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Perché vedevamo poco (contiene sport, radio, internet e occhi chiusi)

“Good”.

Una parola sola, una parola semplice.

Raccontava il tiro da tre punti di Robert Horry che sanciva la vittoria per 100-99 per i Los Angeles Lakers nella finale della Western Conference contro i Sacramento Kings.

Una rimonta da -24 coronata da quel tiro, per nulla costruito e del tutto fortuito nello sviluppo di una azione che aveva precedentemente visto sbagliare quelli che in quel momento erano il numero 1 e il numero 2 del Gioco (in quale ordine scegliete voi), ovvero Kobe Bryant in avvicinamento e Shaquille O’Neal dopo il rimbalzo d’attacco.

La smanacciata di un grande ex Lakers come Vlade Divac spedisce la palla proprio in direzione di. Horry e… “Good”. Senza questo episodio, probabilmente, non avremmo vissuto il “three-peat” gialloviola e magari avremmo visto vincere un titolo a una delle più entusiasmanti squadre dei primi anni di questo millennio, i Kings allenati da Rick Adelman con gente come Mike Bibby, Doug Christie, Predrag Stojakovic, Chris Webber e, appunto, Divac. Non lo sapremo mai.

Torniamo però al punto di prima, quel “Good”.

Non lo troverete in nessuna telecronaca perché a pronunciarla non fu un tele bensì un radiocronista. Già, e noi come lo sappiamo?

Lo sappiamo perché quella sera ero a Milano, per la precisione in via Deruta, insieme a Gianmaria Vacirca, Massimo Pisa e altri inquilini più o meno fissi del grande open space che ospitava varie redazioni e personaggi che poi, a vario titolo, avrebbero avuto un ruolo nel mondo dell’informazione sportiva.

Quella sera, prima di ogni “League Pass”, molto prima che arrivassero la fibra ottica e il 5G, internet offriva comunque dei modi ragionevoli per seguire quasi tutti gli eventi sportivi. Il play-by-play, che oggi appare del tutto obsoleto, era qualcosa di rivoluzionario. Allora, sempre in quegli uffici milanesi, si era stati in grado di produrre le dirette in streaming del campionato di Serie A di basket, irradiate “worldwide” e gratuitamente grazie ai diritti acquisiti da MP Web. Eravamo, però, in un momento in cui ancora troppa gente viaggiava a 56k e dunque non era in grado di fruire di quel prodotto.

Non c’erano i social network (allora si aggiornava il proprio nome di MSN Messenger o ICQ anziché lo stato di Facebook), e perfino la NBA doveva ancora esplorare la propria capacità di produrre contenuti multimediali e trasmetterli online.

Esistevano già le pay-tv e le dirette, certo, ma naturalmente c’era sempre qualche altra partita che si voleva vedere più di quella “in catalogo”.

NBA.com, però, offriva a chi soffriva (in senso clinico, probabilmente) una soluzione per alleviare la mancanza di immagini in diretta, se proprio non si poteva fare a meno di aspettare gli highlights e se la partita non era prevista dall’offerta televisiva (come era il caso di quel Lakers-Kings).

Sul sito ufficiale della Lega, infatti, era possibile accedere alle radiocronache di tutte le partite. Straordinario. Immergersi in quel mondo non già attraverso le immagini ma grazie alle voci, ai suoni, al rumore.

No, non era la stessa cosa e no, non è un momento di nostalgia. Anzi, si trattava solo di un palliativo per la fame che avevamo di vedere quella partita, un problema che oggi per fortuna non sussiste.

Quelle radiocronache le ho usate anche per lavoro, perché – pensai – se nessuno può vedere le partite, quanti ce ne saranno che passano la notte ad ascoltarle per poi scriverci sopra? Non so se la risposta fosse superiore a uno, una parte di me se lo augura e un’altra parte spera di no, perché dopo tutto a ognuno di noi fa piacere pensare di essere stati gli unici almeno in qualcosa.

A quelle notti ho ripensato questa mattina, mentre le raccontavo a un ragazzo che per un puro fatto anagrafico non può aver conosciuto l’era dei pionieri di internet e di certo non poteva sapere come si stesse nei primi anni ’90, la domenica sera, mentre si aspettavano con ansia i risultati e il commento alla giornata del campionato di Serie B2 di basket dalla voce del “signor Lazzaro”, storico commentatore per Radio Vela ad Agrigento (e a preallertare gli ascoltatori sull’inizio del programma veniva proposto sempre lo stesso pezzo: “Let’s Groove” degli Earth Wind & Fire) sapendo che non c’era altro modo di avere quelle notizie in modo più veloce.

Non era un modo né più giusto, né più umano, né più romantico: era semplicemente il modo più avanzato – per i tempi di allora – di avere le informazioni nel più breve tempo possibile.

Suona irreale in un’epoca in cui puoi guardare una partita Under 14 sul proprio cellulare (chiedo scusa, smartphone).

Sta di fatto che avendo avuto come abitudine la radio (e ancora grazie al Signor Lazzaro) per seguire la squadra per la quale si faceva il tifo, pareva naturale affidarsi a quel mezzo anche per seguire eventi di ben altro livello, oltre che essere una sfida personale (non quella con l’insonnia, persa da sempre, bensì quella con la comprensione dell’inglese).

Oggi la radio esiste ancora, mentre la qualità (nonché la quantità) dello streaming ha raggiunto livelli di assoluta eccellenza.

I nostalgici diranno che forse era meglio prima, quando le cose le immaginavi prima di vederle (o a volte le immaginavi e basta), e tutto ciò avrebbe stimolato fantasia, creatività, originalità di pensiero.

Oggi abbiamo le immagini, sempre, tutte, per cui siamo messi di fronte ai fatti non opinabili: dunque, meno immaginazione.

Oppure, forse, la straordinaria opportunità di utilizzare il fatto per argomentare, alimentare la dialettica, il confronto su basi oggettive, tenersi il sentimento per quello che vale e per quello che è, vale a dire una fondamentale componente umana che in nessun caso deve assumere valore “scientifico”.

Troppo complicato? Forse, ma sto dormendo poco e questa frase è uscita un pò così. Vorrà dire qualcosa, o forse no.

Magari provate a leggerla, anzi, a chiudere gli occhi e farvela leggere. Se siete sufficientemente romantici vi sembrerà di ascoltare una radio e questo pensiero apparirà perfino magico.

Se invece appartenete a quelli che si avvicinano al cinismo come stile di vita, probabilmente finirete a prendervi in giro da soli prima che lo faccia la persona che avete costretto a leggervi questa roba mentre osservava i vostri occhi chiusi e l’espressione contrita alla ricerca di un qualche significato mistico.

Pietro

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How the 2014 @NBA Champions have been drafted (@spurs)

The San Antonio Spurs won their 5th NBA title in a 15 years span. That’s huge.

Now, everybody is thinking about the next NBA Draft.

Let’s see how the 2014 champions have been drafted (those players that you find in the last boxscore): four of five members of the starting five (Parker, Ginobili, Duncan, Splitter) have been selected by the team.

Ok, the Brazilian center lost his starting spot during the Finals as Gregg Popovich promoted the versatile Boris Diaw to adapt his team to the Miami Heat. It may be a coincidence, but the San Antonio Spurs have DIRECTLY picked their leaders.

Tim Duncan, the 1st overall pick in 1997, is the only “Lottery Pick” player in the whole roster.

Drafted by the team (average: 28.6 – 9.8 seasons with the Spurs)

Tim Duncan #1 (1997) – 17 seasons
Tony Parker #28 (2001) – 13 seasons
Tiago Splitter #28 (2007, joined the team in 2010) – 4 seasons
Cory Joseph #29 (2011) – 3 seasons
Manu Ginobili #57 (1999, joined the team in 2002) – 12 seasons

Drafted via other teams

Kawhi Leonard #15 (via Pacers)

Drafted by other teams (average: #36 – 3.3 seasons with the Spurs)

Boris Diaw #21 (by the Atlanta Hawks, 2003) – 3 seasons
Danny Green #46 (by the Cleveland Cavaliers, 2009) – 4 seasons
Matt Bonner #45 (by the Chicago Bulls, 2003) – 8 seasons
Jeff Ayres #31 (by the Sacramento Kings, 2009) – 1 season
Patty Mills #55 (by the Portland Trail Blazers, 2009) – 3 seasons
Marco Belinelli #18 (by the Golden State Warriors, 2007) – 1 season

Undrafted

Aaron Baynes – 2 seasons

Six of them have played Euroleague Basketball: Ginobili won it, Belinelli and Splitter made it to the championship game. Boris Diaw played it in two seasons with French Pau-Orthez, Danny Green with Slovenian Olimpija Ljubljana (scoring 8/32 on three-pointers in 7 games). Aron Baynes played there too, in the 2012-13 campaign, posting solid numbers (13.8 points, 9.8 rebounds per game), and he also played with Lithuanian Lietuvos Rytas Vilnius in 2009-10.

Pietro

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How Samardo Samuels (@OlimpiaEA7Mi) is growin’ up

When I met Samardo Samuels for the first time, earlier this season, I din’t know what to expect from this guy.

Of course, I knew about his past basketball experiences (including the NBA), but I really wanted to meet him to know what kind of guy he was.

Funny, this is the first word I would associate to him. Samardo Samuels is definitely a funny guy: he’s talkative, he definitely embraced the “fashion mode” living in Milan, he’s genuine and I’d say he’s a naive, candid big boy. A football addicted (soccer, for US readers), who once dreamt to play in the Premier League for a top English club, who pretends that he cried when Roberto Baggio missed the decisive penalty in the 1994 World Cup Final and now he’s crazy for AC Milan and Mario Balotelli.

Embed from Getty Images

Everybody recognized from the very first minute how important he had to be for EA7 Emporio Armani Milan: starting the season he was the only “center”, as Angelo Gigli (then loaned to Reggio Emilia) and CJ Wallace (who’s more a PF but he’s got size) where struggling with injuries and/or fitness.

Even after the arrival of Gani Lawal, Samardo is still the only one low-post big man in the team, where he can work either with his body (especially in the Italian League) than with his soft touch. But, during the season he also had his troubles to deal with.

A few games in Israel last season can’t be enough to say that he arrived in Milan experienced enough to know how to be consistent any given day, for practice or games. He was facing Euroleague Basketball, and a big role in a top European team for the first time of his life.

Entering EA7 practice facility, he saw that sign that welcomes everybody is coming in: “If you’re not here to win, you are in the wrong place”. Well, this is just a sign. But it reminds to everybody how bad this team needs to win. Milan is desperate to lift a trophy since 18 years now. In 1996, the “then-called” Stefanel Milan won the Italian League and Cup, coached by Euro legend Bogdan Tanjevic, led on the court by stars like Nando Gentile (Alessandro’s father), Dejan Bodiroga, Rolando Blackman, Gregor Fucka and specialists like the sharp-shooter Flavio Portaluppi, who’s currently in charge of the general manager position.

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Not easy to face it, especially when the team that has dominated the last 7 years in Italy lost a lot of its power (Siena), and there are no more reliable title contender if we think it on a playoffs situation. Pick a team of your choice between Sassari, Siena, Rome and tell me who could beat Milan on a 7 games series, on paper. Yes, you know the answer.

That’s a big pressure, and everybody understood how much the team was feeling it during the quarterfinal series against Pistoia, a newcomer in the Beko Serie A League with a very short rotation: still, they pushed Milan to the limit, even leading by 1 at the halftime in game-5. In that meanwhile, EA7 was dealing with struggles on their game, arguing with referees, losing that confidence that led them to with the last 19 games of the regular season (19-0 since Daniel Hackett came).

In this situation, Samardo Samuels had worked good enough to figure out how to become a reliable starting center even at Euroleague Basketball level, being there day in and day out in the domestic league, improving his consistency in defense and overcoming a big injury that occurred in late november (he broke his right hand, then he came back in January). “When you’re forced to sit out injured you can better understand how the things are going, when you’re playing you’re just focused on that few things you have to do, and it’s more complicated to observe the whole thing”, he told me a few months ago.

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His impact before and after that injury was totally different: some insiders from the team told me that Samuels was a “coachable” guy, willing to improve and showing it. Sometimes, at practice, I saw him doing things that he never showed during the games: great passing, most of all. Then he started putting all his pieces together: his usual low-post moves, mid-range and long-range shooting (he scored a 3 pointer in the last 3 playoffs games), great passing from the post to find cutters and spot-up shooters. It’s safe to say that he is now the best center in this League.

Here are his numbers in the playoffs (5 games vs. Pistoia, 1 game vs. Sassari), compared to the regular season: Samuels is averaging 14.0 points (+2.6), shooting 65.9% on 2FG (+12.1), 36.4% on 3FG (+1.1), 70% on FT (+0.8), grabbing 6.7 rebounds (+1.6), even doing better on blocks (+0.5), assists (+0.1), turnovers (-0.1), plus minus (+1.0) and minutes played (+4.6).

Samuels signed a 2 years deal last summer: now it’s easy to understand why. He brought good technique and an interesting body. They bet on those qualities to make him a legit Euroleague starter and a difference maker. This is not 100% done yet, but we all can see the mark of progression.

Pietro

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La meteora J.D.

L’inglese Mark Deeks, che gestisce il sito ShamSports.com, ha buttato giù una lista di giocatori che potrebbero prossimamente essere l’oggetto di un “call-up”: quelli, cioè, che stanno facendo molto bene nella D-League e potrebbero essere chiamati da qualche franchigia NBA.

Tra i nomi proposti ce n’è uno che riguarda da vicino l’EA7 Emporio Armani Milano: trattasi di Justin Dentmon, apparso sul finire della scorsa stagione quando si infortunò J.R. Bremer.

Lo si vide in campo soltanto nella serie di playoff contro Venezia: segnò 11 punti in 20 minuti (con 3 assist, 2 rimbalzi e 3 perse) in gara-1, per poi mettere insieme altri 2 punti, 1 assist e 2 rimbalzi in 17 minuti complessivi nelle successive due partite.

Arrivò in condizioni fisiche non ottimali, ma in tanti si domandarono cosa sapesse fare questo ragazzo.

Ecco la spiegazione, o almeno quella di Deeks, che ha inserito Dentmon tra le point guard più interessanti.

Justin Dentmon – 19.7 ppg, 4.0 apg, 5.0 rpg: Uno che non si vergogna a fare canestro, Dentmon è il miglior marcatore della squadra con il secondo miglior attacco della D-League [gli Austin Toros, ndr]. Anche lui ha avuto qualche possibilità nella NBA in diverse occasioni [Toronto per 4 partite e San Antonio per 2, ndr], grazie alla qualità del suo tiro (43.2% da fuori in carriera nella D-League) e alla sua capacità di crearselo. Tuttavia, per poter avere una possibilità di essere qualcosa di più di un giocatore marginale nella Lega, deve avere la stessa fortuna di un Eddie House [l’annosa questione del trovarsi al posto giusto nel momento giusto, ndr].

Pietro

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(Io e) Steve Kerr su Spurs-Thunder

Ho fatto colazione guardandomi gara 2 della serie tra San Antonio Spurs e Oklahoma City Thunder, vinta dai primi 120-111 e quindi ora avanti 2-0 nella serie che potrebbe portarli alla quinta finale NBA in tredici anni.

In due partite abbiamo già avuto dei momenti da “instant classic”: all’ormai celebre time-out di Gregg Popovich in gara 1 (“I want some nasty!”), ne è seguito un altro nel secondo episodio della sfida altrettanto colorito (“It’s a big boy game!”); Manu Ginobili ha messo a segno la sua prima partita da 25+ punti della stagione proprio per segnare il punto dell’1-0 e ha replicato con un’altra performance di alto livello questa notte; Tony Parker si è preso il cazziatone del suo coach sul +16 in gara 2 e in una serata da 16/21 al tiro e 8 assist (!), Tim Duncan ha schiacciato in testa a Serge Ibaka il 29 maggio 2012 (credo che il riferimento temporale sia sufficiente per rendere l’idea), Tiago Splitter è stato messo a dura prova dall’hack-a-Splitter organizzato da OKC nel terzo quarto.

In tutto ciò Scott Brooks deve già chiedersi: “Che altro mi posso inventare per battere gli Spurs?” Il coach dei Thunder ha già provato il quintetto con Durant “quattro” tattico in gara 1 (Ibaka fuori negli ultimi 16′), ma non solo non ha avuto l’attacco che voleva, ha pure lacrimato in difesa sul pick and roll dei texani (rivedere la statistica “points in the paint”); la sua squadra ha smesso di essere monotematica tra gara 1 e gara 2, e bata vedere il rendimento di James Harden nella seconda sfida, quando ha preso i tiri da fuori anzichè schiantarsi contro i muri a ripetizione; il tentativo di “hack-a-Splitter è riuscito per levare ritmo agli Spurs, ma non è stato sufficiente; se non vinci con 88 punti e 30/54 al tiro di Durant-Westbrook-Harden quando vinci?

Il problema più grosso, al momento, sembra essere legato a Ibaka: gli Spurs sulla carta dovrebbero soffrirlo come nessuna altra squadra, eppure finora lo hanno levato dalla serie: in attacco non incide, in difesa meno di quanto potrebbe. Certo i rimbalzi offensivi di OKC (soprattutto nei primi due quarti di gara 2) sono un segnale positivo per i Thunder, che però devono porre rimedio alla meravigliosa esecuzione di San Antonio, che a lungo ha tirato meno ma molto meglio, anche come situazioni.

In telecronaca, Steve Kerr ha riassunto così la situazione di questa serie: “I Thunder hanno già provato di tutto, a questo punto devono buttarla sulla rissa, perchè giocando a basket perdono“.

Per quanto visto finora, sono d’accordo con lui.

Pietro

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Kobe Bryant e gli sfondamenti

Estratti di alcune dichiarazioni di Kobe Bryant sull’argomento “taking charges”. Ossia, incassare (provocare) falli di sfondamento.

“Abbiamo un paio di giocatori che prendono sfondamenti, ma per la maggior parte se ne occupava uno che adesso gioca nell’Oklahoma [Derek Fisher, agli Oklahoma City Thunder]. Io non prendo sfondamenti. Metta World Peace nemmeno. Steve Blake ogni tanto, ma di solito cerchiamo tutti di stare in piedi e giocare. Ho imparato dai miei predecessori: Pippen si è rovinato la schiena prendendo sfondamenti, Bird uguale. Io non prendo sfondamenti. Michael Jordan non ne ha preso uno, ed è stato bene per tutta la carriera, la stessa cosa è successa con Magic Johnson. Forse ho preso uno sfondamento nelle ultime due stagioni, per caso”.

Kobe Bryant*
Los Angeles Lakers
16 maggio 2012 

*: incluso 9 volte nella All-Defensive First Team, 2 volte nella All-Defensive Second Team

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@MagicJohnson vs Larry Bird, ancora e per sempre

Se non l’avete visto, utilizzo questo spazio per darvi la possibilità di guardarvi l‘intervento al David Letterman Show di Magic Johnson (follow @MagicJohnson, ovviamente) e Larry Bird.

Due che, come ripetutamente dice Magic, hanno cambiato il basket e la NBA. Non solo, hanno cambiato lo sport e la maniera di percepirlo. Chi segue un pò di storia dello sport sa che la più importante Lega al mondo (in termini di riconoscibilità) ha vissuto momenti difficilissimi negli anni ’70, quando i problemi economici e di droga impazzavano anche all’interno di questo mondo.

Magic e il suo sorriso, Larry e la sua incredibile voglia di vincere hanno riportato questo sport al posto che gli spetta. E hanno dato la possibilità a tante persone – in giro per il mondo – di immedesimarsi, di credere in loro, oppure di odiarli parteggiando per l’uno o per l’altro contendente.

A New York è andato in scena ultimamente uno spettacolo interamente ispirato a loro (il titolo è “Magic/Bird” – seguite @MagicBirdBway su Twitter), la pay-per-view HBO gli ha dedicato un meraviglioso documentario (il trailer) ma non manca anche la letteratura sul tema. Se volete e potete, leggetevi “When March Went Mad” del giornalista americano Seth Davis (@SethDavisHoops), che racconta la rivalità tra i due al tempo del college, e poi “When The Game Was Ours“, tradotto in Italia da Baldini Castoldi Dalai con il titolo “Il basket eravamo noi“, firmato proprio da Magic e Bird insieme alla giornalista Jackie MacMullan (@JackieMacB).

Intanto, buona visione:

Pietro

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Correva l’anno 1995. Correvano (ancora) Chambers, Wilkins e McDaniel

Un avvenimento particolare (cioé il fatto che Kevin Durant, Russell Westbrook e James Harden hanno segnato tutti almeno 30 punti per la stessa squadra in una singola partita, non accadeva in “questa” franchigia dal 1988) mi ha fatto tornare in mente alcuni flash. Perché ventiquattro anni fa la stessa impresa la realizzarono Tom Chambers, Xavier McDaniel e Dale Ellis con i Sonics.

E allora ricordi: flash di partite, viste in diretta, in replica o su videocassetta. Flash soprattutto di Eurosport (in Francia), che all’epoca trasmetteva le partite di Eurolega, commentate da David Cozette e Bruno Poulain.

Correva l’anno 1995, appunto, quando dalla NBA piovvero in Europa 57.765 punti così suddivisi: i 20.024 segnati nella Lega da Tom Chambers, i 25.389 di Dominique Wilkins e i 12.325 di Xavier McDaniel (tutte cifre che poi verranno leggermente ritoccate in seguito). Avevano, rispettivamente, 36, 35 e 32 anni. Chambers firmò per il Maccabi Tel Aviv, Wilkins per il Panathinaikos Atene, McDaniel per l’Iraklis Salonicco. Tutte queste formazioni partecipavano all’Eurolega (allora quella organizzata dall’ULEB non esisteva, spadroneggiava la FIBA).

Che mi ricordo, in particolare? La fatica di Chambers in una gara strapersa in casa del Pau-Orthez degli inevitabili fratelli Gadou, di un veteranissimo Darren Daye e un giovanotto di nome Antoine Rigaudeau. Ricordo pure lo show di Wilkins a Parigi, MVP delle Final Four di Eurolega: 35 punti rifilati al CSKA Mosca, 16 nella controversa finale contro il Barcellona (vinta di 1 ma con il “caso Vrankovic” alla fine, con il francese Pascal Dorizon che dimenticò di fischiare un’evidente interferenza del centro croato nel finale).

Wilkins era l’uomo delle prime volte: la prima Eurolega vinta da un club greco, poi il primo trofeo sollevato (nella stagione successiva) dalla Fortitudo Teamsystem Bologna (la Coppa Italia), anche se sappiamo che i tifosi della Effe (e non solo loro) lo ricordano soprattutto per il fallo sulla tripla di Danilovic in finale scudetto.

Ricordo pure le critiche affidate ai racconti dei giornalisti francesi, i quali si incaricavano di riportare il pensiero di Bozidar Maljkovic (allenatore di quel Panathinaikos), venerato nella terra di Marianna in quanto unico coach capace di portare una squadra bleu-blanc-rouge a vincere la massima competizione europea (il famoso Limoges, definito dell’antibasket, che sconfisse nel 1993 la Benetton di Kukoc).

Di McDaniel e della sua esperienza greca, lo ammetto, ricordo molto meno. Ad ogni modo, vi propongo tre filmati per rinfrescare la memoria, sempre che vi interessi l’argomento.

Una intervista a Tom Chambers in cui parla anche della sua esperienza a Tel Aviv QUI

Dominique Wilkins incontenibile in un Panathinaikos-Olympiacos (con accenno di rissa) QUI

Gli highlight di un Benetton Treviso-Iraklis Salonicco con un modesto McDaniel QUI

Pietro

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Cose che rischiate di dire o sentire parlando di sport

Nessuno è esente da responsabilità. Nemmeno io. A tutti capita di essere ignoranti in qualche materia o semplicemente supponenti. Mi sono venuti in mente alcuni concetti (o frasi, o abitudini) che ancora resistono e che ho ritrovato anche molto recentemente parlando dei tre sport che seguo abitualmente per lavoro, ed ecco le mie piccole Top 10. In grassetto le mie preferenze. Chiedo scusa per tutte le volte che ho peccato.

CALCIO

Il problema della coppa.
Gli episodi.
L’essere cinici.
Il carattere.
La parola Scudetto (Che, notoriamente, non si pronuncia).
La piazza.
Gli pseudonimi del catenaccio.
La tecnologia snatura il gioco.
L’inaspettata rapidità delle persone intelligenti nel ragionare per stereotipi.
I giovani si bruciano.

BASKET

“Di là”, “Al piano di sopra” (Cioé nella NBA).
“Non capisco quando è passi, è troppo complicato” (Te lo spiego, non serve la laurea).
“La NBA è un circo”.
“In Europa non sanno giocare, non schiacciano come gli americani”.
“Gli americani non sanno giocare, schiacciano e basta”.
Il parlare del basket che fu descrivendo ogni squadra come un’orchestra.
Il parlare del basket che fu descrivendo ogni giocatore come un artista.
Il parlare del basket che fu descrivendo ogni allenatore come un maestro.
Tradurre le partite in equazioni che si vogliono infallibili. Chiaramente dopo.
Anche qui, i giovani si bruciano.

BOXE

“Il nuovo Tyson”.
“Il Tyson bianco”.
Tyson, come idea generale.
“Ma ve lo rompono ancora il setto nasale?”.
“Si rischia a corteggiare le donne pugili! Ah Ah Ah”.
“Non è più la boxe di Foreman e Alì” (E te credo).
I Klitschko (qui Wladimir e qui Vitali) sono scarsi.
La boxe non interessa più a nessuno (Non è vero/1 -Non è vero /2).
“Ah, si, il filippino” (Manny Pacquiao).
“Sì, però i welter mica sono i massimi” (Eh, no. Rassegnatevi).

Pietro

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NBA Preview: come siamo andati finora?

La copertina di Rivista Ufficiale NBA #62

Sul numero 62 di Rivista Ufficiale NBA (gennaio 2012) abbiamo pubblicato una serie di articoli per provare a immaginarci la stagione che andava ad iniziare, accorciata a causa del lockout.

Visto che si riprende a giocare dopo l’All-Star Game, ideale giro di boa del campionato, ho voluto verificare le classifiche a metà dell’opera per vedere come stiamo andando con le nostre previsioni.

(Ri)Ecco, dunque, le classifiche immaginate da Rivista Ufficiale NBA , e tra parentesi i risultati ottenuti finora dalle squadre fino al 22 febbraio, ultima data prima del break per il weekend delle stelle (se volete, qui c’è tutto quello che occorre sapere a proposito dell’All Star Game 2012):

Eastern Conference, Atlantic Division (0/5)

1. New York Knicks (17-18, 2°)
2. Boston Celtics (15-17, 3°)
3. Philadelphia 76ers (20-14, 1°)
4. New Jersey Nets (10-25, 5°)
5. Toronto Raptors (10-23, 4°)

Eastern Conference, Central Division (3/5)

1. Chicago Bulls (27-8, 1°)
2. Indiana Pacers (22-13, 2°)
3. Milwaukee Bucks (13-20, 4°)
4. Cleveland Cavaliers (13-18, 3°)
5. Detroit Pistons (11-24, 5°)

Eastern Conference, Southeast Division (3/5)

1. Miami Heat (27-7, 1°)
2. Atlanta Hawks (20-14, 3°)
3. Orlando Magic (22-13, 2°)
4. Washington Wizards (7-26, 4°)
5. Charlotte Bobcats (4-28, 5°)

Apertura

La pagina di apertura del Season Preview

Western Conference, Northwest Division (2/5)

1. Oklahoma City (27-7, 1°)
2. Portland Trail Blazers (18-16, 2°)
3. Utah Jazz (15-17, 5°)
4. Denver Nuggets (18-17, 3°)
5. Minnesota Timberwolves (17-17, 4°)

Western Conference, Pacific Division (3/5)

1. Los Angeles Lakers (20-14, 2°)
2. Los Angeles Clippers (20-11, 1°)
3. Golden State Warriors (13-17, 3°)
4. Phoenix Suns (14-20, 4°)
5. Sacramento Kings (11-22, 5°)

Western Conference, Southwest Division (0/5)

1. Dallas Mavericks (21-13, 2°)
2. San Antonio Spurs (24-10, 1°)
3. Memphis Grizzlies (19-15, 4°)
4. New Orleans Hornets (8-25, 5°)
5. Houston Rockets (20-14, 3°)

Il totale fa 11 su 30, ma confidiamo di migliorare da qui a fine stagione. Del resto siamo la Rivista Ufficiale NBA, o no?

Pietro

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