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[STASERA A MILANO] Sarunas Jasikevicius per Dream Team (aprile 2008)

[Intervista rilasciata a Siena, prima di una partita tra Montepaschi e Panathinaikos, per il numero 40 della rivista Dream Team. Sarunas Jasikevicius era l’uomo copertina]

In maglia Panathinaikos è alla ricerca della sua quarta Eurolega con tre squadre diverse. In mezzo, anche l’esperienza NBA. Di solito non parla con nessuno, ma per DT ha fatto un’eccezione: parola a Sarunas Jasikevicius di Pietro Scibetta È il giocatore più importante d’Europa. È l’uomo che ha vinto l’Eurolega per tre volte di fila con due maglie diverse. È colui che – neanche fosse una rock star – ha mobilitato una folla di migliaia di ateniesi per il suo arrivo all’aeroporto, la scorsa estate. È il nuovo simbolo della pallacanestro europea, il giocatore che ogni allenatore vorrebbe allenare e che ogni tifoso vorrebbe applaudire. In due parole: Sarunas Jasikevicius.

JASI, L’EUROPEO

I lituani nella Top 50 della storia di European Club Basketball sono due: tu e Arvydas Sabonis.

“È un onore incredibile, davvero. Io sono una persona molto sentimentale, e quando leggo gli altri nomi della lista penso che praticamente tutti sono stati dei miei idoli di gioventù. Mi ricordo che passavo giornate intere in palestra a Kaunas per ammirare i campioni che si allenavano o giocavano. Essere stato scelto tra giocatori come questi è pazzesco. Quando sei ragazzino magari pensi alla NBA, ma non immagini mai di poter ricevere un riconoscimento come questo”.

Anche perché la tua carriera europea è iniziata lontano dai riflettori.

“Onestamente penso che l’inizio della mia carriera europea sia stato positivo. Ho iniziato a venire fuori prima al Lietuvos Rytas e poi con l’Olimpija Lubiana; è stato un percorso necessario per prepararmi alle grandi squadre. Se fossi rimasto a Kaunas, anziché andare negli States a 17 anni, forse sarei arrivato prima al Barcellona, ad esempio”.

Come mai non sei rimasto in patria?

“Allora la Lituania attraversava un momento storico difficile, poco dopo l’indipendenza, e così il richiamo degli USA era molto forte. Furono anche i miei genitori a spingermi perché andassi a studiare lì [all’inizio alla Solanco High School a Quarryville Pennsylvania, ndr], ed è stato davvero particolare vivere in posti dove c’erano praticamente solo studenti. Al college, a Maryland, eravamo 25.000, è davvero qualcosa di speciale. In Europa non sono così tanti quelli che continuano a studiare e giocare contemporaneamente, negli States invece bisogna dedicarsi al 100% a entrambe le cose”.

Da quello che abbiamo visto con foto e video, la tua accoglienza ad Atene è stata paragonabile a quella di un capo di stato.

“È stato incredibile, non mi era mai capitato di assistere a qualcosa del genere. Ma che volete farci, i greci sono così. Sapevo che ci sarebbe stata un po’ di gente all’aeroporto, ma sinceramente non potevo pensare che sarebbero stati così tanti. Avevano circondato la mia macchina, alcuni ci sono addirittura saltati sopra! È stato strano, completamente sorprendente”.

Ora, dopo Pesic e Gershon, lavori con Obradovic.

“Zeljko è l’allenatore più onesto di tutti. È una persona molto schietta, forse è anche la più semplice. Non pensa a inventare cose strane, abbiamo degli schemi semplici che si basano su ripetuti pick and roll. È stato un buon giocatore, capisce le nostre esigenze dentro e fuori dal campo, non è uno che ti tiene sette ore in palestra – anche se comunque si lavora duro. È un grande piacere giocare per lui, un uomo e un allenatore che rispettavo molto ancora prima di firmare per il Panathinaikos. Penso sia prima di tutto una grande persona, e per questo voglio davvero regalargli delle vittorie importanti”.

Il Panathinaikos ti ha preso per questo.

“E io adesso voglio solo vincere. Niente sostituisce il pensiero della vittoria, la festa con i compagni, la gioia dei tifosi. Sono stato fortunato a poter giocare così tante volte per vincere in passato e anche oggi so di avere delle possibilità importanti con questa squadra, che voglio sfruttare”.

Sei arrivato ad Atene come una sorta di icona – o meglio, forse un talismano: se hai Jasikevicius, allora vinci…

“La gente non riesce a capire quanto sia difficile, perché in tanti pensano che, avendo grossi giocatori, le grandi squadre siano destinate a trionfare. È vero che io ho vinto tre volte di fila l’Eurolega, ma solo l’ultima volta [2004-05, ndr] è stata tutto sommata semplice: perdemmo l’ultima partita a febbraio [10 febbraio 2005, Barcellona-Maccabi 81-79, ndr], superammo Pesaro 2-0 per andare alle Final Four e così rendemmo le cose molto facili”.

Non è sempre stato così, però.

“A Barcellona ricordo due partite contro l’Olympiacos in cui rischiammo grosso, in una eravamo sotto di 12 a 5 minuti dalla fine e siamo riusciti a vincere. E non parlo neanche del tiro di Derrick Sharp contro lo Zalgiris nelle Top 16 2004: è stata l’unica volta della mia vita che ho pensato a un miracolo, sono rimasto letteralmente sconvolto da quel tiro. Per una settimana ho ripensato solo a quello, a come siamo riusciti a vincere quella partita e quindi a qualificarci per la Final Four di Tel Aviv. La gente davvero non si rende conto di quanti sforzi servano per vincere, sono davvero fortunato ad aver giocato in queste squadre. Sicuramente ci ho messo del mio, ma non avrei vinto niente senza i campioni intorno a me”.

Eppure si parlava male anche del tuo Maccabi: tanti dicevano che non difendevate.

“È vero, un sacco di gente ha detto questo di noi. Io dico: andate a vedere le cifre, le percentuali che abbiamo concesso agli avversari e certi parziali che abbiamo messo a segno. Penso che il mio Maccabi sia la squadra che ha giocato il basket migliore che io abbia mai visto, non so se qualcuno riuscirà ad arrivare a quel livello. In tutti gli sport di squadra si dice che per vincere bisogna essere cattivi e sporchi, difendere prima di tutto. Guardate nel calcio quante partite decisive finiscono per 1-0. Noi eravamo l’esatto opposto: avevamo dei passatori straordinari, eravamo davvero completi, avevamo realizzatori, atleti, grandissimi tifosi capaci di spingerci oltre i nostri limiti. Ancora oggi, quando mi riguardo gli highlight o delle intere partite, mi vengono i brividi”.

Perfino le vittorie di Barcellona e Tel Aviv a qualcuno non bastavano…

“Per questo il successo di Mosca l’ho assaporato in maniera particolare. Perché le critiche non mi sono mancate nemmeno dopo due titoli consecutivi: si diceva che avevo vinto solo le Final Four in casa. La verità è che ognuno può trovare difetti in tutto, se volessi potrei trovarli anche in Michael Jordan. Per questo la vittoria ‘fuori casa’ è stata particolarmente importante”.

Barcellona, al di là delle vittorie, rimane la tua città preferita. È stato un addio difficile?

“Barcellona è nel mio cuore. Semplicemente, Pesic ha voluto un giocatore più difensivo per il suo sistema, così hanno firmato Ilievski. Di sicuro non c’erano problemi di accordo tra me e il presidente Laporta per il mio ingaggio, magari a posteriori è stato il favore più grande che il coach mi abbia mai fatto”.

Hai mai provato a pensare a quello che farai dopo la tua carriera?

“Sì, e sinceramente spero di restare nel basket, perché questa è la mia vita. Sono stato in questo mondo ogni giorno, da quando avevo sei anni”.

E cosa ti piacerebbe fare? L’agente? L’allenatore?

“L’agente? No, no…guarda che roba [ride, indicando il suo procuratore Maurizio Balducci, ndr], c’è da diventare matti con questo lavoro. Non so neppure se avrei la pazienza per fare l’allenatore. Magari il general manager, oppure lavorare per sviluppare le relazioni tra Eurolega e NBA, o comunque tra l’Eurolega e il resto del basket mondiale. Ecco, quello mi piacerebbe”.

JASI, L’AMERICANO

Come hai vissuto il tuo approdo nella Lega?

“La NBA per me era una sfida, una bella opportunità che non mi si era mai presentata. Avevo molte offerte, il problema era centrare o sbagliare la scelta. Andai ai Pacers dopo che con Rick Carlisle parlammo molto spesso al telefono e mi trovai benissimo con le sue idee. Una volta negli States, però, mi resi conto che era successo la stessa cosa che accade quando ti vogliono reclutare al college: al telefono ti dicono tutto quello che vuoi sentirti dire, poi arrivi sul posto e la situazione è il contrario di ciò che ti aspetti”.

In che senso?

“Ho un grande rispetto sia per Donnie Walsh (GM), per Larry Bird (Presidente) e per l’organizzazione dei Pacers, che credo abbia pochi eguali nella NBA. Ma non capisco perché hanno firmato dei giocatori in contrapposizione con lo stile del loro allenatore. Loro due volevano un basket veloce e aggressivo, divertente per i tifosi, mentre Rick voleva un ritmo controllato, alla serba. In più, in uno spogliatoio con gente come Ron Artest, Jamaal Tinsley, Stephen Jackson e Jermaine O’Neal, forse ci voleva un allenatore con maggiore personalità”.

Un errore, quindi.

“Ho sbagliato ad andare lì, senza dubbio. Se avessi scelto un’altra squadra le cose sarebbero andate diversamente. Penso comunque di aver dimostrato di poter giocare, anche se spesso mi usavano come guardia. Per un mese e mezzo Carlisle mi disse di voler giocare tanti pick and roll, di voler correre, ma non si fece mai niente di tutto questo”.


Da lì ai Golden State Warriors, altra situazione infelice.

“Ti dico un aneddoto per spiegare come funziona la NBA. Appena scambiato a Golden State sono andato a parlare con Don Nelson. Lui, seduto di fronte a me, mi fissò serio e mi chiese: ‘Allora, che sai fare?’. So bene che il fatto di essere arrivato lì era anche una questione di salary cap più che tecnica, ma lui con me fu sincero. Mi disse: ‘Il mio miglior giocatore è Baron Davis e fa il playmaker, il mio miglior prospetto è una guardia che sto cercando di far giocare da play, Monta Ellis. Giocherai quando uno dei due sarà indisponibile’. Ed è stato di parola: quando Baron si fece male giocai un po’, poi passai il tempo a sventolare asciugamani. Questa è stata la mia NBA ed è un po’ frustrante che sia andata così, perché penso che da un’altra parte avrei potuto essere un giocatore importante”.

Di certo non potevi esserne soddisfatto.

“Chiaro, però ho fatto più di 7 punti e 3 assist di media con Indiana in meno di 20 minuti, ho giocato il Rookie Game, insomma, non è che proprio non ho fatto nulla. La gente si aspettava di vedermi come al Maccabi ed è stato un dispiacere giocare poco, ma penso di aver dimostrato di essere a quel livello”.

Forse era semplicemente una realtà troppo diversa.

“La NBA è un mondo strano. Secondo me solo cinque o sei club giocano per vincere, tanto è vero che sono sempre gli stessi a disputarsi l’anello. Le altre franchigie sono nelle mani di ricconi che vogliono far divertire i propri figli con la loro squadretta, o qualcosa del genere”.

JASI, IL LITUANO

Parlaci del tuo rapporto con la Nazionale.

“È bellissimo giocare per la Lituania: lasciarla era il lato negativo di andare al college, ma allora non capivo l’importanza di giocare in Nazionale. Adesso per me non c’è nulla di più importante, nessuna squadra di club può essere paragonata alla tua Nazionale. Si tratta di continuare quello che Sabonis e Marciulonis hanno iniziato, la gente da noi è molto orgogliosa della squadra, pazza per il basket – e poi giochiamo una bella pallacanestro”.

Sembra anche che le critiche non vi tocchino.

“Quando perdiamo o giochiamo male tutti a scrivere che nello spogliatoio qualcosa non va o che c’è egoismo da parte di qualcuno. In undici anni non ho mai vissuto una brutta atmosfera con la Nazionale, perché è fatta di gente che ha passato una vita a giocare contro o insieme, dalle giovanili in su, tra Vilnius, Kaunas o Klaipeda – insomma, gente cresciuta insieme. Quando ci ritroviamo siamo peggio dei bambini…”.

Per dire di quanto siete rispettati da noi, la vittoria dell’Italia sulla Lituania nella semifinale olimpica del 2004 è stata celebrata forse più degli Europei del ’99.

“Quella volta contro l’Italia abbiamo giocato malissimo, non abbiamo fatto ciò che serviva. Abbiamo pagato caro il nostro cattivo atteggiamento in difesa, sprecando una grossa opportunità di vincere le Olimpiadi”.

Non ci siete andati lontanissimi neanche in Australia nel 2000. Semifinale persa d’un soffio contro gli USA…

“Ogni volta mi si ricorda quel tiro da metà campo a Sydney contro gli americani. Non penso ci fosse una sola possibilità che potesse entrare, o meglio, la probabilità era la stessa di scalare l’Everest. Eppure tutti a dirmi che ho avuto tra le mani la palla della vittoria!”.

Forse perché, quando l’arancia è nella mani di Jasi, di solito quello che segue è un canestro…

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40 anni di Poz: vi regalo il suo “Dream Team #50” (download gratuito)

Una "doppia" all'interno della rivista

Come (pochi, credo) di voi sapranno, avevamo (io, il direttore Mauro Bevacqua, l’art director Francesco Poroli) dedicato il numero 50 della rivista “Dream Team – Basketball & Lifestyle” a Gianmarco Pozzecco, offrendogli – simbolicamente ma nemmeno troppo – il ruolo di direttore per un mese.

Ne uscì un numero molto divertente, che coinvolse tantissimi personaggi dello sport, del giornalismo e anche della cultura. Nessuno voleva farsi mancare il suo Gianmarco Pozzecco, a dimostrazione ulteriore di quanto e come questo personaggio abbia inciso, non solo sul parquet.

I nomi dei “contributors”? In ordine sparso: Gianluca Basile, Danilo Gallinari, Franco Bolelli, Flavia Pennetta, Maurizia Cacciatori, Martin Castrogiovanni, Massimo Ambrosini, Francesco Damiani, Gianmaria Vacirca, Emiliano Poddi, Angelo Reale, Riccardo Romualdi, Flavio Vanetti, Andrea Zingoni&Joshua Held (Gino il Pollo), Piero Guerrini, Andrea Pecile, Livio Proli, Dino Meneghin, Charlie Foiera, il fotografo Stefano Ceretti. Chiedo scusa se dimentico qualcuno.

Grazie a Francesco Poroli (@francescoporoli su Twitter) abbiamo recuperato il file. Io ve lo regalo.

SE VOLETE SCARICARLO, CLICCATE QUI

Pietro

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Auguri Poz (contiene intervista amarcord)

Gianmarco Pozzecco e la mia coppola. Belle coseIl 15 settembre 2012 Gianmarco Pozzecco compie quarant’anni. Solo per l’anagrafe, perché quanti anni possa avere il Poz nella sua testa lo può sapere davvero solo lui. Ho avuto la possibilità di conoscerlo lavorando per il mensile Dream Team, curavo la sua rubrica (potete immaginare il livello dei contenuti!), e una volta abbiamo fatto una intervista vera e propria. Quella che vi ripropongo qui sotto.

Ovviamente gli dedicammo la copertina, con la foto che vedete qui di fianco, scattata da Matteo Marchi: ritrae un Poz con la coppola (la mia, tra le altre cose), in omaggio alla sua stagione siciliana con Capo d’Orlando. Era la vigilia del suo ritorno da avversario contro la Fortitudo Bologna, ci incontrammo nel suo albergo. Totalmente immarcabile: mentre rispondeva alle mie domande dava consigli all’allora GM Vacirca su dove portare la fidanzata a mangiare, intratteneva altri clienti dell’hotel a caso, rompeva le palle ai compagni di squadra che passavano di lì. Marchi non ne poteva più.

Mi piace anche ricordare un’altra cifra tonda: 50, ovvero il numero della rivista che lui “diresse”. Dream Team chiuse i battenti qualche mese dopo, ma quella del “Pozzecco direttore” rimane una delle cose più divertenti che abbia mai fatto. E mi ricordo la sua emozione vera nel vedere le prime prove su carta di una rivista-tributo interamente dedicata a lui, in una stanza della vecchia sede dell’Olimpia Milano in via Caltanissetta. Poz piace a molti, altri lo detestano. Per me, semplicemente, è un grande.

Auguri Gianmarco!

(Intervista a Gianmarco Pozzecco, Dream Team 37, gennaio 2008)

Gianmarco, sei già tornato da avversario a Bologna, ora è il momento dell’ultima della carriera a Varese: cosa ti aspetti?

A Bologna l’ho vissuta come un preavviso di ciò che può succedere a Varese. Ci ho giocato quasi tre stagioni, ma ho instaurato rapporti quasi di fratellanza, ho conosciuto un sacco di amici che non vedevo l’ora di rivedere – Simone della Braseria, Ugo del Rivabella, Steve Fabiani, Abele Ferrarini, mille altri. Insomma, anche tornare a Bologna è stato qualcosa di molto particolare, ma dico e ribadisco che per me Varese è Varese”.

Nell’amore per la Effe la motivazione del tuo rifiuto alla Virtus Bologna.

Sì, ed è stata una scelta personale, nessuno mi ha mai condizionato. L’unico che poteva farlo era Giorgio Seragnoli. Andai a fatica a parlargli, chiedendogli se poteva essere un problema per lui, ma mi disse di no – forse solo se fosse stato ancora lui il presidente della Effe sarebbe stato diverso”.

Una notte difficile, comunque.

Sì, era un venerdì sera. Non sono stato bene per niente, e alla fine cambiai idea. Mi resi conto che era una cosa che non mi apparteneva. C’era una decisione da prendere, era un momento molto serio, ma quando mi immaginavo con la maglia della Virtus non mi accettavo. Non ho nulla contro la Virtus, l’ho detto 1.500 volte, però io alla fine ho giocato a Varese e alla Fortitudo, ed è giusto che uno come me abbia fatto una scelta di quel tipo, istintiva, perché io sono così”.

Quindi l’approdo in Sicilia, per tanti una pazzia.

Quando chiamai Enzo Sindoni gli dissi: ‘Le cose stanno così: posso andare alla Virtus, situazione vantaggiosa, gioco in Eurolega, mi allena una persona che stimo molto come Pillastrini, in una città dove ho casa, in una società che mi dà la possibilità di vincere…’. E lui: ‘Mi stai dicendo che vieni a Capo d’Orlando’. ‘Sì’. Una scelta che, fino a questo punto e al di là dei risultati, mi ha confortato. A giocare per le Vu Nere non ce l’avrei mai fatta”.

Da Bologna non te ne sei andato per scelta tua, ma di Jasmin Repesa.

Nella mia carriera ho vissuto momenti esaltanti e altri particolarmente brutti. Nel 1999, quando mi allontanai dalla Nazionale che poi vinse gli Europei, io ci rimasi di merda. Stessa storia nel 2003, quando Recalcati mi rifiutò prima dell’Europeo svedese; e poi ancora due anni dopo, quando Repesa mi mise fuori squadra prima dei playoff e loro vinsero lo scudetto. Sono stati tre momenti di difficoltà vera, di sofferenza”.

Però in qualche modo sei sempre tornato.

Ho sempre tratto energia positiva da queste situazioni. È logico che ho sofferto a vedere De Pol e Menego esultare da campioni d’Europa, appena dopo averlo fatto insieme per lo scudetto a Varese. Pensavo e penso tuttora che meritassi di giocare in quella Nazionale. Mi apparteneva di diritto, perché non vedevo così tanta gente più brava di me, onestamente. Però sono tutte cose che mi sono servite per crescere: quando le cose vanno male, non sempre tutto è negativo”.

È un pensiero che ora puoi rivolgere al tuo amico Belinelli?

A Marco dico proprio questo: per certi versi non giocare adesso è una cosa positiva. Ha ancora 21 anni e per lui non sono assolutamente preoccupato, ho tantissima fiducia. Anche lui ne ha nelle sue qualità, se è vero che ha detto di non voler essere considerato solo uno specialista. Deve solo riuscire a capire che tutto questo passerà, che avrà la possibilità di vendicarsi di tutto, prendendosi delle rivalse contro chi pensa che non è adatto a stare lì”.

Quindi tu confermi al 100% tutto ciò che sei stato, senza rimpianti.

Rifarei tutto: non sono andato in Francia nel 1999 e non ci andrei nemmeno adesso, ad esempio. Nella vita uno deve fare delle scelte: uso sempre l’esempio del contropiede tre contro uno con a destra Charlie Foiera e a sinistra Michael Jordan, in difesa Mutombo. Dai giustamente la palla a Jordan, che scivola e sbaglia. Riescono a dimostrarti, usando non so che tipo di macchinari, che se la davi a Foiera andava a segnare e vincevi la partita. Di conseguenza succede che la tua scelta per certi versi è sbagliata, ma la verità è che se hai Jordan a sinistra e dai la palla a Foiera sei un cretino!”.

Molto dipende anche dal momento.

Ci possono essere delle scelte che poi si rivelano sbagliate, ma rimangono giuste nel momento in cui le hai fatte. Io feci benissimo, secondo me, a non andare in Francia; Recalcati ha fatto malissimo a non chiamarmi in Svezia. Addirittura inventarono che rubai un pullman di notte, ma sul mio conto ne hanno dette di tutti i colori. Ma una spiegazione a tutto c’è…”.

Sarebbe?

Io ho venduto l’anima al diavolo per vincere lo scudetto a Varese, uno scudetto che mi permette ancora di vivere di rendita, perché altrimenti credo che mi sarei già ammazzato quattro o cinque anni fa. Rimane una cosa che mi resterà dentro per tutta la vita, e ho venduto l’anima al diavolo per riuscirci. Quindi tutte le sfighe che sono successe dopo sono arrivate perché il diavolo ogni tanto si presenta sempre con quel conto ancora da saldare. Io sono un dannato”.

Parole grosse.

Io ci credo veramente, anche perché quello scudetto ha tutto fuorché elementi di realtà. È assolutamente surreale. La stampa specializzata allora ci considerava una squadra di seconda se non di terza fascia, e devo dire che questa Pierrel ha delle analogie con quella squadra”.

In che senso?

Una su tutte è che stiamo bene insieme, come a Varese. Veramente, però, non per dire sempre ‘il gruppo di qua, il gruppo di là’: stiamo insieme perché ci piace”.

Altra tradizione e altra storia, però, Varese rispetto a Capo d’Orlando.

Senz’altro, è chiaro. Lì l’anno prima eravamo arrivati quarti e si giocava l’Eurolega, ma fondamentalmente nessuno ci considerava da titolo. Qui sulla carta siamo considerati ancora meno, però vediamo cosa succede”.

Peraltro anche senza di te la Pierrel ha fatto bene!

Meglio che abbiano iniziato senza di me! Perché poi sono arrivato io, a perdere 10 palloni a partita, tanto per far capire ai ragazzi con chi avevano a che fare”.

Ci spieghi una volta per tutte perché Pozzecco è un giocatore difficile da allenare?

Partendo dal presupposto che non sono un santo, sono convinto che a volte tutto viene portato all’esasperazione. Una volta per esempio Federico Danna [allenatore di Varese nella stagione 1999-2000, ndr] non mi mise in quintetto nella trasferta contro la Virtus Bologna. Io ebbi una reazione spropositata, quando poi mi rimise in campo mi tolse dopo tre o quattro minuti perchè avevo perso non so quanti palloni. Ho fatto scoppiare il finimondo, una cosa di cui mi vergogno tuttora. Quella sera lì il povero Hugo Sconochini venne trovato positivo al doping, e il giorno seguente sui giornali il titolo in grande era la mia lite furibonda con Danna, mentre in un angolo ‘Sconochini positivo’. Mah…”.

Cosa vuol dire quando dici che non sei un santo?

Beh, sulle critiche che ho ricevuto c’è sempre un fondo di verità. Ne ho fatte veramente di tutti i colori. Una volta rimasi a letto per un mese e mezzo con la broncopolmonite, prendendo quattro antibiotici al giorno, e nella prima partita che giocai al rientro restai in campo qualcosa come 28 minuti [20 in realtà, ndr], ma ero incazzato nero del minutaggio. Sono uscito di casa che ero un cadavere, ma io anche in quel momento ero convinto di essere il più forte di tutti. Andai da Charlie [Recalcati] il martedì e gli dissi ‘Qui non va bene: ho giocato 28, sei pazzo? Io devo giocarne almeno 35, altrimenti non gioco più!’. Mamma mia ragazzi…”.

A proposito di Hugo: l’hai visto su SKY a fare il commentatore?

Sì, per favore ditegli di tagliarsi i capelli”.

Finirai anche tu a commentare partite?

Spero non con quei capelli! Di Hugo posso anche parlarne male, è talmente un bel ragazzo! Però davvero, dalla TV non capivo se era Hugo Sconochini o una pecora: spero che ora gli abbiano tagliato la lana… So che sua moglie aveva un maglioncino nuovo, magari l’hanno fatto all’uncinetto con la lana di Hugo”.

C’è anche Boni che commenta, un altro che parla poco.

Mi dicono che massacra tutti. Mario Boni secondo me dovrebbero mandarlo a ‘Uomini e Donne’, sarebbe l’ideale. Una sera ce l’aveva anche con se stesso, ma è giusto così, è bello vedere qualcuno che apre bocca per dire quello che pensa. Non ha mai offeso nessuno”.

Boni ha detto che penserà al ritiro solo quando smetteranno di fischiarlo e inizieranno a dargli dei premi alla carriera.

Bene, allora organizzate voi che gliene diano, perché non se ne può più!”.

Pure tu aspetti i fischi e le targhe?

Io smetto comunque a fine stagione, che mi diano le targhe o meno. Anzi, per dirla con le parole del buon Commendator Zampetti [l’attore Guido Nicheli, ndr] che purtroppo non c’è più, vedo di tirar giù le ultime due targhe [a.k.a. ragazze] e poi smetto, perché da giocatori se ne beccano molte di più”.

Strage di cuori, a Capo d’Orlando?

Insomma… Da questo punto di vista è una città molto piccola, per cui non mi concedo facilmente. Cioè, mi concedo, ma diciamo che abituato alla Russia, dove c’era da star male, devo un attimino adattarmi… Poi, appena finisco di giocare, ho deciso che passerò un anno alla ricerca della donna della mia vita – e non è che sia molto semplice!”.

Tabellino del tuo primo ritorno a Varese: sconfitta di 16 e un ottimo 0/8 dal campo.

Beh, indipendentemente dalla partita l’accoglienza di quella sera rimane un ricordo incredibile e indelebile, l’emozione più alta della mia carriera insieme allo scudetto e al podio olimpico. Una cosa che non dimenticherò mai. Poi io sono un sentimentale, sembro quasi patetico certe volte: al palazzo erano tutti in piedi, io ho iniziato a piangere, tutto intorno a me c’era gente che piangeva… Insomma, è stato un momento pazzesco”.

E dire che due-tre campioni a Varese sono passati.

Anna Bonsignori, storica segretaria di Varese, venne a dirmi che i ritorni lei li aveva visti tutti, da Bob Morse a Meneghin, ma a una cosa del genere non aveva mai assistito. Per me Varese resta intoccabile, abbiamo costruito negli anni qualcosa di irripetibile, vincere con un gruppo di quel tipo è stato un’apoteosi”.

Però, ti diranno, gira e rigira hai vinto solo uno scudetto.

Ma non lo cambierei per nulla al mondo. Se me ne offrissero dieci altrove contro uno a Varese direi di no. Io litigavo sempre con Maurizia [Cacciatori, pallavolista e storica ex, ndr] che aveva vinto non so quanti scudetti e coppe. Ma le dicevo: tu hai vinto a Varese? No? E allora sta buona!

Non ammetti discussioni a riguardo.

Varese per me è la pallacanestro, non c’è altro. Poi sono affezionato a Bologna, a Udine dove ho giocato tre anni, sono sempre felice di tornare a Livorno, a Trieste ci sono nato… Ma Varese è un’altra cosa”.

Parlaci di com’è cominciata, allora, questa storia d’amore assoluta.

Varese è stata una crescita, non solo mia. Ho giocato con Toni Bulgheroni, con cui ho fatto anche il militare assieme; quando arrivai la prima volta venne suo fratello Edo a prendermi, che aveva due anni più di me. Mio padre ha giocato alla Robur e mi ha sempre parlato benissimo della famiglia Bulgheroni. Insomma, era tutto molto in famiglia. Poi Toni diventò prima DS e poi presidente, la nostra crescita è stata parallela – la mia e quella di Toni, Edo, Menego, Sandrino o di Zanus, che all’inizio doveva andare a Milano”.

Facevi parte dell’arredamento della Pallacanestro Varese.

Il clima era unico. Mi ricordo prima di gara-3 di finale scudetto: io, Bruno Arena dei Fichi d’India e tale Raimondo, a cena con altre cento persone. Questo Raimondo negli anni era sempre lì, col suo maglione rosso che mi inseguiva a bordocampo, quando facevo canestro praticamente esultavamo insieme, un personaggio mondiale. Quella sera si scherzava con tutti, Raimondo è uno che spara cazzate così buone che potrebbe fare TV ma insomma… quella era Varese. Finita la partita dello scudetto cena diciamo ‘ufficiale’ e poi tutti al nostro solito ristorante a festeggiare con la gente, i nostri amici. Poi si dice che non si vive di ricordi, ma vaffanculo! Di ricordi ci si vive, eccome – e ci godo pure!”.

Visto che smetti di giocare, i peggiori personaggi della tua carriera ce li dici?

Il più brutto in assoluto é Mergin Sina, il classico ‘scacciafighe’. Quando andavamo in giro facevo finta di non conoscerlo, in discoteca era impossibile beccare anche il più cesso che c’era se lui era nel raggio di un metro e mezzo. Però di una simpatia strepitosa… Aveva una cosa sola di bello, gli occhi verdi, ma in quella faccia lì sembravano due occhi pallati, da paura: vi giuro, una delle cose più terrificanti che abbia mai visto”.

E tra gli allenatori?

Nella Top Horror c’è di sicuro il momento in cui ho visto nudo Dado Lombardi, uno dei momenti più scioccanti della mia vita. Anche lui è un amico di famiglia, perché mio padre gli aveva fatto da vice in passato. Ci raccontò una storia in cui sosteneva di aver rotto otto denti a un tizio di Cantù, come se uno tirasse un pugno e poi contasse i denti rotti. Me la raccontò mentre si stava facendo massaggiare da Galleani, coperto dall’asciugamani, ma a un certo punto sradicò il buon Sandro, gettò via l’asciugamani e andò avanti nudo a raccontare. Avevo le lacrime agli occhi, una cosa indescrivibile”.

Basta così?

Beh no, merita una menzione speciale anche Charlie Foiera: situazione familiare allo sbando, con la mamma che fa i massaggi, il babbo che vende il cocco in spiaggia… [ride]. Il povero Charlie è rimasto sconvolto a vita dalla vista di un transessuale che stava con uno in giacca e cravatta nei bagni di una discoteca. E poi come dimenticare l’orchite di “Piccolo” Knezevic, una delle cose più brutte che ho visto nella mia vita”.

Chi ti è stato più vicino, tra i personaggi incontrati fuori dal campo?

È strano, perché io mi reputo una persona molto fortunata però alla fine mi trovo sempre con il nulla in mano. A Varese ho avuto amicizie pazzesche: Paolino, Andea Sterzi, Leo Fiore… Con loro e con Giorgino una volta abbiamo percorso il tratto Luino-Varese in tre ore e mezza anziché nei normali 25 minuti, perché ci siamo messi a cantare in ogni lingua possibile una canzone degli ‘All 4 One’! Personaggi magnifici, ma alla lunga – col fatto di andare a giocare altrove – ti allontani da tanti amici: prima li senti spesso, poi un pochino meno, poi addirittura finisce che li perdi di vista. Ho comunque un sacco di persone a cui voglio molto bene: Irma e Sergio, ad esempio, proprietari del ristorante dove andavo sempre a Livorno, che mi facevano sentire in famiglia. Una persona su tutte è Franco, purtroppo scomparso questa estate: per otto anni è stato un secondo padre, per me

Che Italia hai trovato dopo due anni in Russia?

A Mosca devo dire che è tutto un altro mondo. Un esempio: due persone che fanno un incidente sono capaci di bloccare per ore una strada a una corsia, perché non esiste che facciano la constatazione amichevole, e la gente rimane lì finché non arriva la polizia. Vivendo all’estero vedi cose che sul momento magari dai per scontate, poi però ti rendi conto quando torni che alcune cose all’estero funzionano diversamente – e ti chiedi come mai non sia lo stesso anche qui. Ti sei quasi dimenticato come vivevi prima”.

Adesso stai scoprendo il Sud.

Sono convinto che ormai in Italia cambiare città è quasi come cambiare nazione – tra Bologna e Capo d’Orlando sembrano due Paesi diversi. Capo d’Orlando è davvero un’isola felice. Io sono uno che ha paura di tutto – eppure mi è capitato di dormire con le chiavi appese fuori dalla porta di casa o di lasciare la macchina aperta con le chiavi nel cruscotto. Sono cose completamente sorprendenti per chi si immagina la Sicilia come il posto della mafia. Io, poi, sono passato da una città da 16 milioni di abitanti a una da 13.000. Qui c’è una familiarità incredibile, i miei vicini – che sono persone impagabili – ci sono per tutto quello di cui posso aver bisogno”.

Hai accennato all’inizio a Enzo Sindoni: che rapporto c’è con il tuo attuale presidente?

Credo che sia una persona estremamente sentimentale, molto genuina e affettuosa. Vi potrei leggere il suo ultimo messaggio, qualcosa di commovente: come si fa a non giocare per uno così?”.

Insomma, alla faccia di chi ha un po’ sorriso della tua scelta di firmare lì.

Dirò di più: adesso nel basket se ti danno 10 devi fare 10, se sul contratto c’è scritto che puoi andare due volte in bagno, alla terza ti multano – insomma, se fai o vuoi qualcosa di extra paghi. Qui sono venuti i miei genitori a trovarmi, io li adoro, ma dopo una settimana che ce li avevo per casa mi avevano fatto due palle grosse così… Sindoni lo è venuto a sapere, li ha portati a vedere tre appartamenti e li ospiterà fino a fine stagione!”.

Poz, ci avviamo alla conclusione, anche perché ti reclamano [squilla più volte il suo cellulare, la serata è lunga e il Poz è sempre molto richiesto, ndr]. Via ai quintetti: te escluso, i più forti che hai mai visto, giocandoci contro o assieme…

Io fuori? Ma stiamo scherzando? Sarei chiaramente il titolare!”.

Allora metti il tuo cambio e gli altri quattro titolari.

Allora: Michael Ray Richardson, Arijan Komazec, Charlie Foiera, Vinny Del Negro e Arvydas Sabonis. Anzi, togli Foiera e metti Danilovic!”.

E i più scarsi?

Facile: Foiera Charlie, Charlie Foiera, quello di Bertinoro a cui ho fatto da testimone di nozze, quello che gioca a Ferrara col numero 16, il mio compagno di squadra a Varese dopo lo scudetto”.

Il quintetto dei tuoi amici?

Oh Madonna, una volta era facilissimo, ne mettevo dieci e via! Adesso ragazzi miei, che dire… Proviamo: Orsini, Malavasi, Van Den Spiegel… Ce ne son troppi, dai… De Pol, Meneghin, Loncar, che va di sicuro in quintetto, Bill Edwards, Gorenc, il numero uno, Charlie Foiera… Ho giocato troppi anni, cavolo… Giovanni Sabbia, Bonsignori, Calbini… troppa roba… Delfino, Smodis, Basile… Sono troppi!”.

Van Den Spiegel ti ha mai dato una percentuale sullo stipendio, visti i pick and roll alla Effe?

Poteva davvero farlo! È diventato uno dei giocatori più ricchi d’Europa, guadagna un milione di euro! È un ragazzo di un’intelligenza fuori dal normale”.

Una curiosità: tu, Pecile, Cavaliero, Attruia… Tutti triestini e tutti playmaker, chi più chi meno. E tutti dei gran personaggi!

È vero, non siamo mica normali! Non so, sarà la bora che porta via le cellule, ci fa ingerire determinati virus. Forse è perché siamo isolati… Boh! Comunque è vero che non siamo normali. Prendi Attruia: una sera lo stavo cercando in discoteca al Pineta perché dovevamo andare via e l’ho trovato da solo in un angolo che leggeva un libro. S’è mai visto uno che legge un libro in discoteca?

Poz, per chiudere sul serio: le tue considerazioni guardando indietro tutta la tua carriera?

Quanto mi son divertito ragazzi! Avrei potuto far di più, di meno, non lo so, ma ne ho viste di tutti i colori. Credo che la qualità della vita è la cosa che conta di più, e poi ho giocato con dei tegoli [cretini???, ndr] mai visti. Anche questi di Capo d’Orlando, ragazzi miei, sono degli imbecilli… A Messina una sera siamo usciti che sembravamo gli hooligan! Da un po’ di tempo gira questa frase mia – ‘Fai quello che non ho fatto io e andrà tutto bene’ – e sembra che sia una gran genialata. Ma l’unico consiglio reale che do a un ragazzino che gioca è: ‘Diventa un giocatore e inizia a guadagnare: ti diverti come un porco!’. Forse perché è un ambiente sano, fatto di gente incredibile. Per me, purtroppo, ormai è finita”.

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Si faccia TUTTO il possibile per Superbasket

Siccome so per esperienza cosa si prova a perdere un lavoro, ma soprattutto a perdere qualcosa per cui si fanno delle scelte (anche di vita, anche radicali) per permettere a una passione personale di essere condivisa con tanti, e di contribuire con il proprio lavoro a farla crescere, a “seminare” per raccogliere nuovi adepti (oggi si direbbe “followers”), per spiegarla a chi non la conosce, per raccontare cose nuove a chi già ne sa. Siccome so cosa ho provato quando mi è stato detto che “Dream Team” avrebbe chiuso i battenti, allora chiedo a tutti coloro che ne hanno l’interesse (dai singoli club, alle leghe, ai dirigenti dei suddetti club, agli stessi giocatori, ai tifosi, agli editori) che si faccia – mi ripeto – TUTTO il possibile per Superbasket.

Perché può piacere o meno, la si può leggere o meno, ma se il basket italiano perde anche l’ultima rivista dedicata possiamo anche smetterla di chiamarlo movimento, perché senza dibattito, senza analisi, senza un minimo di “scambio” intellettuale tra giornalisti, tifosi, giocatori, allenatori e dirigenti non esisterebbe più, e già fa una fatica bestiale.

Mi ripeto di nuovo: non è necessario condividere quanto scrive settimanalmente Superbasket. Però è necessario che continui a scrivere. E sono molto felice che il direttore Claudio Limardi mi abbia dato la possibilità di contribuire con un mio articolo nell’ultimo numero, attualmente in edicola.

Da ragazzo, in Sicilia, Superbasket rappresentava la mia finestra sul basket dei miei sogni, quello lontano dalla C e B2 maschile che ero abituato a vedere ogni domenica. Mai avrei pensato, un giorno, che avrei potuto scriverci sopra, e ne sono davvero felice. Sarebbe gravissimo se oggi, a Porto Empedocle o in qualunque altro posto, un altro ragazzo non potesse più “sognare” il grande basket, qualora ne fosse appassionato, attraverso una rivista che ha trent’anni di storia.

Pietro

La lettera pubblicata dalla redazione sul settimanale

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