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La meteora J.D.

L’inglese Mark Deeks, che gestisce il sito ShamSports.com, ha buttato giù una lista di giocatori che potrebbero prossimamente essere l’oggetto di un “call-up”: quelli, cioè, che stanno facendo molto bene nella D-League e potrebbero essere chiamati da qualche franchigia NBA.

Tra i nomi proposti ce n’è uno che riguarda da vicino l’EA7 Emporio Armani Milano: trattasi di Justin Dentmon, apparso sul finire della scorsa stagione quando si infortunò J.R. Bremer.

Lo si vide in campo soltanto nella serie di playoff contro Venezia: segnò 11 punti in 20 minuti (con 3 assist, 2 rimbalzi e 3 perse) in gara-1, per poi mettere insieme altri 2 punti, 1 assist e 2 rimbalzi in 17 minuti complessivi nelle successive due partite.

Arrivò in condizioni fisiche non ottimali, ma in tanti si domandarono cosa sapesse fare questo ragazzo.

Ecco la spiegazione, o almeno quella di Deeks, che ha inserito Dentmon tra le point guard più interessanti.

Justin Dentmon – 19.7 ppg, 4.0 apg, 5.0 rpg: Uno che non si vergogna a fare canestro, Dentmon è il miglior marcatore della squadra con il secondo miglior attacco della D-League [gli Austin Toros, ndr]. Anche lui ha avuto qualche possibilità nella NBA in diverse occasioni [Toronto per 4 partite e San Antonio per 2, ndr], grazie alla qualità del suo tiro (43.2% da fuori in carriera nella D-League) e alla sua capacità di crearselo. Tuttavia, per poter avere una possibilità di essere qualcosa di più di un giocatore marginale nella Lega, deve avere la stessa fortuna di un Eddie House [l’annosa questione del trovarsi al posto giusto nel momento giusto, ndr].

Pietro

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Queste dichiarazioni mi piacciono un sacco @Angelicobiella

L’Angelico Biella gioca nel campionato di Serie A di basket, è penultima in classifica con 6 punti in 12 giornate, è reduce da due ripassate prese da Cantù e – soprattutto – Brindisi.

Queste sono le parole di Marco Atripaldi, general manager della società, sull’allenatore Massimo Cancellieri, che è una persona garbata e seria.

“Capitolo allenatore: Cancellieri è un bravo allenatore, con la fiducia della Società e dello spogliatoio: chiunque venisse al suo posto chiederebbe di cambiare tre giocatori; proviamo invece a cambiare la squadra insieme a lui perchè se lo merita visto che ha a cuore questo Club, visto che lavora come un matto e visto che in tre anni non ha mai chiesto un giocatore in più, nemmeno l’anno scorso, quando raggiungere i playoff sarebbe stato magari utile per la sua carriera e in questa stagione ha accettato di allenare un gruppo pieno di scommesse e sta tuttora provando a farlo funzionare nonostante le evidenti difficoltà. Perchè credo che sia una questione di serietà e questa è una Società seria. In ogni caso Cancellieri non è mai stato messo in discussione. Né da me, né dal Presidente”.

Le ho riproposte perchè, credo, contengono diversi messaggi positivi. Da imitare.

Augurando a Biella, ad Atripaldi e a Cancellieri, di fare i passi avanti che gli serviranno per continuare a giocare nel massimo campionato.

Pietro

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Superficiali constatazioni statistiche sugli All-Star italiani @allstargameita

Questi sono i convocati (Nome, squadra, punti a partita, minuti a partita)

Riccardo Cervi (Trenkwalder Reggio Emilia) 2.9 e 11.9

Massimo Chessa (Tezenis Verona) – LEGADUE

David Cournooh (Biancoblu Bologna) – LEGADUE

Lorenzo D’Ercole (Acea Roma) 7.0 e 20.6

Andrea De Nicolao (Cimberio Varese) 5.0 e 15.4

Alessandro Gentile (EA7 Milano) 4.5 e 15.6

Matteo Imbrò (Saie3 Bologna) 3.5 e 16.5

Daniele Magro (Umana Venezia) 2.6 e 5.1

Valerio Mazzola (Sutor Montegranaro) 4.8 e 20.2

Nicolò Melli (EA7 Milano) 4.6 e 14.8

Riccardo Moraschini (Saie3 Bologna) 4.4 e 12.7

Achille Polonara (Cimberio Varese) 10.3 e 22.7

Il totale dei punti segnati a partita dai giocatori selezionati e militanti in Serie A è 49.6 (media 4.96), con un minutaggio medio di 15.5.

Questi, invece, i top scorer italiani del massimo campionato (Sì, lo so, non è solo dai punti segnati che si misura un giocatore. Ma qui parliamo di All-Star Game, non di raffinate soluzioni tattiche per vincere l’Eurolega).

1. Gigi Datome (Acea Roma) 18.5 (Farà la gara del tiro da tre. Ma non la partita)

2. Daniele Cinciarini (Sutor Montegranaro) 15.0

3. Daniele Cavaliero (Scavolini Banca Marche Pesaro) 12.5

4. Andrea Cinciarini (Trenkwalder Reggio Emilia) 12.1

5. Giuseppe Poeta (SAIE3 Bologna) 11.7

6. Achille Polonara (Cimberio Varese) 10.3 (unico tra i convocati)

7. Massimo Bulleri (Umana Venezia) 10.1
7. Andrea Crosariol (Scavolini Banca Marche Pesaro) 10.1

9. Pietro Aradori (Chebolletta Cantù) 10.0

10. Luca Vitali (Vanoli Cremona) 9.4
10. Angelo Gigli (SAIE3 Bologna) 9.4

Massimo rispetto per tutti. Ma l’All-Star Game non dovrebbe essere un’occasione per monitorare i giovani, semmai quella di mettere in mostra per una sera il meglio che c’è a disposizione, tanto per divertirsi un pò.

Così, per me, è meglio non farlo. Piuttosto organizzate un’amichevole ufficiale con la nazionale “vera”.

Pietro

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Così parlava Simone Pianigiani (3 anni fa)

Oggi che si è chiuso un secondo ciclo di tre anni (per un totale di sei scudetti consecutivi), e che il c.t. azzurro Simone Pianigiani ha annunciato la sua decisione di lasciare la Mens Sana Siena, suo club di sempre, ripropongo una mia intervista realizzata per il “fu” mensile Dream Team con il coach senese dopo la conquista del terzo scudetto. Il suo cammino era già da record, non poteva ancora sapere fino a che punto.

Pietro

L’IMBATTIBILE

Lo dicono i numeri, che in Italia lo mettono al livello – se non sopra – dei migliori allenatori di sempre. Merito di Siena, certo. Dei giocatori. Di un progetto societario e aziendale importante. Ma merito, soprattutto, di Simone Pianigiani

SIENA – Da ragazzo a uomo. Da progetto a splendida realtà. Da assistente a capo. Il tutto, non muovendosi mai da casa. Simone Pianigiani è un autentico figlio di Siena – con la quale, dice, “ho un rapporto viscerale” – perché è Siena che oggi, dopo anni di paziente attesa e di tanto lavoro, da ragazzo gli ha permesso di diventare uomo, all’interno dell’ambiente di cui voleva far parte.

Oggi, 119 vittorie e 3 scudetti dopo (per quanto concerne il record “italiano”), Pianigiani è semplicemente uno dei migliori allenatori d’Europa – parole e musica di Zelimir Obradovic. “Ovviamente è qualcosa di molto stimolante e gratificante essere arrivato al punto da poter sfidare sul campo allenatori come lui, come Messina e tutti gli altri”, ci dice Pianigiani. Uno che, prima di farsi consegnare le chiavi di casa da parte del presidente Ferdinando Minucci, ha lavorato come assistente per grandi nomi della panchina.

Gente passata da Siena anche per arricchire il bagaglio di esperienze del nostro protagonista, se è vero – come Minucci ha sempre sostenuto – che Pianigiani era un vero e proprio progetto della società. Siena come punto di partenza, quindi. E Siena, finora, anche come punto di arrivo del 40enne allenatore della città del Palio (“Che però non riesco più a seguire, visto che in quei giorni sono sempre preso tra ritiri e altri impegni”): “Paradossalmente ho avuto la possibilità di fare il percorso giusto rimanendo fermo. Restando a Siena in tutti questi anni ho fatto tutte le esperienze possibili: allenare i giovani, reclutarli, fare scouting, vivere il ruolo di assistente ad alto livello [di allenatori come Pancotto, Melillo, Dalmonte, Rusconi, Frates, Ataman e Recalcati, ndr]. Poi il part-time di Carlo [Recalcati] – per i suoi impegni da commissario tecnico della Nazionale – mi ha lasciato più spazio per essere protagonista anche con la prima squadra”. Esperienze importanti.

“Certo, perché facendo l’assistente in un certo senso ‘rubi’ spunti a tutti coloro con cui lavori: e per me uno spunto non è mai una cosa tecnica, ma un insieme di cose. Una parola, una determinata situazione, la gestione di un rapporto. Alla fine noi siamo il frutto della somma delle nostre esperienze, poi è chiaro che ogni allenatore deve avere una sua idea di come vuol fare pallacanestro, deve avere un certo approccio al lavoro, un’etica di allenamento, e le priorità sono sempre molto personali e caratterizzanti. Personalmente mi sento in una situazione privilegiata e cerco di non deludere le aspettative di chi mi considera un allenatore di livello. Arrivare a giocare l’Eurolega è il massimo per la mia professione: poter sfidare gente come Obradovic, Messina, Gershon e tutti gli altri è impagabile”.

Fare l’allenatore è un mestiere “totalizzante”: la leggenda ti vuole addirittura maniacale. Perché?

“Perché penso che sia normale, al di là di tutto. Si va in campo, si cena tardi dopo la gara, si riguarda la partita, si fanno quelle valutazioni che magari – in una serie di playoff – la mattina dopo devi essere pronto a comunicare ai giocatori. È vero, a me il lavoro piace prenderlo in maniera totalizzante, ma non voglio apparire, né io né il mio staff, un maniaco o un ossessionato dal risultato o dalla tattica. Vedo il mestiere di allenatore come qualcosa di artistico, in un certo senso: bisogna abbinare tutta una serie di cose, ci sono mille spunti, occorre fare un lavoro molto creativo. È in questa chiave che mi piace pensare, ad esempio, ai tanti momenti in cui ci siamo ritrovati a lavorare anche a orari non consueti. Non cerchiamo solo particolari tecnici, ma anche la maniera migliore di dare ai giocatori stimoli sempre nuovi, per tenere sempre sollecitata la loro attenzione. Perché questo lavoro sia efficace serve creatività, gente che propone. Mi piace pensare a un laboratorio di idee, in termini molto moderni”.

Alla fine però è il capo allenatore ad avere l’ultima parola, a giocarsi la sua credibilità.

“È normale che il capo allenatore abbia le responsabilità maggiori. Però in tutto questo processo c’è molto entusiasmo da parte di tutti, credo che nello sport serva questo. Noi allenatori dobbiamo creare un sistema nel nostro lavoro, per poterlo fornire ai giocatori, dei quali dobbiamo rispettare il talento e la genialità. Ma il talento, senza un sistema, è fine a se stesso”.

Usiamo una parola che oggi appare un po’ inflazionata: progetto. Avete iniziato la stagione 2006-07 con l’idea di un lavoro su base triennale per ritornare a essere competitivi. Avete esagerato.

“Sì, onestamente credo che un triennio con questo record non sia mai appartenuto a nessuno, e probabilmente non si ripeterà tanto facilmente. Per noi era impossibile ipotizzare tutte queste vittorie. C‘era un programma triennale, con l’idea di tornare il terzo anno in Eurolega e provare a competere per il titolo. Ora, alla prima stagione abbiamo bruciato tutte le tappe, vincendo subito lo scudetto, ma non per questo il progetto si doveva fermare – anzi, necessitava di una nuova spinta. Tre anni sono anche un percorso significativo per fare dei bilanci e capire ora come andare avanti. Sicuramente intorno alla squadra tutti hanno ancora il desiderio di partecipare a un progetto molto coinvolgente, ora si tratta di capire – insieme al presidente Minucci – qual è il modo migliore di dargli continuità”.

Il presidente Minucci, la mattina dopo il titolo [quello del 2009], aveva parlato di due visioni diverse sul futuro della squadra: tu più conservativo, lui – anche per esigenze manageriali – più disposto a fare cambiamenti.

“Ma sostanzialmente eravamo e siamo d’accordo sull’idea generale, che è quella di non ripartire da zero, anche per non disperdere un patrimonio di lavoro fatto. Allo stesso tempo è giusto tener presente una certa progettualità societaria, ma anche immettere nuovi stimoli dentro al gruppo. E poi questi discorsi bisogna farli prendendo in considerazione quello che offre il mercato, le situazioni e le opportunità, intese come scelte che magari si è costretti a dover fare”.

Sempre su questi tre anni, i tuoi primi da head coach. Quali sono i più e i meno per Simone Pianigiani?

“Direi che la quasi totalità è positiva, al di là dei successi ottenuti. Sono stato felice di vedere crescere la squadra e i giocatori con il lavoro, mi ha fatto piacere sentire i miei giocatori rispondere alle sollecitazioni e ho apprezzato moltissimo il fatto di lavorare con un gruppo straordinario, anche dal punto di vista umano. Le cose meno belle, invece, sono legate a certe esasperazioni italiane, a certa stampa che tende più a fare polemica piuttosto che a esaltare le cose positive. Insomma, la constatazione che in generale se fai le cose molto bene vieni considerato più in Europa che in Italia. Qui si vive di astio e discussioni da bar, e invece proprio da questo punto di vista è stata molto bella la finale con Milano, giocata in un contesto civile, con tanta gente venuta a vedere il basket e che è rimasta fino alla fine anche se la squadra di casa ha perso. Un bel segnale”.

Dal tuo privilegiatissimo punto di vista, vedere altre squadre – oggi Milano, ieri Roma e Bologna – essere contente di “vincere lo scudetto degli altri”, considerando il Montepaschi fuori portata, come lo interpreti?

“Prima di tutto dicendo che noi non siamo fuori portata. Tutto quello che siamo ce lo siamo guadagnati con grande fatica, ed è questo che ha fatto la differenza. Noi  abbiamo passato l’estate preoccupandoci della Supercoppa, poi della prima di campionato e poi via via del resto. Gli altri ci prendevano come punto di riferimento, mettendo al centro della discussione il fatto di avvicinarsi al nostro livello. Noi invece non abbiamo mai pensato di avere due, tre o quattro avversarie dirette, ma abbiamo considerato ogni partita come una sfida a sé – ognuna difficile. Detto questo, credo che le squadre che in una stagione arrivano in fondo, fanno una finale e raggiungono ottimi risultati debbano essere contente. Non possiamo continuare ad avere una logica sportiva per cui soltanto chi vince è bravo e gli altri sono dei perdenti. Per vincere o perdere, prima di tutto bisogna essere lì a giocarsela, e non è mai scontato”.

Quello che invece a volte si da per scontato è il vostro lavoro: “Siena è troppo più forte, più ricca, più brava”. Si è arrivati a un punto dove gli scarti plateali con cui  vincete vi danneggiano?

“Questo fatto più che innervosirmi mi dispiace, soprattutto per i miei giocatori, perché non c’è il giusto rispetto per il lavoro che svolgono quotidianamente. Molti di quelli che dicono che oggi per noi è tutto facile tre anni fa non erano convinti del valore di certi giocatori, ragazzi che allora non avevamo mai disputato un playoff di Serie A o giocato un’Eurolega, a 30 anni. Per onestà intellettuale allora si dovrebbe esaltare a dismisura la mia squadra se se la gioca con le big europee pur senza Lavrinovic e Domercant, come di fatto è successo contro il Panathinaikos. Se noi siamo deludenti perché perdiamo contro una squadra che ha 15 giocatori tra i più forti d’Europa, allora il giochino non mi sta più bene”.

Ci sono stati, in questi tre anni, momenti particolarmente significativi all’interno del tuo gruppo?

“Ce ne sono stati tanti, dal punto di vista sia umano che professionale, sia nei colloqui con il gruppo che a livello individuale. Non è giusto renderne pubblico uno piuttosto che un altro, anche perché i rapporti non bisogna mai darli per scontati in un contesto di squadra dove si mettono insieme persone che non si sono mai viste prime e che arrivano da esperienze molto variegate. Basti pensare alla stagione che ha vissuto con noi un ragazzo come Joseph Forte, stagione che non ha replicato né prima né dopo. E poi ci sono gli stimoli che anche i giocatori hanno dato a noi allenatori. È stato un bel percorso, per tutti”.

Rewind. Quando ti hanno detto: ”Sei il coach”. Pensieri?

“Ho pensato che avevo fatto bene negli anni a non accettare proposte per andare via da Siena, rifiutando altre offerte da capo allenatore per aspettare di avere la chance di allenare questa squadra. Comunque fosse andata, ne sarebbe valsa la pena”.

Com’è Simone Pianigiani quando stacca la spina?

“Cerco di vivere comunque il basket a tutto tondo, perché la mia professione include i viaggi, il rapporto con gli altri, le passioni forti. Cerco però di sviluppare anche altro, cerco di ritagliarmi sempre uno spazio prima di dormire per prendere in mano un buon libro, piuttosto che per interessarmi sinceramente alle persone. E come nel mio lavoro cerco di andare sempre ‘dentro’ alle cose, fino in fondo, pensando che il basket sia solo un meraviglioso strumento per conoscere mondi, persone, situazioni diverse e vivere emozioni, che è la cosa importante”.

Curioso, quindi?

“È importante essere aperti a mille stimoli, quando vuoi ottenere il meglio nella tua attività e hai l’esigenza di appassionare e motivare chi ti sta intorno. I miei hobby? Mi piace il cinema importante, quello un po’ noioso [scherza], magari in bianco e nero. Così come la letteratura che viene considerata un po’ più ‘pesante’. Credo che anche nel mio mestiere serva saper leggere anche la terza pagina di un giornale, e la curiosità che cerco di avere credo che sia doverosa. Sono nella vita come nel mio lavoro: non un manager puro… più ‘umanista’, se così si può dire”.

Parlaci del tuo rapporto con la città Siena.

“Ogni senese è legato visceralmente alla sua città, per mille motivi. Io paradossalmente, facendo questo lavoro, la vivo meno e così il mio rapporto con Siena è quello di chi vorrebbe riappropriarsi un po’ di più di questa città. Oggi è questo il mio obiettivo a livello personale, proprio il contrario di quando si è giovani e si investono energie per crescere in fretta. Siena è magica da vivere nella sua totalità: mi piacerebbe fare delle vere e proprie vacanze nella mia città, poter scegliere un buon ristorante in collina, passeggiare in centro, prendere un caffè all’aperto, andare in contrada [lui è della Lupa, ndr]”.

Per chiudere: il sogno di Siena, e immaginiamo anche il tuo, è vincere l’Eurolega. Faresti un ‘voto’ pur di arrivarci?

“Onestamente no, la scaramanzia non mi appartiene. Divento matto quando non proviamo a fare il massimo per vincere, ma essere ossessionati dalla vittoria è il modo perfetto per non arrivarci mai”.

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Accetto la “sconfitta”. Siena, complimenti

Non ero molto fiducioso che Milano riaprisse la finale scudetto di basket in gara-5 a Siena.

Avevo pronosticato una vittoria dell’EA7 in questa finale scudetto, con un 4-2. A posteriori un pronostico assurdo, ma mi ero lasciato convincere da una squadra non perfetta ma composta da numerosi giocatori forti, un allenatore esperto, reduce da tantissime vittorie consecutive (in mezzo un unico k.o. a Pesaro) e, sì confesso, mi ero lasciato convincere che la carta d’identità di molti giocatori di Siena avrebbe avuto un peso specifico maggiore rispetto alla loro qualità. Ho sbagliato, sono sportivo e riconosco i meriti di chi “mi” ha battuto.

Siena, dunque. Non ho molto da dire sul basket mostrato dalla Montepaschi Siena in questa stagione o in questa serie: certamente questa è stata la stagione con meno continuità e forse anche con meno qualità rispetto alle cinque precedenti, ma ha dimostrato di essere comunque al di sopra degli altri. Cantù non ce l’ha fatta anche perché ha perso troppi pezzi, Milano perché – questa è una mia teoria – forse dovrebbe iniziare a dire quello che pensa davvero: questa società vuole (giustamente) vincere appena possibile, vuole (giustamente) avere un peso politico maggiore, vuole (giustamente) prendere il posto di chi c’è stato finora.

Invece ci ha detto sempre e “solo” che l’importante è crescere, che agisce per il solo senso di responsabilità nei confronti della pallacanestro italiana, mentre il terzo punto sarebbe una conseguenza dei primi due. Vabbè. Io penso che Milano volesse vincere dal primo giorno, ma ha sbagliato le modalità (con riferimento al triennio precedente). Penso che volesse vincere anche dal primo giorno di questa stagione, che identifico con la presentazione ufficiale di Sergio Scariolo. Altrimenti non avrebbe messo su una squadra pescando uomini importanti dai migliori club europei. Mi è sembrato, insomma, di vedere eccessivo leziosismo. Come quelli che non pronunciano la parola scudetto, come se fosse brutto – nello sport – dichiarare di voler vincere.

Lasciamo chi ha perso e andiamo da chi ha vinto. Siena è più forte, e in una serie così lunga non si vince per gli arbitri o per la politica (frase rubata da una recente conversazione), almeno questo è il mio pensiero. Non si vincono sei scudetti consecutivi per esclusivi demeriti altrui. Non si vincono sei scudetti consecutivi se non si ha dentro qualcosa di importante. Non ho sempre condiviso l’atteggiamento di Siena, che purtroppo per lei non è mai stata la squadra di tutti gli italiani ma “solo” la squadra della sua città, vivendo qualsiasi cosa fosse all’esterno come un elemento avverso, da sconfiggere.

Ho sincera stima per chi ha costruito questa società, per chi l’ha gestita, per chi ha allenato questa squadra e ci ha lavorato intorno. Mi spiace che nel corso di queste ultime stagioni si sia (come insieme) dialogato poco con questa realtà. Sono scelte: Siena s’è goduta per sé la Mens Sana, e la Mens Sana si è goduta Siena. In fondo, questo estremo senso di appartenenza è stata la forza principale di questo club.

Non ne ho sempre condiviso nemmeno le scelte tecniche, ma chi sono io per parlare di fronte a quest’orgia di titoli e alle eccellenti partecipazioni all’Eurolega (con due Final Four conquistate in questo arco di stagioni)? A sentire le parole di Stonerook e Pianigiani, ho avuto la netta sensazione che sancissero l’ufficialità della fine di questa “belle époque” biancoverde. Vedere l’abbraccio tra il capitano e l’allenatore mi ha emozionato. Perché se sei appassionato di sport e questa scena non ti commuove allora non voglio sapere di che sport tu stia parlando.

Quello che meglio riassume questi sei anni, forse, ce lo ha detto Nikos Zisis, favoloso giocatore che dovrebbe aver giocato la sua ultima partita a Siena: “Parlare è facile, fare è difficile“. Siena ha fatto. Tanto. E quindi si merita, se non un applauso o un abbraccio, almeno una stretta di mano dai tifosi più astiosi.

Pietro

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Dunque avevo pronosticato… (male) E ora…

Allora, avevo detto:

Siena-Varese 3-0. Palo, gol.
Serie finita 3-1, con una bella soddisfazione per i varesini che poco di più avrebbero potuto fare, anche contro una versione di Siena che mi entusiasma molto meno delle precedenti.

Sassari-Bologna 1-3. Palla in tribuna. Risate di scherno.
Serie finita 3-0, anche se i tiri decisivi di Diener (gara-2) e Vanuzzo (gara-3) mi hanno fatto ritenere di non essere poi così lontano dalla verità. Tipo “ah però se non entrava quel tiro”. E però se mia nonna aveva le ruote era una carriola, siamo sempre lì.

Milano-Venezia 3-0. Rete! Rete! Rete! (cit.)
Serie finita effettivamente 3-0. Coach Mazzon ha detto che non gli è piaciuto l’arbitraggio, e la sua Venezia è sata a un passo dal vincere sia gara-2 che (soprattutto) gara-3. Vabbé, mi prendo l’unico “punto” realizzato su quattro, a prescindere dalla forma.

Cantù-Pesaro 3-2. Traversa. Amarezza.
Serie finita 3-2 ma per Pesaro, e l’amarezza è solo quella di non aver beccato il pronostico. Questo risultato però conforta la mia idea di una Cantù comunque troppo corta (accorciata, meglio, dalla sfiga) per rappresentare poi una minaccia per Milano, avendo due partite in più in corpo rispetto all’EA7.

Quindi mi tocca rifare i pronostici, almeno in parte.

Avevo Siena-Bologna 3-1 e Milano-Cantù 3-1.

Direi che posso correggere un Siena-Sassari 3-0 (perché comunque Siena mi sembra molto più forte e organizzata) e un Milano-Pesaro 3-1 (perché Milano è più forte, più profonda e più tutto, ma in singola serata Pesaro può battere – e ha battuto – tutti).

La finale? Confermo un Siena-Milano 2-4, non essendo stata “toccata” questa potenziale sfida.

Ma perché vedo favorita Milano?

Non solo per una questione fisica (sono tanti, grossi, atletici, in forma e più freschi rispetto ai veterani di Siena).

Dall’inizio della stagione sostengo che questa sia una squadra non solo forte, ma molto forte. Comprendendo anche il tagliato Nicholas, Milano aveva in quintetto due campioni d’Europa in carica, un finalista di Eurolega, un playmaker arrivato a due minuti dall’ultima Final Four e un’ala piccola che ha fatto la semifinale e vinto scudetto e Coppa Italia con Siena (concetto già espresso a più riprese, ma vale la pena ricordarlo).

Ha avuto Gallinari per un po’ (e poi non è che l’abbia “perso”, lui ha giustamente onorato il suo contratto con Denver), si è rinforzata prendendo il miglior italiano disponibile sul mercato (Gentile), e un altro esterno scelto espressamente dal coach (Bremer, che poi s’è fatto male). Uno squadrone, insomma, contando che ci sono anche Giachetti (cresciuto piano piano), Mancinelli, Radosevic, Melli, Rocca.

Uno squadrone che ha preso forma dopo quell’orrendo mese di gennaio, e forse grazie anche all’arrabbiatura successiva ai due confronti con Siena (quello dei “5 secondi di Facchini” in Coppa Italia e quello di campionato, la prima partita “vera” giocata da Milano a Siena da anni a questa parte).

Milano è cresciuta, le altre sono calate. Siena ha sbagliato i conti estivi non tenendosi Hairston, ciccando la scelta Summers e poi prendendo Rakocevic che a livello di ruolo non c’entra assolutamente nulla. E poi Kaukenas, e poi altri guai fisici. Cantù sul più bello ha perso Micov e Shermadini (e aveva già perso Scekic), e chiunque sostenga che queste assenze non abbiano un peso sull’uscita ai quarti di finale della Bennet (e pure sulla perdita del secondo posto in classifica) o non capisce di basket o è semplicemente fazioso, con tutto il rispetto per la (meritata) vittoria di Pesaro.

Cosa manca dunque all’EA7 per vincere? A mio avviso niente (posto che l’unico punto davvero debole rispetto a Siena è il cambio del playmaker: tra Zisis e Giachetti non c’è storia, e non è poco), se non – forse – la consapevolezza di poterlo fare sul serio. La voglia c’è. Ma finora nessuno ha mai vinto due partite contro la Siena di Pianigiani in una singola serie di playoff. Figurarsi quattro. Per riuscirci, prima di tutto, serve immaginazione, serve la visione della vittoria, ora che (a differenza degli anni passati) l’Olimpia ha il materiale per vincere.

Pietro

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Rianimiamo @Beppaccio. Ecco #imieiplayoff scudetto

Visto che l’inutile bracket dei playoff scudetto prima o poi tornerà a chiedermelo (stiamo parlando del senese Giuseppe Nigro, giornalista rinomato soprattutto per il suo amore per la tagliata), gioco d’anticipo e vi propongo i pronostici sui playoff che ci faranno sapere il nome del team nuovo (?) campione d’Italia di basket.

Come per la Coppa Italia vado solo d’istinto. Solo come viene. Solo numeri.

Non gufo e non tifo nessuno, ma se pensarlo vi fa stare meglio non ve lo impedisco. Io sono sempre per la serenità.

Si comincia il 17 maggio con Siena-Varese e Sassari-Bologna, dopo undici giusti giorni di riposo (per il calendario, consultare il sito ufficiale della Legabasket). C’erano le Final Four di Eurolega e data la massiccia partecipazione italica non si poteva certo giocare. Mica puoi giocare senza Lamonica e Sahin ad arbitrare, no?

Quarti di finale

(1) Siena – (8) Varese 3-0

(4) Sassari – (5) Bologna 1-3

(2) Milano – (7) Venezia 3-0

(3) Cantù – (6) Pesaro 3-2

Semifinali

Siena – Bologna 3-1

Milano – Cantù 3-1

And the winner is…

Siena – Milano 2-4

Pietro

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Sul “fallimento” di Luis Enrique

Mi colpisce chi ha commentato, commenta e commenterà la scelta di Luis Enrique di lasciare la Roma elogiandone la dignità di fronte al “fallimento”.

Io credo che mai come nel calcio – e mai come in Italia – si abusi di questa parola, che è molto pesante, e credo anche offensiva.

Cosa avrebbe fallito Luis Enrique? Ha perso qualche partita più del dovuto o ne ha vinta qualcuna meno del dovuto, può essere.

Che aveva in testa Luis Enrique? Fare quello per cui era stato chiamato: provare a costruire una squadra a sua immagine e somiglianza, esercizio che nella sua professione (ed è la SUA professione) richiede tempo, anche tanto, soprattutto in un contesto ambientale e tecnico in cui doveva iniettare delle idee molto diverse da quelle che solitamente si era abituati a seguire. Vale il concetto per i giocatori, per i tifosi, per i media, per tutti quanti. Vale anche per lui.

“Fallimento”. Ogni sconfitta è un fallimento. Un rigore pro è un “favore”, un rigore contro è un “torto”. Vincere con un tiro in porta è “carattere”. Perdere colpendo due traverse “mancanza di cinismo”. Così si pensa, di norma, quando si parla di calcio. Che non è un gioco, non è un business, non è uno sport: per molti è ancora una valvola di sfogo. Sono ancora troppi coloro che pensano che siccome ognuno ha i suoi problemi dal lunedì al sabato, la domenica ha pure il diritto di scaricarli addosso ai calciatori (più spesso che agli altri sportivi), che sono viziati, strapagati, stronzi. Ma solo quando perdono, altrimenti caroselli.

Arrivare settimi con una squadra da settimo posto (perché la Roma questo è, al netto delle prestazioni individuali di molti dei suoi giocatori e non solamente per lacune tattiche che comunque andavano colmate) non è un “fallimento”. E non lo era per la A.S. Roma, che avrebbe confermato l’allenatore alla guida della squadra. Non lo era per i suoi giocatori, che hanno speso più di una parola a favore di Luis Enrique.

Il quale ha anche una carriera da grande giocatore alle spalle, con oltre 150 partite giocate nel Real Madrid e oltre 200 nel Barcellona, per non parlare della sua ultra decennale esperienza con la nazionale spagnola. Un uomo degno di rispetto a prescindere. Poi siccome s’è dimesso, allora rispettiamolo di più, perché uno che lascia perché si ritiene (a torto o a ragione) inadeguato alla causa è in effetti una sorta di marziano, almeno per quello che ci raccontano le cronache degli ultimi anni.

Mi dispiace sinceramente che Luis Enrique non alleni più la Roma, ma altrettanto sinceramente il rispetto se lo era guadagnato anche prima. Riconoscerglielo solo adesso mi sembra un esercizio piuttosto futile. Dare del “fallito” (lo è chi compie un “fallimento”) a uno così, per il lavoro che ha cercato di portare avanti, è un ulteriore invito alle società italiane a continuare  con la vergognosa (e infruttuosa, nella stragrande maggioranza dei casi) tendenza a mandare via seri professionisti sulla base di criteri assolutamente soggettivi e imponderabili. Perché anche il risultato è soggettivo e imponderabile: scindere più spesso il concetto di “prestazione” da quello di “punteggio”, in uno sport come il calcio governato dal caos (talvolta anche in senso buono), aiuterebbe anche a utilizzare meglio le parole. Una sconfitta rimane tale. Un fallimento può mettere un marchio. Di sicuro non è quello che merita di avere addosso il Sig. Luis Enrique Martínez García.

Pietro

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Comunicato dei giocatori e dello staff della Teramo Basket

Lo ricevo al mio indirizzo professionale (quello della Rivista Ufficiale NBA), lo pubblico volentieri qui. Vergognandomi un pò, come amante del basket, Perché queste cose accadono nella più assoluta indifferenza da parte di quelli che ci spiegano che “il nostro sport è vivo e in salute”. Si vede. Talmente in salute che scoppia.

Abbiamo onorato la maglia che portiamo addosso per tutta la stagione raggiungendo una salvezza conquistata sul campo in mezzo a mille difficoltà.

Rispetteremo i colori biancorossi fino alla fine di questo campionato,ma denunciamo con amarezza la mancanza di rispetto per il nostro lavoro e per la nostra professionalità.

Abbiamo aspettato invano risposte sul nostro futuro e non riceviamo quanto ci è dovuto da troppo tempo.

Crediamo che sia giunto il momento di rendere pubblico il nostro disagio di lavoratori non retribuiti,che non hanno però mai fatto mancare il proprio impegno sul campo come testimoniato dai risultati sportivi che tutti ci riconoscono.

E’ con profonda tristezza che scriviamo queste righe,nella speranza che i nostri sforzi di atleti e di uomini non vengano vanificati da chi dovrebbe garantire la prosecuzione del sogno sportivo dei veri tifosi della pallacanestro a Teramo.

Il capitano Gianluca Lulli e i giocatori e lo staff della Teramo Basket

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Le mie idee sulla riforma dei campionati di basket (vi avverto, è lungo sto pezzo)

Leggo dalla Gazzetta dello Sport di oggi un articolo firmato da Mario Canfora a proposito della riforma dei campionati di basket, che inizia con “Ci siamo quasi”, nel senso che le decisioni definitive sono ormai vicine.

Il nodo cruciale, si dice, è il secondo campionato, quello che oggi si chiama Legadue ed è un campionato professionistico a 16 squadre, con una promozione in Serie A.

Se ho capito bene, succederà questo (almeno negli intendimenti):

1. Non ci sarà più un solo girone da 16 squadre, ma due. Perché? Per accorpare, sostanzialmente, quello che oggi è il terzo campionato (La Divisione Nazionale A), ridurre il numero delle squadre formando un terzo campionato da quattro gironi da 16 squadre.

2. Attenzione, però: stesso livello ma non stesso valore. Dal secondo campionato alla Serie A uscirebbe comunque una sola promossa da 32 formazioni. Ci sarebbe un girone Gold (più importante) e uno Silver (meno importante). Il primo esprimerebbe 6 squadre ai playoff, il secondo 2. Perché?

3. Ci sarà anche una fase di playout dopo la stagione regolare: due gironi da 6 squadre: dalla 11° alla 14° del girone Gold, dalla 3° alla 10° del Silver. Ne usciranno due squadre che parteciperanno, nella stagione successiva, al girone Gold. Ma perché? Le ultime due del girone Gold, invece, andranno direttamente inserite nel Silver, e le ultime due del Silver al terzo campionato.

4. Eleggibilità dei giocatori: 7 italiani “di formazione”, un oriundo italiano, un giocatore di passaporto comunitario, uno extracomunitario. Ci sarebbe anche la norma che prevede l’utilizzo di 4 giocatori Under 22 “non obbligatori” nella misura in cui si può fare a meno di schierarli, pagando una tassa di 10.000 euro per ogni Under 22 utilizzato in meno rispetto alla norma. Quindi si possono avere solo giocatori over 22 pagando una tassa di 40.000 euro, che finirebbe in un fondo destinato a premiare, invece, le 5 società più virtuose nell’utilizzo dei giovani (parametri, però, da definire presumo in base all’impiego dei suddetti).

5. Dal terzo al secondo campionato, cioè da un totale di 64 squadre, usciranno solo due promosse per il girone Silver.

6. Questo campionato non sarà più regolato dal professionismo, ma avrà uno statuto dilettantistico.

Ecco le mie considerazioni, punto per punto.

1. Il campionato di Serie A, ormai da anni, è entrato in un circolo vizioso e quindi perdente: ci si è arrivati troppo facilmente, nel senso che troppi club che non avrebbero potuto sostenerlo economicamente e strutturalmente ci hanno messo i piedi e ci sono rimasti per anni. Il risultato? Abbassare il livello dei costi, certo, ma soprattutto della competitività, della capacità manageriale e organizzativa, anche decisionale. Negli anni si è puntato sempre più a sopravvivere e sempre meno al vertice, con la conseguenza che la Serie A ha “accolto” club che si sono rivelati pericolosi e pericolanti, ed elencare tutte le società fallite, scomparse, distrutte negli ultimi anni sarebbe un esercizio ormai troppo lungo. Non credo, per questo, che sia giusto allargare a 32 formazioni la possibilità teorica di accedere alla Serie A: si rischia di produrre uno scannatoio tra società guidate da capitani di ventura o presidentissimi dell’ultim’ora che per interessi particolari possano fare passi troppo lunghi rispetto alle proprie gambe. Magari arrivando in A, ma di fatto azzoppandola (azzoppando gli stessi club).

2. Ordine, ci vuole: il basket oggi soffre di una crisi di riconoscibilità, per molte persone facenti parte del “grande pubblico”, cioè quella massa che si cerca disperatamente di coinvolgere, è già complicato capire le regole di uno sport che non preveda i calci alla palla. Il minimo che il basket dovrebbe fare è avere campionati semplici da comprendere. Io, francamente, non capisco il senso di avere due campionati “quasi” allo stesso livello. Perché, messi così, il girone Gold e il girone Silver avrebbero valori competitivi estremamente differenti. Non capisco quindi il senso di dare la possibilità alla seconda classificata del Silver di fare i playoff a dispetto della settima classificata (magari per differenza canestri) del Gold. Perché non stabilire un semplicissimo ordine valoriale tra i campionati? Si può abbattere il numero delle squadre senza impastarli. Una A a 16 squadre è più che sufficiente, come una “B” a 16. Anzi, sono già troppe. Io porterei il numero totale delle squadre appartenenti ai primi due campionati a 28. Ricordo solo io che sono state ammesse ben quattro squadre (Verona, Ostuni, Piacenza e S. Antimo) all’attuale campionato di Legadue tramite ripescaggio?

3. Come sopra. Per attirare gente bisogna mettere ordine invece di incasinare le cose. A me questo sembra un campionato incasinato, e parecchio. Non ho mai capito il senso i campionati dei primi anni ’90 che mischiavano formazioni di A1 e A2 nei playoff scudetto. Quindi non lo capisco nemmeno di questi.

4. L’eleggibilità dei giocatori mi pare un tema ormai stucchevole. Tra professionisti, sinceramente, credo nella libertà: che i club siano messi in condizione di scegliere i giocatori migliori e/o più adatti in un libero mercato tra professionisti, che giochino i migliori e stop. I giovani vanno tutelati in altre sedi, e vanno tutelati anche con una diversa mentalità (cioè non minacciare gli allenatori alla seconda sconfitta di fila ma dando loro il tempo di lavorare, e quindi anche di sviluppare un giocatore). I paletti, lo abbiamo visto nel corso degli ultimi anni, servono solo a far lievitare i costi dei giocatori italiani e degli Under. E non credo sia smentibile (numeri alla mano) il fatto che moltissimi giocatori italiani abbiano un rendimento insufficiente per pensare di creare dei campionati strapieni di giocatori nostrani. Non ce ne sono abbastanza, altrimenti la Nazionale non avrebbe dovuto ricorrere a un playmaker oriundo per gli ultimi Europei, quindi ritengo che aumentare per decreto la presenza dei giocatori italiani ad alto livello sia folle e fuori dal tempo. La gente (intesa nuovamente come “grande pubblico”) ha bisogno dil vedere atleti che fanno canestro e spettacolo. Gli “X’ and O’” del gioco interessano a una fetta decisamente minoritaria, che per allargarsi deve almeno avere il tempo di apprezzare il lato più leggero di questo sport. L’idea degli incentivi per chi fa giocare più giovani, invece, mi piace. Ma…

4.1 Io proporrei una quota fissa da pagare per le formazioni di A e Legadue per finanziare dei campionati Under 19 gestiti dalle Leghe. Mia idea: i settori giovanili di queste società portano i loro Under 19 con loro, seguendo gli stessi calendari. I giovani delle squadre di A tra di loro, i giovani di Legadue tra di loro. Perché? Perché bisogna indurre i giovani più bravi a giocare per gli allenatori più bravi e le società che hanno migliori strutture. E uscirebbero dai campionati nazionali così come organizzati adesso? Sì, per quanto mi riguarda sì. Tanto cosa cambia? Chi lo sa, oggi, chi ha vinto l’ultimo campionato Under 19? A chi interessa? Non è meglio far giocare, per esempio, Siena-Milano o Bologna-Montegranaro al PalaEstra e alla Unipol Arena davanti a un po’ di gente con palla a due alle 18 se si gioca alle 20.30? Con lo stesso biglietto uno spettatore vedrebbe due partite, conoscerebbe i giovani migliori del proprio club e magari si avvicinerebbe al “main event” in un clima più rilassato e sportivo. Già vi sento: e se uno retrocede e ha tra gli Under 19 un fenomeno, che fa? Se lo può tenere, e magari – pensate – potrebbe giocare in Legadue, se è bravo, no? Oppure si cede a una squadra più forte, con un’adeguata compensazione. Così assurdo? Altra domanda: e dopo gli Under 19? Ragazzi, se uno a 19 anni sa giocare a pallacanestro si capisce. A 20 anni le tutele sono superflue. Che giochi nei campionati minori. O che faccia altro, se non ce la fa. Perché tutelare un giocatore non bravo a dispetto del suo valore? Due campionati di “A Under 19” e “Legadue Under 19” potrebbero invece essere, oltre che competitivamente interessanti, anche un serbatoio di talenti più fruibile e riconoscibile per gli stessi club e per il pubblico, secondo me. (come idea, una cosa così http://www.lnbespoirs.fr/)

5. Vale come sopra: 2 promozioni per 64 squadre, per me, sono folli. Questi campionati perderebbero di senso per troppe squadre, perché dunque i tifosi e gli investitori se ne dovrebbero interessare?

6. Dicesi dilettante: “Chi pratica un’attività, si dedica a uno studio non per professione ma per amore della cosa in sé o per passatempo”. Non mi sembra il caso di quasi nessuno dei giocatori e allenatori coinvolti attualmente nei campionati dilettantistici, per lo meno in DNA (3° campionato) e DNB (4°). Ho paura che “dilettantismo” sia un concetto abusato per consentire di abbassare i costi per ingaggiare professionisti de facto, in cambio – tra l’altro – di tutele clamorosamente inferiori per far rispettare gli accordi. Il che non è esclusiva responsabilità dei giocatori, ma ovviamente sono i club a guadagnarci, pagando meno tasse. Il punto è: regolarizzare di più, semmai spendere meno ma in maniera più sana, e chiamare le cose col proprio nome. Se una persona per lavorare e far mangiare i propri figli si dedica esclusivamente all’attività sportiva retribuita, questa persona non è da considerarsi dilettante, e bisogna regolare tutto nella maniera più adeguata (ed equa) possibile.

Pietro

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