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The importance of narrative in fight sports

Heavyweight clash between WBA, IBF, WBO, IBO World Champion Anthony Joshua and WBC World Champion Tyson Fury is now on.

Two fights to be scheduled in 2021 that will crown a new Undisputed Champion since Lennox Lewis back in 1999, when he defeated Evander Holyfield in back-to-back fights.

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Eddie Hearn, managing director of Matchroom Sport and Joshua’s manager, immediately told ESPN: “One of the fascinations about this fight will be the buildup because they’re two totally different characters, two totally different personalities. The mind games will be on another level for this fight. Tyson is very good at that. Anthony is excited by that. … He’s so pumped, so focused, he hasn’t stopped training since the [Kubrat] Pulev fight [in December]. He’s like a caged lion. The buildup is going to be epic”.

Neither Joshua or Fury are Cinderella Men, both of them are champions, both of them are great fighters, both of them represents an amazing fan base such as British boxing’s one.

Still, they NEED this fight to be put in the right perspective in terms of narrative in order to be SOLD.

Every contest, every sports match or fight has to mean for something great. People have no more time to waste (or let’s say, less time) to watch something which isn’t worth their time.

If I don’t see a new champion or something really important to change at the end of the fight/match/game, why should I watch?

That’s why so many titles came in boxing: a long list of new federations, belts, a great display of fantasy in order to crown fighters here and there to promote any kind of meaning to the fights.

In Joshua vs Fury case, this is not necessary because ALL the belts are there on the line. Still, it’s necessary to convince people that this is FINALLY the fight we all wanted and needed to happen.

Was it the same with the Wladimir Klitschko’s fights against Fury and Joshua, which he lost by the way? Yes, but…

World Boxing Council (WBC) belt wasn’t there. For some years, Wladimir’s brother Vitali Klitschko held that title and there was no way they would step into the ring to fight each other. So, as strong as they were, as different as they were (Vitali was believed to be “tougher” than Wladimir), we missed a unified, recognized, unanimous World Heavyweight Champion.

This time, all the titles are in contention. This time is for REAL and it has to be sold this way. This time there will be no opinions, just facts. Two fights to determine who’s the man, who’s the best, who’s the unified, recognized, unanimous World Heavyweight Champion, the most important title in fight sports because of its story, its legacy and its drama.

Several generations grew up watching the Rocky saga in theater, home video or tv. We still are influenced by the 70s legends such as Muhammad Alì, Joe Frazier, George Foreman.

Here in Italy, despite a good number of World Champions in all weight classes, nobody is even close to Primo Carnera’s legendary aura. Not even Francesco Damiani, who held the WBO title in the same years as Mike Tyson wore the WBC, WBA, IBF titles as the Undisputed World Champion.

Why Primo? Because of that Heavyweight mystique.

That’s why these upcoming fights are made to set a new standard in boxing narrative. It lasted 22 years since the Undisputed Champion was crowned: too much, hopefully not too late to return to the boxing prime among fans and media all over the world.

Pietro

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Troppe squadre? Verso un “nuovo” sport

Parole molto interessanti del presidente dell’ECA Andrea Agnelli, che sostiene ragionamenti già svolti da altri sport (basket soprattutto) a livello continentale, ma che dovrebbero indurre lo sport professionistico a una riflessione complessiva.

Punti salienti:

  • Troppe squadre che diluiscono competitività e risorse
  • Una analisi (o un tentativo di) dei tifosi di sport odierni, a partire da ciò che vogliono vedere e da come lo guardano
  • Il leitmotiv della sostenibilità economica: se non si guarda anche al profitto, lo sport professionistico non può continuare a esistere a lungo (prima nel piccolo, poi nel più grande dei sistemi)

Aggiungo io:

  • Affidare il modello di sport alla nostalgia (dalla costruzione degli stadi, alla comunicazione, alla capacità delle leghe di essere tali e ragionare d’insieme, all’annosa questione televisiva… ce ne sarebbe da discutere per mesi) è sbagliato come riguardo qualsiasi argomento. Ogni storia va rispettata ma la storia è dinamica, ce lo insegnano i libri di testo.
  • Il riferimento alle troppe squadre, all’interesse che viene meno su troppe partite prive di reale valore competitivo deve interessare anche le competizioni nazionali (che nell’intendimento di Agnelli sono superate): la Serie A a 20 squadre non è verosimile, come la Serie B. Più squadre ci sono, meno risorse si dividono e più la qualità media cala, inevitabilmente.
  • Andrea Agnelli sui tifosi: “Dobbiamo anzitutto mettere i tifosi al centro: il sistema attuale non è fatto per i tifosi moderni. Le ricerche dicono che almeno un terzo di loro seguono almeno due squadre; il 10 per cento segue i giocatori, non i club. Molto probabilmente ci sono troppe partite che non sono competitive, sia a livello nazionale che a livello internazionale. Non possiamo dare per scontati i tifosi, o rischiamo di perderli“. Agnelli si riferisce a una nuova tipologia di tifosi: meno ultras (per semplificare), più appassionati in senso lato. Persone meno disponibili a seguire un intero campionato o un’intera partita, molto più disponibili a guardare per ore una playlist su un giocatore o di giocate spettacolari, oltre che disponibili a pagare per ciò che desiderano vedere (e basta).

Nel mio piccolo:

  • Lavoro nel basket o attorno al basket da molti anni: è arrivato davvero il momento di stringere, di selezionare all’ingresso i club che ambiscono a far parte del professionismo, di regolamentare meglio l’attività dilettantistica e di ridurre il numero di squadre che vogliono farne parte. Perché ridurre non significa vietare, significa ottimizzare le risorse economiche e umane (dirigenti, allenatori, giocatori, arbitri, impianti) e fare lo sport di livello professionistico laddove si è attrezzati in modo professionale.
  • Coloro che invece non possono/vogliono fare questo, si dedichino con maggiore attenzione all’aspetto formativo di ciascuna categoria, per garantire palestre/campi, allenatori/istruttori, dirigenti più qualificati a gestire lo sport di base.
  • Sullo sport di base: affrontare in modo deciso il problema dell’educazione fisica scolastica. Ora più che mai non è pensabile essere obbligati a pagare per l’avviamento allo sport e la scoperta delle varie discipline. Come si scopre di essere più portati per la fisica anziché per la filosofia, la scuola deve aiutare i bambini/ragazzi a scoprire se possono essere più abili nel calcio o nella corsa.

Nessuna ricetta segreta, solo una base di idee su cui ragionare per chi vorrà.

Pietro

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