia chiuso la carriera calcistica ne abbiamo tutti memoria: ha usato (male) la testa.

Invece che per segnare, come fece per due volte nella finale contro il Brasile del 1998, decise di sfruttarne la potenza per mettere giù Marco Materazzi e lasciare i suoi in 10, senza guida, verso i calci di rigore di un’altra finale mondiale. Per Ramunas il discorso è un pò diverso. C’entrano le emozioni ma lui non è tipo da “colpi di testa”.

Pur non essendo stata la sua ultima partita in assoluto, la finale di Eurolega persa dal CSKA contro l’Olympiacos contiene l’immagine che accompagnerà per un pò Siskauskas, per anni e anni la miglior ala piccola disponibile in questo continente. Quei due tiri liberi sbagliati a 9.7 secondi dalla fine, evento rarissimo ma che curiosamente era già avvenuto in questa stagione proprio contro l’Olympiacos, al Pireo, in una partita di Top 16.

Solo che a Istanbul, in finale, grazie a quei due errori i greci hanno avuto in mano il match ball per chiudere la rimonta da -19, e con Printezis non lo hanno sbagliato. Brutto, davvero, associare “Siska” a un’immagine perdente, che non gli appartiene affatto. I suoi titoli e la sua storia sono lì a dimostrarlo.

Smette di giocare, dunque, uno dei più eleganti realizzatori degli ultimi anni. Uno che abbiamo potuto apprezzare – per fortuna – anche in Italia (sua prima meta straniera dopo il Lietuvos Rytas Vilnius) grazie alla Benetton Treviso, prima di vederlo con Panathinaikos e CSKA, appunto.

Lascia un pezzo di cuore di tutti gli appassionati di basket che si sono innamorati della splendida Lituania. Per fortuna Sarunas Jasikevicius è ancora dei nostri. Non sono ancora pronto ad accettare anche il suo ritiro, sebbene sia più “vecchio” di due anni rispetto a Siskauskas. No, quello proprio non lo sopporterei.

Pietro

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Il basket è gioia. Quindi Richard e Keith “sono” il basket

Lo sport professionistico è vissuto con sempre maggior pesantezza. Il Maccabi Tel Aviv ha perso ieri sera la quarta partita dei playoff di Eurolega contro il Panathinaikos campione in carica. Ora la serie è sul 2-2, e ad Atene si giocherà la gara decisiva.

Ora, potremmo parlare dell’ennesimo miracolo di Zelimir Obradovic, che corre per la sua nona (N-O-N-A) vittoria in Eurolega da allenatore a 50 anni. Di come ha reso giocatori come Nick Calathes, Stratos Perperoglou, Steven Smith e Kostas Kaimakoglou in grado di risultare importanti se non decisivi in partite come questa, a 40 minuti dall’eliminazione e fuori casa in uno dei campi più calorosi (“caldi” può avere accezioni negative) del mondo.

Potremmo analizzare come David Blatt potrebbe rivincere ad Atene (già fatto in gara-2) e quindi sostanzialmente vendicare la sconfitta nell’ultima finale di Eurolega giocata a Barcellona. O di come Sarunas Jasikevicius continui a dimostrarsi un campione eterno.

Invece, questa volta, parlo della gioia del gioco attraverso Richard Hendrix e Keith Langford: giocano per il Maccabi, ma soprattutto si divertono. E sono forti. E dimostrano che stare in uno dei club più rispettati della Terra, a Tel Aviv, per giocare inseguendo i massimi obiettivi si può fare rimanendo persone autentiche, brillanti, divertenti e facendolo sapere al resto del pianeta, tagliando le distanze tra loro e gli appassionati. Per esempio cantando “Forget You” di Cee Lo Green. Così:

Pietro

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Olympiacos-Siena a parti invertite, cosa può cambiare (by @beppaccio)

Giuseppe Nigro, che chi segue questo blog ha già letto precedentemente, continua la sua analisi della serie dei playoff di Eurolega tra Olympiacos Pireo e Montepaschi Siena. Qui con un nuovo genere letterario: il preview last-minute. A voi.

Solo il trasferimento al Pireo dirà se gara-due ha girato la serie tra Montepaschi e Olympiacos. Ma di certo Siena ha cominciato a fare la serie, invece che a subirla. Ha costretto i greci a trovare contromisure al post basso di Moss e Thornton e alla bidimensionalità di Andersen, li ha puniti coi giochi a due tra Rakocevic e Lavrinovic, invece di inseguire la squadra di Ivkovic come era stato in gara-uno sulla strada del doppio play e non solo.

Tutto bello, e a 6′ dalla fine Siena era ancora a +12, eppure non c’è mancato molto che finisse come in gara-uno. Perché? Innanzi tutto per i cinque rimbalzi d’attacco concessi nei primi cinque minuti del quarto periodo a un Olympiacos già bravo a punire la strategia senese di aiuto e recupero sui giochi a due. Poi perché McCalebb non si è mai accorto dei cambi difensivi che lasciavano Andersen contro un piccolo.

Quando è entrato Zisis e li ha puniti, l’Olympiacos ha smesso di cambiare: spiazzata, Siena si è impantanata in attacchi ai 24 secondi cambiando lato senza aver costruito niente, in cui servire Andersen e aspettare che inventasse qualcosa (ha conquistato falli). E’ così che Siena di fatto non ha più segnato su azione negli ultimi cinque minuti, sbagliando oltretutto quattro degli ultimi sei tiri liberi (erano stati quattro degli ultimi cinque in gara-uno): a un primo conto della serva, è qui che Siena ha rischiato di buttare via una partita eccellente per tre quarti e mezzo.

E ora? Pur essendo rimaste ancora inesplorate molte varianti tattiche, la storia di questo tipo di serie dice che non necessariamente ci sono rivoluzioni copernicane in ogni partita rispetto alla precedente: lo conferma lo svolgimento simile delle prime due gare, pur con le differenze tattiche evidenziate. Ma certo il trasferimento della serie in Grecia cambierà le carte in tavola, anche solo nell’atteggiamento delle squadre: di chi dovrà fare la partita e chi giocherà di rimessa, direbbero nel calcio.

Siena riuscirà ancora a tenere Spanoulis (almeno direttamente) fuori dalla serie? Cambierà qualcosa nel difendere sui suoi pick&roll per evitare che si accenda ancora chi, come Antic e Printezis, è bravissimo ad approfittare degli spazi che si aprono altrove? McCalebb e Andersen, già protagonisti nelle prime due partite, potrebbero calare? Poi c’è l’incognita Lavrinovic: perchè ha giocato meglio gara-due tornando in campo dopo 48 ore piuttosto che gara-uno da riposato? Serve la prova affidabile di uno tra l’australiano e il lituano per stanare Dorsey e Papadopoulos col tiro da fuori o punire i cambi difensivi.

Su un campo in cui quest’anno è passato solo il Cska, Siena ha bisogno di capire se vuole vincerla con migliori percentuali dalla media distanza, e l’anno scorso funzionò coi canestri inventati da Hairston e Jaric ma anche Kaukenas e Rakovic, o se è meglio ampliare il raggio di tiro e cercare di più il tiro da tre: solo tre volte in venti partite quest’anno la squadra di Pianigiani aveva avuto meno tiri da oltre l’arco che con l’Olympiacos (16 e 13), e aveva segnato meno delle 5 triple di gara-uno e due solo nei due ko a Barcellona e con Kazan.

La differenza è quella tra prendersi i jumper nelle pieghe lasciate dalla difesa greca sperando di essere in giornata, o piuttosto riuscire a mettere la palla dove si vuole, lavorando più e meglio per costruirsi piedi a terra da tre punti. Come? Portando la palla sotto (spalle a canestro ai lunghi o agli esterni di post basso, sui tagli dei lunghi nei giochi a due, con le penetrazioni dei palleggiatori) e poi riaprendola fuori a tiratori affidabili approfittando degli spazi che la difesa dell’Olympiacos collassata in area ha in verità lasciato sul perimetro più durante la stagione che nel corso di questa serie.

La differenza torna a essere dunque mentale. Tra inseguire i greci, prendendo i tiri che lasciano, o costringerli a inseguire, provando a prendersi i tiri che fin qui non si è riusciti a costruire come al solito.

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