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Auguri Poz (contiene intervista amarcord)

Gianmarco Pozzecco e la mia coppola. Belle coseIl 15 settembre 2012 Gianmarco Pozzecco compie quarant’anni. Solo per l’anagrafe, perché quanti anni possa avere il Poz nella sua testa lo può sapere davvero solo lui. Ho avuto la possibilità di conoscerlo lavorando per il mensile Dream Team, curavo la sua rubrica (potete immaginare il livello dei contenuti!), e una volta abbiamo fatto una intervista vera e propria. Quella che vi ripropongo qui sotto.

Ovviamente gli dedicammo la copertina, con la foto che vedete qui di fianco, scattata da Matteo Marchi: ritrae un Poz con la coppola (la mia, tra le altre cose), in omaggio alla sua stagione siciliana con Capo d’Orlando. Era la vigilia del suo ritorno da avversario contro la Fortitudo Bologna, ci incontrammo nel suo albergo. Totalmente immarcabile: mentre rispondeva alle mie domande dava consigli all’allora GM Vacirca su dove portare la fidanzata a mangiare, intratteneva altri clienti dell’hotel a caso, rompeva le palle ai compagni di squadra che passavano di lì. Marchi non ne poteva più.

Mi piace anche ricordare un’altra cifra tonda: 50, ovvero il numero della rivista che lui “diresse”. Dream Team chiuse i battenti qualche mese dopo, ma quella del “Pozzecco direttore” rimane una delle cose più divertenti che abbia mai fatto. E mi ricordo la sua emozione vera nel vedere le prime prove su carta di una rivista-tributo interamente dedicata a lui, in una stanza della vecchia sede dell’Olimpia Milano in via Caltanissetta. Poz piace a molti, altri lo detestano. Per me, semplicemente, è un grande.

Auguri Gianmarco!

(Intervista a Gianmarco Pozzecco, Dream Team 37, gennaio 2008)

Gianmarco, sei già tornato da avversario a Bologna, ora è il momento dell’ultima della carriera a Varese: cosa ti aspetti?

A Bologna l’ho vissuta come un preavviso di ciò che può succedere a Varese. Ci ho giocato quasi tre stagioni, ma ho instaurato rapporti quasi di fratellanza, ho conosciuto un sacco di amici che non vedevo l’ora di rivedere – Simone della Braseria, Ugo del Rivabella, Steve Fabiani, Abele Ferrarini, mille altri. Insomma, anche tornare a Bologna è stato qualcosa di molto particolare, ma dico e ribadisco che per me Varese è Varese”.

Nell’amore per la Effe la motivazione del tuo rifiuto alla Virtus Bologna.

Sì, ed è stata una scelta personale, nessuno mi ha mai condizionato. L’unico che poteva farlo era Giorgio Seragnoli. Andai a fatica a parlargli, chiedendogli se poteva essere un problema per lui, ma mi disse di no – forse solo se fosse stato ancora lui il presidente della Effe sarebbe stato diverso”.

Una notte difficile, comunque.

Sì, era un venerdì sera. Non sono stato bene per niente, e alla fine cambiai idea. Mi resi conto che era una cosa che non mi apparteneva. C’era una decisione da prendere, era un momento molto serio, ma quando mi immaginavo con la maglia della Virtus non mi accettavo. Non ho nulla contro la Virtus, l’ho detto 1.500 volte, però io alla fine ho giocato a Varese e alla Fortitudo, ed è giusto che uno come me abbia fatto una scelta di quel tipo, istintiva, perché io sono così”.

Quindi l’approdo in Sicilia, per tanti una pazzia.

Quando chiamai Enzo Sindoni gli dissi: ‘Le cose stanno così: posso andare alla Virtus, situazione vantaggiosa, gioco in Eurolega, mi allena una persona che stimo molto come Pillastrini, in una città dove ho casa, in una società che mi dà la possibilità di vincere…’. E lui: ‘Mi stai dicendo che vieni a Capo d’Orlando’. ‘Sì’. Una scelta che, fino a questo punto e al di là dei risultati, mi ha confortato. A giocare per le Vu Nere non ce l’avrei mai fatta”.

Da Bologna non te ne sei andato per scelta tua, ma di Jasmin Repesa.

Nella mia carriera ho vissuto momenti esaltanti e altri particolarmente brutti. Nel 1999, quando mi allontanai dalla Nazionale che poi vinse gli Europei, io ci rimasi di merda. Stessa storia nel 2003, quando Recalcati mi rifiutò prima dell’Europeo svedese; e poi ancora due anni dopo, quando Repesa mi mise fuori squadra prima dei playoff e loro vinsero lo scudetto. Sono stati tre momenti di difficoltà vera, di sofferenza”.

Però in qualche modo sei sempre tornato.

Ho sempre tratto energia positiva da queste situazioni. È logico che ho sofferto a vedere De Pol e Menego esultare da campioni d’Europa, appena dopo averlo fatto insieme per lo scudetto a Varese. Pensavo e penso tuttora che meritassi di giocare in quella Nazionale. Mi apparteneva di diritto, perché non vedevo così tanta gente più brava di me, onestamente. Però sono tutte cose che mi sono servite per crescere: quando le cose vanno male, non sempre tutto è negativo”.

È un pensiero che ora puoi rivolgere al tuo amico Belinelli?

A Marco dico proprio questo: per certi versi non giocare adesso è una cosa positiva. Ha ancora 21 anni e per lui non sono assolutamente preoccupato, ho tantissima fiducia. Anche lui ne ha nelle sue qualità, se è vero che ha detto di non voler essere considerato solo uno specialista. Deve solo riuscire a capire che tutto questo passerà, che avrà la possibilità di vendicarsi di tutto, prendendosi delle rivalse contro chi pensa che non è adatto a stare lì”.

Quindi tu confermi al 100% tutto ciò che sei stato, senza rimpianti.

Rifarei tutto: non sono andato in Francia nel 1999 e non ci andrei nemmeno adesso, ad esempio. Nella vita uno deve fare delle scelte: uso sempre l’esempio del contropiede tre contro uno con a destra Charlie Foiera e a sinistra Michael Jordan, in difesa Mutombo. Dai giustamente la palla a Jordan, che scivola e sbaglia. Riescono a dimostrarti, usando non so che tipo di macchinari, che se la davi a Foiera andava a segnare e vincevi la partita. Di conseguenza succede che la tua scelta per certi versi è sbagliata, ma la verità è che se hai Jordan a sinistra e dai la palla a Foiera sei un cretino!”.

Molto dipende anche dal momento.

Ci possono essere delle scelte che poi si rivelano sbagliate, ma rimangono giuste nel momento in cui le hai fatte. Io feci benissimo, secondo me, a non andare in Francia; Recalcati ha fatto malissimo a non chiamarmi in Svezia. Addirittura inventarono che rubai un pullman di notte, ma sul mio conto ne hanno dette di tutti i colori. Ma una spiegazione a tutto c’è…”.

Sarebbe?

Io ho venduto l’anima al diavolo per vincere lo scudetto a Varese, uno scudetto che mi permette ancora di vivere di rendita, perché altrimenti credo che mi sarei già ammazzato quattro o cinque anni fa. Rimane una cosa che mi resterà dentro per tutta la vita, e ho venduto l’anima al diavolo per riuscirci. Quindi tutte le sfighe che sono successe dopo sono arrivate perché il diavolo ogni tanto si presenta sempre con quel conto ancora da saldare. Io sono un dannato”.

Parole grosse.

Io ci credo veramente, anche perché quello scudetto ha tutto fuorché elementi di realtà. È assolutamente surreale. La stampa specializzata allora ci considerava una squadra di seconda se non di terza fascia, e devo dire che questa Pierrel ha delle analogie con quella squadra”.

In che senso?

Una su tutte è che stiamo bene insieme, come a Varese. Veramente, però, non per dire sempre ‘il gruppo di qua, il gruppo di là’: stiamo insieme perché ci piace”.

Altra tradizione e altra storia, però, Varese rispetto a Capo d’Orlando.

Senz’altro, è chiaro. Lì l’anno prima eravamo arrivati quarti e si giocava l’Eurolega, ma fondamentalmente nessuno ci considerava da titolo. Qui sulla carta siamo considerati ancora meno, però vediamo cosa succede”.

Peraltro anche senza di te la Pierrel ha fatto bene!

Meglio che abbiano iniziato senza di me! Perché poi sono arrivato io, a perdere 10 palloni a partita, tanto per far capire ai ragazzi con chi avevano a che fare”.

Ci spieghi una volta per tutte perché Pozzecco è un giocatore difficile da allenare?

Partendo dal presupposto che non sono un santo, sono convinto che a volte tutto viene portato all’esasperazione. Una volta per esempio Federico Danna [allenatore di Varese nella stagione 1999-2000, ndr] non mi mise in quintetto nella trasferta contro la Virtus Bologna. Io ebbi una reazione spropositata, quando poi mi rimise in campo mi tolse dopo tre o quattro minuti perchè avevo perso non so quanti palloni. Ho fatto scoppiare il finimondo, una cosa di cui mi vergogno tuttora. Quella sera lì il povero Hugo Sconochini venne trovato positivo al doping, e il giorno seguente sui giornali il titolo in grande era la mia lite furibonda con Danna, mentre in un angolo ‘Sconochini positivo’. Mah…”.

Cosa vuol dire quando dici che non sei un santo?

Beh, sulle critiche che ho ricevuto c’è sempre un fondo di verità. Ne ho fatte veramente di tutti i colori. Una volta rimasi a letto per un mese e mezzo con la broncopolmonite, prendendo quattro antibiotici al giorno, e nella prima partita che giocai al rientro restai in campo qualcosa come 28 minuti [20 in realtà, ndr], ma ero incazzato nero del minutaggio. Sono uscito di casa che ero un cadavere, ma io anche in quel momento ero convinto di essere il più forte di tutti. Andai da Charlie [Recalcati] il martedì e gli dissi ‘Qui non va bene: ho giocato 28, sei pazzo? Io devo giocarne almeno 35, altrimenti non gioco più!’. Mamma mia ragazzi…”.

A proposito di Hugo: l’hai visto su SKY a fare il commentatore?

Sì, per favore ditegli di tagliarsi i capelli”.

Finirai anche tu a commentare partite?

Spero non con quei capelli! Di Hugo posso anche parlarne male, è talmente un bel ragazzo! Però davvero, dalla TV non capivo se era Hugo Sconochini o una pecora: spero che ora gli abbiano tagliato la lana… So che sua moglie aveva un maglioncino nuovo, magari l’hanno fatto all’uncinetto con la lana di Hugo”.

C’è anche Boni che commenta, un altro che parla poco.

Mi dicono che massacra tutti. Mario Boni secondo me dovrebbero mandarlo a ‘Uomini e Donne’, sarebbe l’ideale. Una sera ce l’aveva anche con se stesso, ma è giusto così, è bello vedere qualcuno che apre bocca per dire quello che pensa. Non ha mai offeso nessuno”.

Boni ha detto che penserà al ritiro solo quando smetteranno di fischiarlo e inizieranno a dargli dei premi alla carriera.

Bene, allora organizzate voi che gliene diano, perché non se ne può più!”.

Pure tu aspetti i fischi e le targhe?

Io smetto comunque a fine stagione, che mi diano le targhe o meno. Anzi, per dirla con le parole del buon Commendator Zampetti [l’attore Guido Nicheli, ndr] che purtroppo non c’è più, vedo di tirar giù le ultime due targhe [a.k.a. ragazze] e poi smetto, perché da giocatori se ne beccano molte di più”.

Strage di cuori, a Capo d’Orlando?

Insomma… Da questo punto di vista è una città molto piccola, per cui non mi concedo facilmente. Cioè, mi concedo, ma diciamo che abituato alla Russia, dove c’era da star male, devo un attimino adattarmi… Poi, appena finisco di giocare, ho deciso che passerò un anno alla ricerca della donna della mia vita – e non è che sia molto semplice!”.

Tabellino del tuo primo ritorno a Varese: sconfitta di 16 e un ottimo 0/8 dal campo.

Beh, indipendentemente dalla partita l’accoglienza di quella sera rimane un ricordo incredibile e indelebile, l’emozione più alta della mia carriera insieme allo scudetto e al podio olimpico. Una cosa che non dimenticherò mai. Poi io sono un sentimentale, sembro quasi patetico certe volte: al palazzo erano tutti in piedi, io ho iniziato a piangere, tutto intorno a me c’era gente che piangeva… Insomma, è stato un momento pazzesco”.

E dire che due-tre campioni a Varese sono passati.

Anna Bonsignori, storica segretaria di Varese, venne a dirmi che i ritorni lei li aveva visti tutti, da Bob Morse a Meneghin, ma a una cosa del genere non aveva mai assistito. Per me Varese resta intoccabile, abbiamo costruito negli anni qualcosa di irripetibile, vincere con un gruppo di quel tipo è stato un’apoteosi”.

Però, ti diranno, gira e rigira hai vinto solo uno scudetto.

Ma non lo cambierei per nulla al mondo. Se me ne offrissero dieci altrove contro uno a Varese direi di no. Io litigavo sempre con Maurizia [Cacciatori, pallavolista e storica ex, ndr] che aveva vinto non so quanti scudetti e coppe. Ma le dicevo: tu hai vinto a Varese? No? E allora sta buona!

Non ammetti discussioni a riguardo.

Varese per me è la pallacanestro, non c’è altro. Poi sono affezionato a Bologna, a Udine dove ho giocato tre anni, sono sempre felice di tornare a Livorno, a Trieste ci sono nato… Ma Varese è un’altra cosa”.

Parlaci di com’è cominciata, allora, questa storia d’amore assoluta.

Varese è stata una crescita, non solo mia. Ho giocato con Toni Bulgheroni, con cui ho fatto anche il militare assieme; quando arrivai la prima volta venne suo fratello Edo a prendermi, che aveva due anni più di me. Mio padre ha giocato alla Robur e mi ha sempre parlato benissimo della famiglia Bulgheroni. Insomma, era tutto molto in famiglia. Poi Toni diventò prima DS e poi presidente, la nostra crescita è stata parallela – la mia e quella di Toni, Edo, Menego, Sandrino o di Zanus, che all’inizio doveva andare a Milano”.

Facevi parte dell’arredamento della Pallacanestro Varese.

Il clima era unico. Mi ricordo prima di gara-3 di finale scudetto: io, Bruno Arena dei Fichi d’India e tale Raimondo, a cena con altre cento persone. Questo Raimondo negli anni era sempre lì, col suo maglione rosso che mi inseguiva a bordocampo, quando facevo canestro praticamente esultavamo insieme, un personaggio mondiale. Quella sera si scherzava con tutti, Raimondo è uno che spara cazzate così buone che potrebbe fare TV ma insomma… quella era Varese. Finita la partita dello scudetto cena diciamo ‘ufficiale’ e poi tutti al nostro solito ristorante a festeggiare con la gente, i nostri amici. Poi si dice che non si vive di ricordi, ma vaffanculo! Di ricordi ci si vive, eccome – e ci godo pure!”.

Visto che smetti di giocare, i peggiori personaggi della tua carriera ce li dici?

Il più brutto in assoluto é Mergin Sina, il classico ‘scacciafighe’. Quando andavamo in giro facevo finta di non conoscerlo, in discoteca era impossibile beccare anche il più cesso che c’era se lui era nel raggio di un metro e mezzo. Però di una simpatia strepitosa… Aveva una cosa sola di bello, gli occhi verdi, ma in quella faccia lì sembravano due occhi pallati, da paura: vi giuro, una delle cose più terrificanti che abbia mai visto”.

E tra gli allenatori?

Nella Top Horror c’è di sicuro il momento in cui ho visto nudo Dado Lombardi, uno dei momenti più scioccanti della mia vita. Anche lui è un amico di famiglia, perché mio padre gli aveva fatto da vice in passato. Ci raccontò una storia in cui sosteneva di aver rotto otto denti a un tizio di Cantù, come se uno tirasse un pugno e poi contasse i denti rotti. Me la raccontò mentre si stava facendo massaggiare da Galleani, coperto dall’asciugamani, ma a un certo punto sradicò il buon Sandro, gettò via l’asciugamani e andò avanti nudo a raccontare. Avevo le lacrime agli occhi, una cosa indescrivibile”.

Basta così?

Beh no, merita una menzione speciale anche Charlie Foiera: situazione familiare allo sbando, con la mamma che fa i massaggi, il babbo che vende il cocco in spiaggia… [ride]. Il povero Charlie è rimasto sconvolto a vita dalla vista di un transessuale che stava con uno in giacca e cravatta nei bagni di una discoteca. E poi come dimenticare l’orchite di “Piccolo” Knezevic, una delle cose più brutte che ho visto nella mia vita”.

Chi ti è stato più vicino, tra i personaggi incontrati fuori dal campo?

È strano, perché io mi reputo una persona molto fortunata però alla fine mi trovo sempre con il nulla in mano. A Varese ho avuto amicizie pazzesche: Paolino, Andea Sterzi, Leo Fiore… Con loro e con Giorgino una volta abbiamo percorso il tratto Luino-Varese in tre ore e mezza anziché nei normali 25 minuti, perché ci siamo messi a cantare in ogni lingua possibile una canzone degli ‘All 4 One’! Personaggi magnifici, ma alla lunga – col fatto di andare a giocare altrove – ti allontani da tanti amici: prima li senti spesso, poi un pochino meno, poi addirittura finisce che li perdi di vista. Ho comunque un sacco di persone a cui voglio molto bene: Irma e Sergio, ad esempio, proprietari del ristorante dove andavo sempre a Livorno, che mi facevano sentire in famiglia. Una persona su tutte è Franco, purtroppo scomparso questa estate: per otto anni è stato un secondo padre, per me

Che Italia hai trovato dopo due anni in Russia?

A Mosca devo dire che è tutto un altro mondo. Un esempio: due persone che fanno un incidente sono capaci di bloccare per ore una strada a una corsia, perché non esiste che facciano la constatazione amichevole, e la gente rimane lì finché non arriva la polizia. Vivendo all’estero vedi cose che sul momento magari dai per scontate, poi però ti rendi conto quando torni che alcune cose all’estero funzionano diversamente – e ti chiedi come mai non sia lo stesso anche qui. Ti sei quasi dimenticato come vivevi prima”.

Adesso stai scoprendo il Sud.

Sono convinto che ormai in Italia cambiare città è quasi come cambiare nazione – tra Bologna e Capo d’Orlando sembrano due Paesi diversi. Capo d’Orlando è davvero un’isola felice. Io sono uno che ha paura di tutto – eppure mi è capitato di dormire con le chiavi appese fuori dalla porta di casa o di lasciare la macchina aperta con le chiavi nel cruscotto. Sono cose completamente sorprendenti per chi si immagina la Sicilia come il posto della mafia. Io, poi, sono passato da una città da 16 milioni di abitanti a una da 13.000. Qui c’è una familiarità incredibile, i miei vicini – che sono persone impagabili – ci sono per tutto quello di cui posso aver bisogno”.

Hai accennato all’inizio a Enzo Sindoni: che rapporto c’è con il tuo attuale presidente?

Credo che sia una persona estremamente sentimentale, molto genuina e affettuosa. Vi potrei leggere il suo ultimo messaggio, qualcosa di commovente: come si fa a non giocare per uno così?”.

Insomma, alla faccia di chi ha un po’ sorriso della tua scelta di firmare lì.

Dirò di più: adesso nel basket se ti danno 10 devi fare 10, se sul contratto c’è scritto che puoi andare due volte in bagno, alla terza ti multano – insomma, se fai o vuoi qualcosa di extra paghi. Qui sono venuti i miei genitori a trovarmi, io li adoro, ma dopo una settimana che ce li avevo per casa mi avevano fatto due palle grosse così… Sindoni lo è venuto a sapere, li ha portati a vedere tre appartamenti e li ospiterà fino a fine stagione!”.

Poz, ci avviamo alla conclusione, anche perché ti reclamano [squilla più volte il suo cellulare, la serata è lunga e il Poz è sempre molto richiesto, ndr]. Via ai quintetti: te escluso, i più forti che hai mai visto, giocandoci contro o assieme…

Io fuori? Ma stiamo scherzando? Sarei chiaramente il titolare!”.

Allora metti il tuo cambio e gli altri quattro titolari.

Allora: Michael Ray Richardson, Arijan Komazec, Charlie Foiera, Vinny Del Negro e Arvydas Sabonis. Anzi, togli Foiera e metti Danilovic!”.

E i più scarsi?

Facile: Foiera Charlie, Charlie Foiera, quello di Bertinoro a cui ho fatto da testimone di nozze, quello che gioca a Ferrara col numero 16, il mio compagno di squadra a Varese dopo lo scudetto”.

Il quintetto dei tuoi amici?

Oh Madonna, una volta era facilissimo, ne mettevo dieci e via! Adesso ragazzi miei, che dire… Proviamo: Orsini, Malavasi, Van Den Spiegel… Ce ne son troppi, dai… De Pol, Meneghin, Loncar, che va di sicuro in quintetto, Bill Edwards, Gorenc, il numero uno, Charlie Foiera… Ho giocato troppi anni, cavolo… Giovanni Sabbia, Bonsignori, Calbini… troppa roba… Delfino, Smodis, Basile… Sono troppi!”.

Van Den Spiegel ti ha mai dato una percentuale sullo stipendio, visti i pick and roll alla Effe?

Poteva davvero farlo! È diventato uno dei giocatori più ricchi d’Europa, guadagna un milione di euro! È un ragazzo di un’intelligenza fuori dal normale”.

Una curiosità: tu, Pecile, Cavaliero, Attruia… Tutti triestini e tutti playmaker, chi più chi meno. E tutti dei gran personaggi!

È vero, non siamo mica normali! Non so, sarà la bora che porta via le cellule, ci fa ingerire determinati virus. Forse è perché siamo isolati… Boh! Comunque è vero che non siamo normali. Prendi Attruia: una sera lo stavo cercando in discoteca al Pineta perché dovevamo andare via e l’ho trovato da solo in un angolo che leggeva un libro. S’è mai visto uno che legge un libro in discoteca?

Poz, per chiudere sul serio: le tue considerazioni guardando indietro tutta la tua carriera?

Quanto mi son divertito ragazzi! Avrei potuto far di più, di meno, non lo so, ma ne ho viste di tutti i colori. Credo che la qualità della vita è la cosa che conta di più, e poi ho giocato con dei tegoli [cretini???, ndr] mai visti. Anche questi di Capo d’Orlando, ragazzi miei, sono degli imbecilli… A Messina una sera siamo usciti che sembravamo gli hooligan! Da un po’ di tempo gira questa frase mia – ‘Fai quello che non ho fatto io e andrà tutto bene’ – e sembra che sia una gran genialata. Ma l’unico consiglio reale che do a un ragazzino che gioca è: ‘Diventa un giocatore e inizia a guadagnare: ti diverti come un porco!’. Forse perché è un ambiente sano, fatto di gente incredibile. Per me, purtroppo, ormai è finita”.

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Uno da serie TV, Jaja Pozzati (contiene consigli per gli acquisti)

L'apertura della Ferramenta

Nell’ambiente del basket lo conoscono in tanti, e tutti come “Jaja”. Lui è Jacopo Pozzati, @JPOZ32 se volete beccarlo su Twitter, e lo trovate a Bologna in negozio. Anzi, in Bottega, un’autentica istituzione per chi ama lo streetwear e – come tra poco Jaja ci spiegherà – non solo quello. La scorsa settimana lui e i suoi hanno dato una festa per l’inaugurazione di un altro negozio: la Ferramenta. E allora due chiacchiere per festeggiare questo evento le abbiamo fatte più che volentieri. Le foto sono di Matteo Marchi.

01. Perché funziona associare dei negozi di scarpe e streetwear a nomi come “Bottega” e “Ferramenta”?

“Innazitutto qua non parliamo d negozi di sneakers, ma di un negozio Back Door dedicato alla pallacanestro in un piano, con un altro piano interamente dedicato a quella che io chiamerei “Way Of Life”, né streetwear, né fashion, bensì quello che l’amore per questo lavoro ci porta a fare, ma se proprio dobbiamo usare un termine tecnico userei High fashion streetwear. In Ferramenta abbandoniamo il basket giocato per dare spazio all’abbigliamento da donna in tutte le sue forme, all’ottica di iper ricerca sia da sole che da vista (siamo in partnership con un colosso nel settore dell’ottica) alla tecnologia, con un corner interamente dedicato ad accessori per iPhone, Mac, ecc. Dopo questa piccola preview posso rispondere alla tua vera domanda: Bottega perché prima sorgeva appunto una vera e propria bottega di quartiere, una istituzione per Bologna, un vecchio negozio ultracentenario – la Ditta Evangelisti – dove si poteva trovare di tutto: dagli zerbini fatti su misura, alla raffia, al tessuto rosso per le famose ed ormai quasi estinte tende rosse bolognesi. Ferramenta perché esattamente 100 anni fa in quel luogo è nata la prima attività commerciale, appunto una ferramenta, dove prima (da quasi 700 anni e passa) sorgeva un antico convento ed il suo dormitorio”.

Passavano di lì

02. La sportiva che ha più stile, e perché.

“Per quel che poco che vedo, apprezzo la Pellegrini per il suo voler sentirsi donna e riscoprire la sua innata femminilità al di fuori della vasca. È una cosa che apprezzo molto perché la donna ogni tanto deve sentirsi donna al 100 %, anche se viene da un background rude come può essere la sua professione”.

03. Lo sportivo che ha più stile, e perché.

“Parlo di quelli che conosco io: Mattia Cassani [calciatore del Palermo, ndr] e Marco Materazzi [ex Perugia e Inter, ndr]. A modo loro vestono, parlano e si atteggiano in maniera diversa dagli stereotipi dello sportivo ricco e famoso, hanno un loro cervello vero, sono ipersmart e piacevoli. Mattia è un pò il mio fratellino minore in sede di gusto, malato di vestiti, sempre attento alle novità introvabili sul mercato, grande fan di mercatini (i famosi flea market) e mobili antichi, pronto ad ascoltare ed imparare cose nuove e prendere un aereo con me appena se ne ha la possibilità. Marco è diverso, anche se pure lui simile a me: deciso, testardo ed eccentrico, ha una classe tutta sua nel suo modo di vestire ed essere. Look molto più sportivo ma di ricerca, totalmente fuori dal comune, come è stata ed è la sua fantastica vita e carriera, che aggiungo si è meritatamente guadagnato con i sacrifici… mentre tra gli stranieri Sean Avery sicuramente, l’ex stella dell’hockey NHL definitivamente gettatosi nel modo del fashion business in Usa”.

Dalla Virtus Bologna, Giuseppe Poeta e Chris Douglas-Roberts

04. La colonna sonora ideale dei vostri negozi: titoli a piacere.

“Una meltin’ pot di titoli, te ne starei a elencare un migliaio viste le nostre molteplici sfaccettature. Scegli a tuo piacimento tra Marvin Gaye, Jackson 5, Stevie Wonder, The Black Keys, Wilco, Soulclap e DJ Uovo”.

05. Lo sportivo più forte che ha comprato qualcosa da voi.

“Troppo facile, Marco Materazzi”.

06. Lo sportivo più scarso che ha comprato qualcosa da voi.

“Mi avvalgo della facoltà di non rispondere, troppe conoscenze ho”.

07. Lo sportivo (o il personaggio) che se entrasse in negozio potresti svenire.

“Too easy anche qua… quello che ancora quando passa incute reverenza verso chiunque, ce l’ho pure tatuato sul braccio destro, l’uomo che ti umiliava già solo con il sorriso: Magic Johnson!”.

08. La tua Top 5 delle sneakers da passeggio.

“Nike Air Jordan 1 Og, Nike Air Jordan 11 Concor, Nike HTM Runboot 2, Nike HTM Runboot 2, Vans Era White on White, adidas Gazelle Vintage”.

Jaja & Girls

09. La tua Top 5 delle scarpe da basket, per giocare.

“Nike 2K4, Nike Zoom Kobe III, Nike Zoom, Kobe 5, Nike Air Total Package Lo, Nike Zoom, BB Low II”.

10. La cosa più cretina che ti è capitato di vendere spacciandola per una figata.

“Niente, non sono il tipo, sono troppo onesto come commerciante!”.

Pietro

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Faccio contento Beppe Nigro

E così ecco i pronostici per la Coppa Italia di basket (fatti alle ore sedici e trendadue minuti di giovedì sedici febbraio duemiladocici):

Siena, Milano.
Venezia, Cantù.
Siena, Venezia.
Siena.

Ciao,

Pietro

(Le partite le trasmettono su La7d e La7.it. Tutte tranne la seconda semifinale e la finale, che vanno su La7)

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La mia domenica (non solo) sportiva

Una visione approfondita dei 42 punti di Tony Parker (diventato per l’occasione il miglior assistman nella storia della franchigia) nella partita tra San Antonio e Oklahoma City.

L’interpretazione di mamma della dieta: lasagne E polpette di carne e patate.

Gabon-Mali, quarto di finale di Coppa d’Africa, e annessa telecronaca. Alla fine l’unico giocatore che si è presentato ai calci di rigore col sorriso ha tragicamente segnato il suo destino (e dire che avevi anche già preso il palo, povero Aubameyang):

Per chiudere in bellezza un trancio di pizza preso da Woodstock (chi vive a Milano e spesso mangia tardi sa di cosa sto parlando) a casa di MG per assistere alla partita tra Canadian Solar Bologna ed EA7 Emporio Armani Milano, vinta dalla seconda che ho detto.

Vinta bene (qui gli HIGHLIGHTS), con Bremer esplosivo nel finale (due triple consecutive, soprattutto).

Poi ho visto l’inizio del Lingerie Bowl, che mi ha fatto scoprire un nuovo talento del bordocampismo: lei.

Qualche altra cosa l’ho tweettata.

Pietro

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