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Sul “fallimento” di Luis Enrique

Mi colpisce chi ha commentato, commenta e commenterà la scelta di Luis Enrique di lasciare la Roma elogiandone la dignità di fronte al “fallimento”.

Io credo che mai come nel calcio – e mai come in Italia – si abusi di questa parola, che è molto pesante, e credo anche offensiva.

Cosa avrebbe fallito Luis Enrique? Ha perso qualche partita più del dovuto o ne ha vinta qualcuna meno del dovuto, può essere.

Che aveva in testa Luis Enrique? Fare quello per cui era stato chiamato: provare a costruire una squadra a sua immagine e somiglianza, esercizio che nella sua professione (ed è la SUA professione) richiede tempo, anche tanto, soprattutto in un contesto ambientale e tecnico in cui doveva iniettare delle idee molto diverse da quelle che solitamente si era abituati a seguire. Vale il concetto per i giocatori, per i tifosi, per i media, per tutti quanti. Vale anche per lui.

“Fallimento”. Ogni sconfitta è un fallimento. Un rigore pro è un “favore”, un rigore contro è un “torto”. Vincere con un tiro in porta è “carattere”. Perdere colpendo due traverse “mancanza di cinismo”. Così si pensa, di norma, quando si parla di calcio. Che non è un gioco, non è un business, non è uno sport: per molti è ancora una valvola di sfogo. Sono ancora troppi coloro che pensano che siccome ognuno ha i suoi problemi dal lunedì al sabato, la domenica ha pure il diritto di scaricarli addosso ai calciatori (più spesso che agli altri sportivi), che sono viziati, strapagati, stronzi. Ma solo quando perdono, altrimenti caroselli.

Arrivare settimi con una squadra da settimo posto (perché la Roma questo è, al netto delle prestazioni individuali di molti dei suoi giocatori e non solamente per lacune tattiche che comunque andavano colmate) non è un “fallimento”. E non lo era per la A.S. Roma, che avrebbe confermato l’allenatore alla guida della squadra. Non lo era per i suoi giocatori, che hanno speso più di una parola a favore di Luis Enrique.

Il quale ha anche una carriera da grande giocatore alle spalle, con oltre 150 partite giocate nel Real Madrid e oltre 200 nel Barcellona, per non parlare della sua ultra decennale esperienza con la nazionale spagnola. Un uomo degno di rispetto a prescindere. Poi siccome s’è dimesso, allora rispettiamolo di più, perché uno che lascia perché si ritiene (a torto o a ragione) inadeguato alla causa è in effetti una sorta di marziano, almeno per quello che ci raccontano le cronache degli ultimi anni.

Mi dispiace sinceramente che Luis Enrique non alleni più la Roma, ma altrettanto sinceramente il rispetto se lo era guadagnato anche prima. Riconoscerglielo solo adesso mi sembra un esercizio piuttosto futile. Dare del “fallito” (lo è chi compie un “fallimento”) a uno così, per il lavoro che ha cercato di portare avanti, è un ulteriore invito alle società italiane a continuare  con la vergognosa (e infruttuosa, nella stragrande maggioranza dei casi) tendenza a mandare via seri professionisti sulla base di criteri assolutamente soggettivi e imponderabili. Perché anche il risultato è soggettivo e imponderabile: scindere più spesso il concetto di “prestazione” da quello di “punteggio”, in uno sport come il calcio governato dal caos (talvolta anche in senso buono), aiuterebbe anche a utilizzare meglio le parole. Una sconfitta rimane tale. Un fallimento può mettere un marchio. Di sicuro non è quello che merita di avere addosso il Sig. Luis Enrique Martínez García.

Pietro

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Riflessioni su una domenica “sportiva” (di Matteo Mantica)

Il blog torna in attività e lo fa ospitando alcune opinioni di Matteo Mantica, che ha scritto con me e con Francesco Repice il libro “Inter, quella notte” (Libreria dello Sport).

Una domenica un po’ particolare per chi segue lo sport quella datata 22 aprile 2012. Guardando la televisione comodamente seduto da casa mia, ho passato in rassegna un po’ tutto quello che di sport andava in onda. Dal calcio italiano, a quello inglese, dal basket alla pallavolo. E due cose in particolare mi hanno colpito e lasciato perplesso. Due cose completamente diverse ma che ugualmente mi hanno lasciato sorpreso, stranito e un po’ deluso.

Partiamo dalla seconda, quella accaduta durante la finale del campionato italiano di pallavolo in diretta dal Forum di Assago su RaiSport1. Spettacolo straordinario, pure per uno come me che non ama certo la pallavolo, in particolare quella maschile. Partita divertente, pienone di pubblico sugli spalti, grande entusiasmo, telecronaca, a mio giudizio, competente e divertente. Scudetto alla fine alla Lube Macerata che vince 22-20 al tie break dopo aver recuperato due set di svantaggio contro la squadra, l’Itas Trentino, che ha dominato in lungo e in largo l’intera stagione di volley. Una favola meravigliosa.

Poi però, mentre impazza la festa sul taraflex del Forum, RaiSport manda in onda il replay del punto che ha assegnato la vittoria ai marchigiani e cosa ne vien fuori? Che la palla chiamata out dagli arbitri era in realtà abbondantemente dentro il rettangolo di gioco. Lungi da me qualunque tipo di polemica contro gli arbitri che ritengo possano e debbano avere il diritto di sbagliare, ma rimango sorpreso e deluso per il fatto che uno sport come la pallavolo cada nel medesimo errore del grande mostro calcio: non esiste tecnologia a supporto dagli arbitri. Se il calcio ne fa una scelta filosofica, a mio modo di vedere assolutamente non condivisibile per mille aspetti, mi stupisco di come uno sport come il volley cada nel medesimo errore. Perché di errore è giusto parlare.

Non so in tutta onestà, perché non mi ci sono messo, stabilire su quali casi l’instant replay possa essere applicato nella pallavolo, ma certamente uno sport moderno e con uno sguardo sul presente e sul futuro, non può e non deve esimersi dall’aiuto che la tecnologia può offrire. Nel basket, il mio sport, se ne fa già uso da anni, come sapete, e francamente non ricordo situazioni in cui l’instant replay non abbia dato responsi che hanno effettivamente messo d’accordo tutte le parti in causa.

Non ultima, anzi prima, il famoso tiro di Ruben Douglas del 2005 che ha deciso lo Scudetto e che, visto attraverso l’ausilio dell’instant replay, è stato stabilito fosse partito in tempo utile. Vedete per caso qualche analogia con quanto successo, peraltro sullo stesso campo, domenica scorsa ad Assago? È evidente che la scelta di non fare uso della tecnologia è stata presa da chi comanda nella pallavolo, e mi piacerebbe capire, se qualcuno sa sono qui pronto ad ascoltare, i motivi per i quali questa scelta è stata intrapresa.

La seconda cosa che mi ha lasciato di stucco, è accaduta qualche ora prima ma si è poi sviluppata nella giornata di lunedì e temo, purtroppo, andrà avanti anche nei prossimi giorni. Parlo di quanto successo a Marassi durante il secondo tempo di Genoa-Siena di Serie A di calcio, quando alcuni idioti hanno raggiunto una zona delle tribune dello stadio che ha permesso loro di far sospendere per 40’ circa la partita di calcio tra lanci di fumogeni e minacce, almeno da quel che è passato a noi telespettatori da divano, più o meno velate ai calciatori.

Niente banalità, niente condanne di quanto accaduto, quello è un mestiere che lascio ad altri, gli altri le cui reazioni sono proprio il motivo scatenante della mia delusione. Tutti, più o meno, abbiamo visto le immagini di quanto accaduto, i giocatori che si sono tolti le maglie, Sculli che ha abbracciato uno di questi tifosi sussurrandogli all’orecchio chissà cosa per far desistere questo manipolo di individui dal loro comportamento.

Tutti ci siamo fatti un’idea su cosa sia accaduto, su chi può avere avuto più o meno responsabilità su quanto accaduto e su quello che si potrebbe fare o meno per evitare situazioni del genere. Io ho le mie idee, ma non vi tedio con questo. Piuttosto sposto l’attenzione su quanto accaduto nella giornata di lunedì.

La sera, tornato dal lavoro, mi collego su SkySport24 e vedo i contributi raccolti dai giornalisti in giro per l’Italia con i vari politici dello sport che vogliono, e devono, dire la loro su quello che è successo a Genova. Mano mano che sento i vari Abete, Petrucci, e, piange il cuore dirlo perché per questo ragazzo per quel che appare ho grande stima, Damiano Tommasi e mi pare sempre più evidente che l’attenzione si sta spostando su qualcos’altro, sul cercare una nuova straordinaria colpa con i suoi annessi e connessi colpevoli: aver tolto la maglia!!!!!

Tutti, chi prima chi dopo aver condannato i delinquenti, hanno evidenziato il sacrilegio di aver accettato di togliersi la maglia da gioco. Petrucci ci ha raccontato questo: “La maglia è il simbolo intangibile di una squadra e non può essere nè offesa nè vilipesa o, tantomeno, oggetto di trattative. Aver chiesto e acconsentito di far togliere le maglie ai giocatori del Genoa rappresenta un sacrilegio sportivo di cui i colpevoli dovranno rispondere in ogni sede”.

Tommasi, e ribadisco il mio personale stupore, ha detto che lui non avrebbe mai tolto la maglia cedendo a quei delinquenti: a Tommasi mi piacerebbe ricordare che lui era in quella Roma che ha deciso, dopo uno splendido colloquio Totti-tifosi in mezzo al campo all’inizio del secondo tempo, di sospendere la partita per la morte di un bambino mai avvenuta… Abete si è aggiunto al coro, con qualche altra perla che tutti avrete sentito o letto.

Il mio personale sconcerto ha decisamente preso il sopravvento. Effettivamente non avevo pensato che i veri delinquenti erano proprio i calciatori che avevano accettato, probabilmente minacciati, di togliersi le maglie della loro squadra, alcuni addirittura scoppiando in lacrime come Giandomenico Mesto, davanti a tanta vergogna. “Io non l’avrei mai tolta”, “è stato un gesto vergognoso cedere alle richieste di questi delinquenti”.

Io spero, ma è uno sperare davvero eufemistico, che qualcuno di questi signori, risentendosi o rileggendosi, si accorga di essere andato un po’, ma giusto un po’, fuori tema, parlando delle maglie dei giocatori che sembravano, ieri sera, essere diventati i veri colpevoli, pure codardi, nello scempio di domenica a Genova.

Meno male che poi, sempre su SkySport24, mi è capitato di sentire le parole di un giornalista del Corriere della Sera, Roberto Perrone, che ha fatto presente che forse il problema stava da qualche altra parte rispetto alle maglie o addirittura, come aveva paventato qualche altro genio, nel fatto che lo stadio di Genova si prestasse a situazioni di questo genere: nell’ignoranza, nella non educazione, nella mancanza di leggi, nonostante le varie genialate come la tessera del tifoso (che ha solo aumentato i problemi, salvo poi fare una sorta di malcelata retromarcia) o i tornelli negli stadi che tanto chi non deve entrare non lo si ferma comunque… Lo sport in Italia ha dei seri problemi per tanti motivi e purtroppo vedo con grande difficoltà come il futuro possa diventare più roseo nei prossimi anni.

La soluzione che ha trovato chi comanda nello sport, e che invece di trovare soluzioni vere con l’appoggio dello stato su come arrivare a che le cose di Genova non si ripetano più sulla falsariga di quanto fatto dagli inglesi ormai 20 e dico 20 anni fa se ne esce con frasi poco pertinenti, è stata: facciamo le Olimpiadi a Roma nel 2020. Io amo lo sport e vivo grazie allo sport, ma in tutta franchezza ringrazio Mario Monti per avergli sbattuto la porta in faccia.

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