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Un mazzo di chiavi

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L’appartamento che chiami casa, perché da qualche mese ci sono dentro le tue cose.

Delle strade che ora padroneggi, che sono sempre più piccole una volta che impari a orientarti.

Delle facce, delle voci, degli sguardi che non conoscevi diventano familiari.

Il tavolo di un bar diventa il tuo, senza sapere perché.

Cose che hai portato rimarranno dentro lo stesso cassetto finché non te ne andrai, non ti muoverai di nuovo.

Memorizzare i negozi, contarli quasi, per capire di che cosa si vive da queste parti.

Incontrare qualche volta le stesse persone, provare a “localizzarle”, immaginarne la quotidianità.

Calcolare esattamente i margini di ritardo, di città in città: ovvero, sapere perfettamente da dove a dove ti serve almeno un quarto d’ora, quando al telefono sarai sempre lì “tra cinque minuti”.

Calcolare il tempo che è passato, valutare quanto sei rimasto negli altri posti, immaginare un’idea di futuro.

Mettere insieme tutte le cose di cui senti la mancanza, sapere che sono da qualche parte ad aspettarti. Chissà per quanto.

Dire “vado a casa”. “Sono a casa”. E qual è, casa?

Ce n’è sempre e solo una, è che adesso non me lo ricordo più.

Pietro

La madre dell’etica

L’estetica è la madre dell’etica: quanto più ricca è l’esperienza estetica di un individuo, quanto più sicuro è il suo gusto, tanto più netta sarà la sua scelta morale e tanto più libero,  anche se non necessariamente più felice,  sarà lui stesso

Iosif Aleksandrovič Brodskij
(Premio Nobel per la letteratura)

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Qui si mangia bene, devo portarci Anna“. Qui, è un hotel di Kaunas. Anna nel frattempo è diventata la moglie di Sarunas Jasikevicius, oggi allenatore dello Zalgiris Kaunas, formazione lituana a cui viene universalmente riconosciuto il merito di dispiegare una qualità di gioco, anche estetica, inversamente proporzionale al proprio tasso tecnico per il livello (altissimo) a cui appartiene.

Quella fu una riflessione nata da un semplice “Club Sandwich” alla vigilia dei saluti dopo giorni di intense riflessioni, chiacchiere, confronti. Giorni che hanno reso lontanissimi i primi momenti dopo il benvenuto.

C’era calma, anche troppa. Da una parte diffidenza, la sua, dall’altra soggezione, la mia. Non so dire cosa si diventa in momenti del genere, anche perché fondamentalmente si appartiene a due mondi molto lontani.

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I nostri legami essenzialmente due: un gioco (Il Gioco), una persona. Un agente, un amico. Un genio, come tale con i suoi ineguagliabili spunti e i suoi demoni.

Come quelli suoi, come quelli miei che pero’ definisco meno importanti, meno gravi, meno tutto. Meno, perché quando si fa la parte del tramite è giusto così. Non solamente nel lavoro.

Ci sono quelli che fanno le cose, quelli che le fanno succedere, quelli che le devono – quando sono fortunati – interpretare. Fortunati perché si ritiene che ne abbiano la sensibilità, anche senza saperlo davvero. Dopo tutto non è forse questo il “senso”?

Il ricordo di quei primi momenti destinati a diventare l’inizio della stesura di un libro mi ricorda quotidianamente quanto sia difficile ottenere la cosa più preziosa che un atleta del suo livello ha lasciato nei ricordi degli appassionati: la cultura dell’estetica. Il bello come mezzo per raggiungere l’eccellenza.

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Lo sport, come l’arte, come la cucina, come qualunque materia, diventa eccellenza quando abbina alla consistenza e alla sostanza anche la bellezza. Nel gioco di Sarunas Jasikevicius la bellezza era essenziale e mai superflua, era una “bellezza funzionale”.

Partendo da un fisico assolutamente nella media, per struttura e dimensioni, per essere più forte in un mondo popolato da gente che andava al doppio o al triplo della velocità bisognava essere essenziali e semplicemente belli: una giocata sopraffina non era un’esaltazione egoistica ma l’unica cosa possibile da fare.

Ai giovani (intesi come giocatori, studenti, aspiranti non nullafacenti – che non consiste nel possedere un dato titolo di studio) bisogna spiegare il senso dell’estetica.

La fatica fatta per dipingere. Per scolpire. Per creare dimore e palazzi storici. Queste cose lasciano basiti tutte le volte, se ci si ferma a pensare ai mezzi a disposizione per la costruzione e alla perfezione di certi dettagli.

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Come per lo sport, come per la letteratura, come per il giornalismo o la meccanica, qualsiasi cosa rasenti la perfezione, qualsiasi cosa stupisca per la propria forza estetica è stata ottenuta a suon di immensi sacrifici.

Spiegare il costo pagato in fatica per raggiungere l’eccellenza, il bello.

Se non si capisce questo, impossibile arrivarci.

Se non si spiega, si commette l’imperdonabile errore di rinunciarci.

Pietro

Nelle foto:

  • Sarunas Jasikevicius durante un time-out
  • Lo chef Massimo Bottura
  • Un tempio delle rovine di Selinunte in Sicilia

La bellezza

Chi gioca per vincere è ossessionato dalla bellezza.
La bellezza arriva attraverso una fatica emotiva, nervosa, fisica, mentale, assoluta.
La fatica che occorre per raggiungere la bellezza non si può delegare.
L’etica della bellezza prevede il rifiuto di tutto ciò che non sia perfetto.
La ricerca della perfezione non ha e non può avere una data di scadenza.
La conseguenza di questa ossessione è la vittoria.
La vittoria si raggiunge solamente seguendo questi princìpi.
Chi gioca per vincere lo sa, gli altri no.

La bellezza di qualsiasi tipo, nel suo sviluppo supremo, eccita sempre l’anima sensibile fino alle lacrime.
(Edgar Allan Poe)

Tornare a scuola

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(Photo by Feliphe Schiarolli on Unsplash)

Lavorare come dirigente nel mondo della comunicazione sportiva mi ha offerto la possibilità, del tutto inattesa e affrontata con curiosità, di tornare a scuola ma dalla parte della cattedra, nel quadro di programmi di alternanza Scuola-Lavoro.

L’argomento delle lezioni doveva essere nientemeno che il mio lavoro: come si comunica e perché, quali strumenti utilizzare, come scegliere tempi, modi e soprattutto argomenti, quali percorsi intraprendere per questo tipo di carriere, eccetera.

Il primo scoglio da affrontare, pur trattandosi di piccoli centri dove realtà sportive di alto livello erano già ben radicate e strutturate, è stato avvistato ancora prima di intraprendere la navigazione: cosa sapevano i ragazzi del mio lavoro, del perimetro all’interno del quale dovevo muovermi per compiere il dovere che mi era stato affidato?

Poco. Vicino allo zero.

La domanda da porsi è stata: perché?

La risposta ha molte facce: sicuramente una prima responsabilità, ma non l’unica e come vedremo nemmeno la principale, è del club/istituzione sportiva. Se non è arrivato con la giusta intensità al suo target preferenziale (i giovani tra i 14 e i 18 anni), sicuramente aveva sbagliato qualcosa.

C’era, però, molto di più: mai come oggi le persone hanno accesso in tenera età al mondo delle informazioni, basta guardarsi intorno e constatare quanti bambini hanno in mano uno smartphone o un tablet.

Ciò non corrisponde, però, a un utilizzo “proprio” di questi mezzi, perché se è vero che pochi clic bastano a raggiungere qualsiasi informazione è vero anche che non tutti i “contenuti” sono “informazioni”. Questo è ben visibile attraverso il fenomeno delle “fake news”, autentica depravazione del cosiddetto “Quarto Potere”.

Ho deciso così, in accordo con i docenti che seguivano le lezioni di cui sopra, di cambiare totalmente approccio e iniziare tutto da zero. Alla comunicazione saremmo arrivati dopo, forse.

Bisognava prima intraprendere un dialogo con gli studenti, che non vanno mai demonizzati ma sempre e solo sostenuti, anche con durezza, anche al limite della provocazione, perché stimolare lo spirito umano richiede a volte di scavare profondamente per scatenare reazioni.

Reazioni: di che genere? Non ho cercato l’unanimità e nemmeno il consenso. In certi casi sono andato allo scontro. Perché? Era necessario. A volte quello è il linguaggio giusto per ottenere da una persona la propria attenzione, il rispetto (non tanto della persona ma almeno del ruolo e del compito) e di conseguenza un risultato, che a volte arriva sotto forma di rivalsa. Va benissimo, purché si faccia costruttivamente un passo avanti.

Scontro: di che genere? Non fisico, e ci mancherebbe altro. Scontro intellettuale. Costringere a una riflessione, a un pensiero su qualcosa che fino a quel momento non si conosceva o, molto peggio, si riteneva inutile, non degno di attenzione.

Obiettivo: quale? Uscire dall’apatia. Non interpretare quelle ore in classe o in azienda (cioè all’interno del club, per far conoscere realmente le dinamiche di quell’ambiente) come semplici faccende da sbrigare per apporre una firma e quindi ottenere una qualche attestazione o compenso. Doveva avere un senso.

Come arrivare, dunque, a parlare in maniera specifica di comunicazione e quindi di comunicazione sportiva? Non so dire se siamo davvero arrivati a farlo, posso però affermare che molti di quegli incontri sono stati proficui soprattutto per me, per imparare cose del mondo dei ragazzi, della scuola, di come diamo per scontate tante cose.

Dicevo, oggi si ha accesso a tutto con enorme facilità: avrei scritto disarmante e non sarebbe stato sbagliato. Perché l’accesso a queste informazioni avviene spesso in maniera del tutto disarmata. Molti adulti (e basta leggere alcuni post su Facebook) difettano di reale comprensione del testo, in primis perché difettano della capacità di scrivere nella forma più appropriata. Critica eccessiva? Qualcuno potrà pensarla così, ma scrivere è una abilità che si apprende e si coltiva (allena), chi non lo fa perde dei pezzi e risulta meno comprensibile, meno efficace e meno appropriato, come in qualunque altro campo.

Per non essere disarmati oggi e quindi non appropriati domani va completamente ripensato (ammesso che ci sia già pensato) il modo di avvicinare le persone allo strumento digitale, alla consultazione delle informazioni, alla ricerca degli approfondimenti.

Ripensare, in sostanza, il modello educativo come è richiesto dai tempi attuali. Ripensarlo com’è stato fatto sempre nel corso della storia di questa curiosa specie alla quale apparteniamo. I gesti, i segni, le parole, la carta, eccetera.

Il mondo si è evoluto e con esso la gestione delle informazioni, nonché la quantità. L’aumento della quantità, però, non corrisponde a quello dell’attendibilità. Servono delle guide, delle istruzioni, dobbiamo essere noi, soprattutto deve esserlo la scuola.

La conseguenza, altrimenti? Entrare in una classe, trovarsi davanti degli individui che non ti ascolteranno nemmeno, per il semplice motivo che non hanno idea di ciò che gli stai raccontando.

Possiamo sederci e pensare che sia sempre colpa loro, perché “non ascoltano”. Oppure alzarci, dalla sedia e anche scuotendoci intellettualmente, e chiederci se invece siamo noi ad aver parlato bene.

Pietro