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Stella tra le Stelle

Quarantotto ore.

Tanto serve per attraversare un mondo, anzi più di uno.

Tante ne dovevano bastare a ragazzi molto giovani, per alcuni contesti “troppo” giovani, ma se c’è qualcosa di indiscutibile nello sport – e non solo – è l’ineluttabilità del dover essere pronti all’ora X.

Niente scuse, niente proroghe, niente ritardi ammessi.

Tal giorno a tale ora, che lo si voglia o meno, si alza una palla a due e si deve essere pronti. O meglio, si dovrebbe, perché anche questa può essere una scelta. Se è vero che si può scegliere per sé, però, è altrettanto vero che non si può scegliere per gli altri. Soprattutto per gli avversari. Che non aspettano, a cui non importa sapere se tu sei pronto.

Nel mezzo di queste quarantotto ore, minuto più minuto meno, si incastra la chiacchierata che segue con Germano D’Arcangeli, allenatore, ispiratore e maître à penser della Stella Azzurra Roma.

Germano D’Arcangeli

Tra la finale della tappa di Istanbul dell’adidas Next Gen, la più importante competizione europea per club a livello giovanile che ha visto la Stella arrivare appunto al match conclusivo e cedere contro il Real Madrid di Matteo Spagnolo, e una partita di Serie A2 contro la capolista Unieuro Forlì.

Matteo Spagnolo, “stellino” anche lui, ma soprattutto una altissima espressione di talento tutto italiano emerso, però, all’interno di una delle più grandi istituzioni sportive del mondo. La “Casa Blanca”, là dove non esiste altra idea possibile se non quella di vincere e di farlo anche con un certo qual stile, rappresentando al meglio il lusso, le tradizioni e gli eccessi della borghesia sportiva.

Contro la Stella, Spagnolo (che ha già debuttato in Nazionale tra i grandi) ha messo insieme 22 punti con 8 rimbalzi e 4 assist, ma più dei numeri contano molte altre cose. Le lasciamo descrivere a D’Arcangeli, che certamente più di chi scrive ha cognizione di quel genere di talento: “Spagnolo mi ha addirittura emozionato”, dice. “Non devo presentare il giocatore, parlo piuttosto della persona, della libertà d’animo con cui l’ho visto stare in campo con quella ‘storia’ addosso, alla realizzazione di quello che ho sempre pensato fosse una persona seria. Da padre, quale sono, vedere questo mi dà una grande gioia: Matteo è un ragazzo che non se la tira, che ha forza d’animo, che ha fatto cose bellissime ma soprattutto ha sviluppato un modo straordinario di stare in campo, di gestire quel genere di situazione. Possiamo forse dire che è stato un pioniere di un certo modo di fare da parte nostra: rappresenta il fatto che si può uscire da questa provincia del basket, che si può pendere uno zainetto e andare ‘a fare a schiaffi’ tra quelli bravi. Vederlo il più bravo tra i bravi dà soddisfazione, al di là del basket è un figlio che tutti noi vorremmo avere: Matteo il mondo tra le sue mani, è una delle persone che potrà contribuire a cambiare questo nostro mondo”. In che modo? “Aiutandoci a superare il nostro modo di ragionare per luoghi comuni. In Italia parliamo di far giocare i giovani in continuazione, forse sarebbe il caso di pensare di meno e fare di più. Personalmente mi piacerebbe che lui e persone come lui, di questa qualità, possano aiutare tutti in questo senso, ognuna nel proprio ambito”.

Matteo Visintin contro Matteo Spagnolo

L’incontro con Spagnolo a Istanbul è stata certamente un’emozione, ma che si traduce in una situazione “win-win” per uno come D’Arcangeli. Ha portato la sua Stella in finale battendo Brno, Saragozza e i padroni di cassa dell’Anadolu Efes, potendo nuovamente sfidare un colosso come il Real guidato da un ragazzo che, appunto, ha la Stella come tappa importante della sua formazione. “Un’avventura molto speciale, in tempi di grandi restrizioni come questa. Siamo stati in una autentica bolla, in un hotel con accesso diretto al campo e una grande e molto rigorosa macchina organizzativa da parte dell’Efes, che non ha risparmiato di riprendere nessuno, nemmeno il sottoscritto in caso di minime distrazioni. Sono le stesse modalità usate per i campionati giovanili in Turchia”.

Si parla di basket, si parla in particolare di basket giovanile e sappiamo quanto male stia facendo la pandemia proprio ai ragazzi, allo sport che più di tutti si è fermato, picconando le fondamenta della socialità, del crescere insieme e dello sviluppo individuale. Colpi potenzialmente mortali quando si parla di atleti destinati all’alto livello o desiderosi di raggiungerlo. Tempo che non torna, in annate troppo speciali per poter essere rinviate. Tornare dunque a giocare una competizione di questo tipo (ma non solo quella, ci si ritorna dopo) non può essere stato “normale” per i ragazzi della Stella. D’Arcangeli: “Per i ragazzi è stato come dover imparare di nuovo ad andare in bicicletta, non perché fossimo caduti e dovessimo riprenderci dalla botta ma perché avevamo dovuto smettere di andarci per un anno. Come squadra abbiamo fatto delle buone cose, mai come questa volta ho visto grandi motivazioni nei ragazzi, occhioni di chi ha il bisogno di giocare, esprimersi e divertirsi, mettere il corpo addosso, difendere, essere intensi, fare e non pensare [un concetto ricorrente, questo, ndr]. A livello europeo si gioca una pallacanestro ‘intellettualmente onesta’, dove conta di più il talento e meno la tattica, dove la strategia che ti serve per sopravvivere anche in un campionato senior non vale più quando incontri accelerazioni, fisicità e letture di quel livello. Quando competi così in alto, ‘non la racconti’. Faccio un esempio, parlavamo di. Spagnolo: il suo talento è stato più importante delle strategie del Real contro la nostra intensità. Loro hanno difeso di atletismo puro, facendo la differenza conquistando alcuni possessi più di noi nel momento cruciale. Se i miei giocatori vogliono essere professionisti ed essere tra i primi in Europa devono mettere sul campo quel livello di energia, di atletismo, di capacità di leggere, capire il gioco, di stare in campo”.

La Stella Azzurra in campo a Istanbul

Il riferimento al campionato senior è ovviamente a quello di Serie A2 Old Wild West, che in questa stagione è tornato ad avere tra i suoi protagonisti proprio “quelli della Stella”. Una scelta costosa e strategicamente necessaria per fornire a giocatori anagraficamente molto giovani un contesto competitivo adeguato e “garantito” (quando solo pochi mesi fa non era nemmeno ipotizzabile l’attività agonistica giovanile, nemmeno di livello nazionale), insieme ad alcuni elementi più esperti (lo statunitense Steve Thompson, il croato Sandi Marcius, Roberto Rullo e il playmaker classe ’99 Lazar Nikolic). Ma quanto è utile la Serie A2, per confrontarsi poi a quel livello giovanile in Europa?

La risposta di D’Arcangeli è interessante: “In assoluto il nostro campionato è molto lontano dalla fisicità di Zalgiris o Real a livello giovanile. Non capita quasi mai di confrontarsi a quegli ‘strappi’, a quell’atletismo, a quella velocità di gambe, mani e pensiero. La A2, però, ti offre pressione, la tensione dell’importanza del risultato: queste partite aiutano aiutato i giocatori da questo punto di vista. I ragazzi hanno assorbito momenti di stress, normali per chi è ultimo in classifica, affrontando le partite sempre con un po’ di acqua alla gola. Questa esperienza si è vista a Istanbul: l’anno scorso, a Monaco, contro il Real Madrid ci siamo presentati con una squadra che aveva probabilmente più talento, ma ci siamo sciolti come neve al sole. La A2, quindi, è stata importante perché ha insegnato ai giocatori qualcosa non sapevano di dover sapere. Si sono trovati a dover agire anche contro i molti imprevisti, tra partite rinviate, infortuni, risultati e altro ancora. A Istanbul abbiamo giocato la gara d’esordio senza un 2.14 come Kevin Ndzie, fermato per complicazioni burocratiche all’ingresso in Turchia. I ragazzi non si sono scomposti, sono stati bravi a gestire questa cosa e pensare solo a giocare, trovando le alternative necessarie per competere. Questa cosa viene dal campionato di A2: la gestione dell’imprevisto, degli arbitri, del contenere le conseguenze di episodi che possono generare un parziale”.

Nicola Giordano in azione

Un gruppo di giocatori che ha fatto prova di maturità, per quel livello, che ha agito in maniera compatta pur essendo allenati e “allevati” alla capacità di esprimere individualmente il proprio potenziale, ad uscire dal perfezionistico concetto dell’esecuzione maniacale per abbracciare quello dell’iniziativa, della presa di rischi, e dunque di coscienza, che significa anche saper aspettare il proprio “turno”. “Tutti i ragazzi che reclutiamo conoscono all’inizio quello che è il loro percorso”, spiega il coach, “cerchiamo di essere più trasparenti possibili: tutti, quando arrivano, hanno un’idea del loro percorso, non abbiamo mai chiesto a nessuno di venire a giocare tanto per giocare, ma di venire qui a esibirsi. Alla Stella bisogna perdere ogni retaggio, occorre costruire un muro culturale rispetto a quello che è il concetto della squadra comunemente usato. Nella nostra squadra si parlano almeno tre lingue diverse oltre all’italiano, che però è la nostra lingua comune nel nostro vivere, allenarci e giocare insieme. Tra di loro non ci sono pezzi di un qualche puzzle, abbiamo ‘i cintura nera di penetrazione’ e ‘i cintura nera di tiro’, per fare un esempio, e si esibiscono facendo una cosa che gli piace. Anche l’egoismo, però, rientra in un perimetro, sapendo tutti di avere un traguardo da tagliare con un ordine: poi, naturalmente, a parità di talento si cerca la cosa più importante per vincere. A livello individuale possiamo dire che questo è stato il momento di Nicola Giordano (21 punti, 5 assist e 4 rimbalzi contro il Real per il classe 2003, inserito nel quintetto ideale del torneo), il prossimo anno sarà il ‘turno’ di un 2004, poi di un 2005. Quando portammo Spagnolo al Next Gen – tornando a lui – era di tre anni più piccolo, ha giocato di altri che si godevano il proprio momento a coronamento di un percorso. Giordano ha doti morali incredibili, capacità tecniche anche per spegnere un avversario: era convinto di fare bene e lo ha dimostrato, ha monetizzato il lavoro fatto per arrivare fino a queste partite. Se c’è un segreto, che non è un segreto, è rispettare il proprio talento con la costanza”.

Ma 48 ore dopo Istanbul c’è stata la gara con Forlì, una sconfitta, che ha ribadito quale sia l’orizzonte immediato della Stella Azzurra, ovvero competere per cercare di ottenere una salvezza nel secondo campionato nazionale. Perché come dice D’Arcangeli, “il tempo di crogiolarci al sole rispetto a quanto fatto in Turchia non lo abbiamo”.

Pietro

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The importance of narrative in fight sports

Heavyweight clash between WBA, IBF, WBO, IBO World Champion Anthony Joshua and WBC World Champion Tyson Fury is now on.

Two fights to be scheduled in 2021 that will crown a new Undisputed Champion since Lennox Lewis back in 1999, when he defeated Evander Holyfield in back-to-back fights.

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Eddie Hearn, managing director of Matchroom Sport and Joshua’s manager, immediately told ESPN: “One of the fascinations about this fight will be the buildup because they’re two totally different characters, two totally different personalities. The mind games will be on another level for this fight. Tyson is very good at that. Anthony is excited by that. … He’s so pumped, so focused, he hasn’t stopped training since the [Kubrat] Pulev fight [in December]. He’s like a caged lion. The buildup is going to be epic”.

Neither Joshua or Fury are Cinderella Men, both of them are champions, both of them are great fighters, both of them represents an amazing fan base such as British boxing’s one.

Still, they NEED this fight to be put in the right perspective in terms of narrative in order to be SOLD.

Every contest, every sports match or fight has to mean for something great. People have no more time to waste (or let’s say, less time) to watch something which isn’t worth their time.

If I don’t see a new champion or something really important to change at the end of the fight/match/game, why should I watch?

That’s why so many titles came in boxing: a long list of new federations, belts, a great display of fantasy in order to crown fighters here and there to promote any kind of meaning to the fights.

In Joshua vs Fury case, this is not necessary because ALL the belts are there on the line. Still, it’s necessary to convince people that this is FINALLY the fight we all wanted and needed to happen.

Was it the same with the Wladimir Klitschko’s fights against Fury and Joshua, which he lost by the way? Yes, but…

World Boxing Council (WBC) belt wasn’t there. For some years, Wladimir’s brother Vitali Klitschko held that title and there was no way they would step into the ring to fight each other. So, as strong as they were, as different as they were (Vitali was believed to be “tougher” than Wladimir), we missed a unified, recognized, unanimous World Heavyweight Champion.

This time, all the titles are in contention. This time is for REAL and it has to be sold this way. This time there will be no opinions, just facts. Two fights to determine who’s the man, who’s the best, who’s the unified, recognized, unanimous World Heavyweight Champion, the most important title in fight sports because of its story, its legacy and its drama.

Several generations grew up watching the Rocky saga in theater, home video or tv. We still are influenced by the 70s legends such as Muhammad Alì, Joe Frazier, George Foreman.

Here in Italy, despite a good number of World Champions in all weight classes, nobody is even close to Primo Carnera’s legendary aura. Not even Francesco Damiani, who held the WBO title in the same years as Mike Tyson wore the WBC, WBA, IBF titles as the Undisputed World Champion.

Why Primo? Because of that Heavyweight mystique.

That’s why these upcoming fights are made to set a new standard in boxing narrative. It lasted 22 years since the Undisputed Champion was crowned: too much, hopefully not too late to return to the boxing prime among fans and media all over the world.

Pietro

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Troppe squadre? Verso un “nuovo” sport

Parole molto interessanti del presidente dell’ECA Andrea Agnelli, che sostiene ragionamenti già svolti da altri sport (basket soprattutto) a livello continentale, ma che dovrebbero indurre lo sport professionistico a una riflessione complessiva.

Punti salienti:

  • Troppe squadre che diluiscono competitività e risorse
  • Una analisi (o un tentativo di) dei tifosi di sport odierni, a partire da ciò che vogliono vedere e da come lo guardano
  • Il leitmotiv della sostenibilità economica: se non si guarda anche al profitto, lo sport professionistico non può continuare a esistere a lungo (prima nel piccolo, poi nel più grande dei sistemi)

Aggiungo io:

  • Affidare il modello di sport alla nostalgia (dalla costruzione degli stadi, alla comunicazione, alla capacità delle leghe di essere tali e ragionare d’insieme, all’annosa questione televisiva… ce ne sarebbe da discutere per mesi) è sbagliato come riguardo qualsiasi argomento. Ogni storia va rispettata ma la storia è dinamica, ce lo insegnano i libri di testo.
  • Il riferimento alle troppe squadre, all’interesse che viene meno su troppe partite prive di reale valore competitivo deve interessare anche le competizioni nazionali (che nell’intendimento di Agnelli sono superate): la Serie A a 20 squadre non è verosimile, come la Serie B. Più squadre ci sono, meno risorse si dividono e più la qualità media cala, inevitabilmente.
  • Andrea Agnelli sui tifosi: “Dobbiamo anzitutto mettere i tifosi al centro: il sistema attuale non è fatto per i tifosi moderni. Le ricerche dicono che almeno un terzo di loro seguono almeno due squadre; il 10 per cento segue i giocatori, non i club. Molto probabilmente ci sono troppe partite che non sono competitive, sia a livello nazionale che a livello internazionale. Non possiamo dare per scontati i tifosi, o rischiamo di perderli“. Agnelli si riferisce a una nuova tipologia di tifosi: meno ultras (per semplificare), più appassionati in senso lato. Persone meno disponibili a seguire un intero campionato o un’intera partita, molto più disponibili a guardare per ore una playlist su un giocatore o di giocate spettacolari, oltre che disponibili a pagare per ciò che desiderano vedere (e basta).

Nel mio piccolo:

  • Lavoro nel basket o attorno al basket da molti anni: è arrivato davvero il momento di stringere, di selezionare all’ingresso i club che ambiscono a far parte del professionismo, di regolamentare meglio l’attività dilettantistica e di ridurre il numero di squadre che vogliono farne parte. Perché ridurre non significa vietare, significa ottimizzare le risorse economiche e umane (dirigenti, allenatori, giocatori, arbitri, impianti) e fare lo sport di livello professionistico laddove si è attrezzati in modo professionale.
  • Coloro che invece non possono/vogliono fare questo, si dedichino con maggiore attenzione all’aspetto formativo di ciascuna categoria, per garantire palestre/campi, allenatori/istruttori, dirigenti più qualificati a gestire lo sport di base.
  • Sullo sport di base: affrontare in modo deciso il problema dell’educazione fisica scolastica. Ora più che mai non è pensabile essere obbligati a pagare per l’avviamento allo sport e la scoperta delle varie discipline. Come si scopre di essere più portati per la fisica anziché per la filosofia, la scuola deve aiutare i bambini/ragazzi a scoprire se possono essere più abili nel calcio o nella corsa.

Nessuna ricetta segreta, solo una base di idee su cui ragionare per chi vorrà.

Pietro

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Pandemic vs. Entertainment: Now and Then

The global spread of the SARSCoV2 infection has forced all of our activities to adjust, which also means to just stop and close indefinitely. As for sports and entertainment industry, all of the activities are made behind close doors since last year and it affected all the organizations and people involved, including fans of course. Lots of questions have been made, lots of topics have been discusses, lots more have to be. There is a time, now, when the pandemic is leading the way sports/shows/concerts/events (you choose the order) have to be “played” and how (as fans, viewers, workers) we have to be involved.

The modern technology, streaming services, social media and other tools are making it easier on an individual standpoint but it looks like we are all considering this a transition: at some point pandemic will be the past, but we don’t know when and we don’t know how.

Fans, more specifically, will be the key to reshape the sports and entertainment in the near future and the process will consider what we’ve done during the infamous lockdown era to still live our passion. What will we keep from that experience?

Virtuality has become the only reality to fans/customers, for now. We all miss packed venues, we all miss that energy, we all miss that way of life and we all want to have it back.

However, will we really be back to life as it was? How long will the transition period in between be? Will we have to adapt to some sort of “new normal”? I have a few questions, and no, I don’t have the ultimate answers. Do you?

As a sports and entertainment professional: I want to discuss with you if what we do now is still right/will still be right and if our profession will still be required in the near future.

As a sports and entertainment fan: I want to question my options, my views and my wishes on how I enjoy now and how I would in the future.

Please find a few questions below. Feel free to answer, comment, send more.

NOW

How can we be fans?
Are Social Media the only way to do it?

How can we be there?
Are “Virtual Arenas” be enjoyable in the sense of togetherness?

How can we support financially?
How much and how long are we paying subscriptions to get some merchandise and services without attending any game/event/show?

How can we encourage?
Do the “likes”, “emoticons” and comments are the right way?

How can we share?
Without high fives, hugs, any other form of physical enthusiasm, how are we sharing our passion?

THEN/WHEN?

How will we be fans?
On-Site Events will be back: which of these are you waiting for besides live games/events/shows?

How will we be there?
Are we going to get sellout crowds again with actual capacities?
Will the venues (stadiums, arenas, theaters) be transformed to welcome less people, trading bigger attendance with more security and comfort?

How will we support financially?
Will ticketing be as important as it was in terms of rates?
Will tickets be cheaper?
Will tickets be implemented with online services from now on?
Will “virtual” tickets help to have a larger attendance thanks to technology and tools?

How will we encourage?
Will we be ready/allowed to get ourselves into large crowds again to just cheer our favorite star?

How will we share?
How long it will take before physicality will be back for good into fans reactions?

Pietro

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L’ultimo giorno

Il 23 febbraio 2020 è stato l’ultimo giorno di una vita normale.

In trasferta con la Junior Casale, a Torino, giocando in extremis l’ultima partita “a porte aperte”. Alle 12, perché già tre ore dopo il Torino, nella stessa città ma nel calcio, lo avrebbe fatto a porte chiuse.

Erano giorni particolari, surreali.

Sapevamo, non sapevamo niente in realtà.

Avevamo bisogno di sapere perché avevamo risposte da dare a uomini, donne, ragazze e ragazzi, famiglie, prima ancora che dirigenti, allenatori, giocatori, staff.

Prima ancora che a noi stessi.

La frammentazione delle informazioni, dalle strumentalizzazioni politiche, alla confusione indotta da troppi pareri (di medici e soprattutto non), dalla semplice paura dell’ignoto.

C’era quella partita. Allora ci sembrava importante. Era un test, si giocava per agganciare il primo posto in classifica.

Oggi non conta più niente e non per la retorica, ma perché quella stagione iniziata tra mille difficoltà e grandi speranze non è mai finita.

Finì quella partita e non sapevamo cosa sarebbe accaduto.

Avremmo dovuto giocare la domenica successiva. Poi quella dopo. Poi sospensione. Poi chiusura.

Intorno a noi, cambiava tutto.

Dove si comprano le mascherine? Non si trova l’Amuchina, cosa posso comprare?

Ma poi, quale mascherina? E il disinfettante funziona davvero?

Riprenderemo. No. Forse sì. Invece no. Eh ma il calcio. Eh, non c’entra, chi ha potuto permetterselo economicamente ha creato le condizioni per riprendere. Per gli altri, non c’era storia, non c’era il modo. I tamponi? Impossibile pensare, allora, di farseli ogni settimana.

Nel frattempo un mondo si è fermato. Disgregato. Era il nostro.

Un gruppo di persone, con uno scopo comune. Svanito.

Nemmeno il modo, il tempo di un saluto tutti insieme.

Le videochiamate, le chat, via via sempre meno.

Dispersi.

E così molte altre cose. Nella solitudine delle nostre case.

Le ore dell’annuncio del primo lockdown. Chiamare i cari per dirsi: che facciamo? Facciamo i bravi, ecco che facciamo. Aspettiamo, pazientiamo. Soffriamo. Pensiamo. Troppo, a volte.

Un anno così, passato velocemente tra mille annunci, decisioni definitive che non lo erano, soluzioni che non lo erano, svolte che non lo erano.

Siamo ancora qui. Purtroppo non tutti, perché questa bestia che ha investito il mondo ne ha portati via e ne porta tanti con sé. Svaniti, nella memoria collettiva, non di chi quei lutti li ha sofferti, li soffre, li teme.

Siamo ancora qui, dopo le cantilene, i “celafaremo”, gli slogan pro e anti qualsiasi cosa.

Siamo ancora qui e il mondo di prima non è tornato ancora. Tornerà? Forse, forse no. Non abbiamo il pieno controllo, ancora, di questo inferno quotidiano che ci mette a confronto ogni giorno con il nostro specchio.

Tutto quello che volevo dire è che un anno fa, poco prima delle 14, è finita una partita. Suonata una sirena. Su tante, troppe cose della nostra vita.

E tutto quello che vorremmo è giocare un’altra partita. Una come quella. Ci manca persino quello che ci manda a fare in culo. Quelli, anzi, ce n’erano sempre. Mi mancate. Non vedo l’ora di rivedervi.

Pietro

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Perché vedevamo poco (contiene sport, radio, internet e occhi chiusi)

“Good”.

Una parola sola, una parola semplice.

Raccontava il tiro da tre punti di Robert Horry che sanciva la vittoria per 100-99 per i Los Angeles Lakers nella finale della Western Conference contro i Sacramento Kings.

Una rimonta da -24 coronata da quel tiro, per nulla costruito e del tutto fortuito nello sviluppo di una azione che aveva precedentemente visto sbagliare quelli che in quel momento erano il numero 1 e il numero 2 del Gioco (in quale ordine scegliete voi), ovvero Kobe Bryant in avvicinamento e Shaquille O’Neal dopo il rimbalzo d’attacco.

La smanacciata di un grande ex Lakers come Vlade Divac spedisce la palla proprio in direzione di. Horry e… “Good”. Senza questo episodio, probabilmente, non avremmo vissuto il “three-peat” gialloviola e magari avremmo visto vincere un titolo a una delle più entusiasmanti squadre dei primi anni di questo millennio, i Kings allenati da Rick Adelman con gente come Mike Bibby, Doug Christie, Predrag Stojakovic, Chris Webber e, appunto, Divac. Non lo sapremo mai.

Torniamo però al punto di prima, quel “Good”.

Non lo troverete in nessuna telecronaca perché a pronunciarla non fu un tele bensì un radiocronista. Già, e noi come lo sappiamo?

Lo sappiamo perché quella sera ero a Milano, per la precisione in via Deruta, insieme a Gianmaria Vacirca, Massimo Pisa e altri inquilini più o meno fissi del grande open space che ospitava varie redazioni e personaggi che poi, a vario titolo, avrebbero avuto un ruolo nel mondo dell’informazione sportiva.

Quella sera, prima di ogni “League Pass”, molto prima che arrivassero la fibra ottica e il 5G, internet offriva comunque dei modi ragionevoli per seguire quasi tutti gli eventi sportivi. Il play-by-play, che oggi appare del tutto obsoleto, era qualcosa di rivoluzionario. Allora, sempre in quegli uffici milanesi, si era stati in grado di produrre le dirette in streaming del campionato di Serie A di basket, irradiate “worldwide” e gratuitamente grazie ai diritti acquisiti da MP Web. Eravamo, però, in un momento in cui ancora troppa gente viaggiava a 56k e dunque non era in grado di fruire di quel prodotto.

Non c’erano i social network (allora si aggiornava il proprio nome di MSN Messenger o ICQ anziché lo stato di Facebook), e perfino la NBA doveva ancora esplorare la propria capacità di produrre contenuti multimediali e trasmetterli online.

Esistevano già le pay-tv e le dirette, certo, ma naturalmente c’era sempre qualche altra partita che si voleva vedere più di quella “in catalogo”.

NBA.com, però, offriva a chi soffriva (in senso clinico, probabilmente) una soluzione per alleviare la mancanza di immagini in diretta, se proprio non si poteva fare a meno di aspettare gli highlights e se la partita non era prevista dall’offerta televisiva (come era il caso di quel Lakers-Kings).

Sul sito ufficiale della Lega, infatti, era possibile accedere alle radiocronache di tutte le partite. Straordinario. Immergersi in quel mondo non già attraverso le immagini ma grazie alle voci, ai suoni, al rumore.

No, non era la stessa cosa e no, non è un momento di nostalgia. Anzi, si trattava solo di un palliativo per la fame che avevamo di vedere quella partita, un problema che oggi per fortuna non sussiste.

Quelle radiocronache le ho usate anche per lavoro, perché – pensai – se nessuno può vedere le partite, quanti ce ne saranno che passano la notte ad ascoltarle per poi scriverci sopra? Non so se la risposta fosse superiore a uno, una parte di me se lo augura e un’altra parte spera di no, perché dopo tutto a ognuno di noi fa piacere pensare di essere stati gli unici almeno in qualcosa.

A quelle notti ho ripensato questa mattina, mentre le raccontavo a un ragazzo che per un puro fatto anagrafico non può aver conosciuto l’era dei pionieri di internet e di certo non poteva sapere come si stesse nei primi anni ’90, la domenica sera, mentre si aspettavano con ansia i risultati e il commento alla giornata del campionato di Serie B2 di basket dalla voce del “signor Lazzaro”, storico commentatore per Radio Vela ad Agrigento (e a preallertare gli ascoltatori sull’inizio del programma veniva proposto sempre lo stesso pezzo: “Let’s Groove” degli Earth Wind & Fire) sapendo che non c’era altro modo di avere quelle notizie in modo più veloce.

Non era un modo né più giusto, né più umano, né più romantico: era semplicemente il modo più avanzato – per i tempi di allora – di avere le informazioni nel più breve tempo possibile.

Suona irreale in un’epoca in cui puoi guardare una partita Under 14 sul proprio cellulare (chiedo scusa, smartphone).

Sta di fatto che avendo avuto come abitudine la radio (e ancora grazie al Signor Lazzaro) per seguire la squadra per la quale si faceva il tifo, pareva naturale affidarsi a quel mezzo anche per seguire eventi di ben altro livello, oltre che essere una sfida personale (non quella con l’insonnia, persa da sempre, bensì quella con la comprensione dell’inglese).

Oggi la radio esiste ancora, mentre la qualità (nonché la quantità) dello streaming ha raggiunto livelli di assoluta eccellenza.

I nostalgici diranno che forse era meglio prima, quando le cose le immaginavi prima di vederle (o a volte le immaginavi e basta), e tutto ciò avrebbe stimolato fantasia, creatività, originalità di pensiero.

Oggi abbiamo le immagini, sempre, tutte, per cui siamo messi di fronte ai fatti non opinabili: dunque, meno immaginazione.

Oppure, forse, la straordinaria opportunità di utilizzare il fatto per argomentare, alimentare la dialettica, il confronto su basi oggettive, tenersi il sentimento per quello che vale e per quello che è, vale a dire una fondamentale componente umana che in nessun caso deve assumere valore “scientifico”.

Troppo complicato? Forse, ma sto dormendo poco e questa frase è uscita un pò così. Vorrà dire qualcosa, o forse no.

Magari provate a leggerla, anzi, a chiudere gli occhi e farvela leggere. Se siete sufficientemente romantici vi sembrerà di ascoltare una radio e questo pensiero apparirà perfino magico.

Se invece appartenete a quelli che si avvicinano al cinismo come stile di vita, probabilmente finirete a prendervi in giro da soli prima che lo faccia la persona che avete costretto a leggervi questa roba mentre osservava i vostri occhi chiusi e l’espressione contrita alla ricerca di un qualche significato mistico.

Pietro

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Un mazzo di chiavi

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L’appartamento che chiami casa, perché da qualche mese ci sono dentro le tue cose.

Delle strade che ora padroneggi, che sono sempre più piccole una volta che impari a orientarti.

Delle facce, delle voci, degli sguardi che non conoscevi diventano familiari.

Il tavolo di un bar diventa il tuo, senza sapere perché.

Cose che hai portato rimarranno dentro lo stesso cassetto finché non te ne andrai, non ti muoverai di nuovo.

Memorizzare i negozi, contarli quasi, per capire di che cosa si vive da queste parti.

Incontrare qualche volta le stesse persone, provare a “localizzarle”, immaginarne la quotidianità.

Calcolare esattamente i margini di ritardo, di città in città: ovvero, sapere perfettamente da dove a dove ti serve almeno un quarto d’ora, quando al telefono sarai sempre lì “tra cinque minuti”.

Calcolare il tempo che è passato, valutare quanto sei rimasto negli altri posti, immaginare un’idea di futuro.

Mettere insieme tutte le cose di cui senti la mancanza, sapere che sono da qualche parte ad aspettarti. Chissà per quanto.

Dire “vado a casa”. “Sono a casa”. E qual è, casa?

Ce n’è sempre e solo una, è che adesso non me lo ricordo più.

Pietro

Aveva ragione Borlotti

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Nessuno racconta mai cosa succede nelle favole. Dopo.

Cenerentola è mai stata felice con il suo principe?

La “Bella” avrà poi scelto di invecchiare con la “Bestia”?

E soprattutto, che ne fu della Longobarda al secondo campionato di Serie A, dopo la rocambolesca salvezza ottenuta all’ultima giornata grazie alla doppietta del talento triste Aristoteles e al cuore dell’allenatore Oronzo Canà?

Nessuno lo sa.

Perché le storie di fantasia spesso ci piace fermarle al momento più bello, che non è necessariamente il momento giusto.

La verità su quella Longobarda, nello sport che ha abituato (giustamente) i tifosi a conoscere anche le condizioni economiche dei propri club, dove gli ammortamenti sono importanti quanto i trequartisti e le fidejussioni come i tiratori da tre punti, la disse il vituperato presidente Borlotti in uno degli spaccati che lo ritraevano alle prese con la gestione nuda e cruda del club immaginato nel celebre “Allenatore nel pallone”.

Quando quello che oggi chiameremmo il Board si riunì per decidere le sorti di un Canà che non sapeva letteralmente che fare della squadra che gli era stata affidata.

Lo difendi solo tu, Canà, sei solo ormai”, dicevano a Borlotti.

Sì, ma sono solo anche quando si tratta di tirar fuori i soldi”, rispose lui.

Un segmento del film che passa totalmente inosservato, persi tra le improbabili trattative brasiliane, la sconvolgente approssimazione nel preparare e giocare le partite, gli sbalzi d’umore dei tifosi.

Qualcuno ci può dire, realmente, cosa ne fu della Longobarda nella stagione successiva?

Da quello che racconta il film sappiamo solo che con ogni probabilità non sarebbe stata allenata da Canà. Probabilmente nemmeno il goleador Aristoteles, vittima della “saudade” che in Italia venne resa celebre dall’ex Fiorentina Edmundo, sarebbe stato ancora al suo posto.

E, altrettanto probabilmente, Borlotti non avrebbe trovato altre risorse, guidando verosimilmente la squadra verso una retrocessione ancora più rovinosa. Cornuto (e lo sapevamo) e mazziato.

Cosa voglio dire con questo?

Niente. Avete detto tutto voi.

Dove sei stato in questi giorni?

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Nella voce di Luigi Tenco.

Nel prezzo in lire di una vecchia edizione di un libro che non sapevo esistesse.

Nella genuina risata di un gruppo di amici.

Nella piacevole sensazione di una passeggiata non programmata.

Nei venti minuti di sonno rubati un sabato pomeriggio.

Nel fastidioso interrompersi di una telefonata.

Nelle storie di Instagram.

Nella serenità di una cena con un amico.

Nelle notifiche di WhatsApp.

Nella stanchezza della domenica sera.

Nella mia macchina fredda la mattina presto.

Nell’attesa del caffè.

Nella solita incapacità di prendere sonno.

Nel dubbio, come costante.

Nella voglia di guidare.

Qui.