Uno da serie TV, Jaja Pozzati (contiene consigli per gli acquisti)

L'apertura della Ferramenta

Nell’ambiente del basket lo conoscono in tanti, e tutti come “Jaja”. Lui è Jacopo Pozzati, @JPOZ32 se volete beccarlo su Twitter, e lo trovate a Bologna in negozio. Anzi, in Bottega, un’autentica istituzione per chi ama lo streetwear e – come tra poco Jaja ci spiegherà – non solo quello. La scorsa settimana lui e i suoi hanno dato una festa per l’inaugurazione di un altro negozio: la Ferramenta. E allora due chiacchiere per festeggiare questo evento le abbiamo fatte più che volentieri. Le foto sono di Matteo Marchi.

01. Perché funziona associare dei negozi di scarpe e streetwear a nomi come “Bottega” e “Ferramenta”?

“Innazitutto qua non parliamo d negozi di sneakers, ma di un negozio Back Door dedicato alla pallacanestro in un piano, con un altro piano interamente dedicato a quella che io chiamerei “Way Of Life”, né streetwear, né fashion, bensì quello che l’amore per questo lavoro ci porta a fare, ma se proprio dobbiamo usare un termine tecnico userei High fashion streetwear. In Ferramenta abbandoniamo il basket giocato per dare spazio all’abbigliamento da donna in tutte le sue forme, all’ottica di iper ricerca sia da sole che da vista (siamo in partnership con un colosso nel settore dell’ottica) alla tecnologia, con un corner interamente dedicato ad accessori per iPhone, Mac, ecc. Dopo questa piccola preview posso rispondere alla tua vera domanda: Bottega perché prima sorgeva appunto una vera e propria bottega di quartiere, una istituzione per Bologna, un vecchio negozio ultracentenario – la Ditta Evangelisti – dove si poteva trovare di tutto: dagli zerbini fatti su misura, alla raffia, al tessuto rosso per le famose ed ormai quasi estinte tende rosse bolognesi. Ferramenta perché esattamente 100 anni fa in quel luogo è nata la prima attività commerciale, appunto una ferramenta, dove prima (da quasi 700 anni e passa) sorgeva un antico convento ed il suo dormitorio”.

Passavano di lì

02. La sportiva che ha più stile, e perché.

“Per quel che poco che vedo, apprezzo la Pellegrini per il suo voler sentirsi donna e riscoprire la sua innata femminilità al di fuori della vasca. È una cosa che apprezzo molto perché la donna ogni tanto deve sentirsi donna al 100 %, anche se viene da un background rude come può essere la sua professione”.

03. Lo sportivo che ha più stile, e perché.

“Parlo di quelli che conosco io: Mattia Cassani [calciatore del Palermo, ndr] e Marco Materazzi [ex Perugia e Inter, ndr]. A modo loro vestono, parlano e si atteggiano in maniera diversa dagli stereotipi dello sportivo ricco e famoso, hanno un loro cervello vero, sono ipersmart e piacevoli. Mattia è un pò il mio fratellino minore in sede di gusto, malato di vestiti, sempre attento alle novità introvabili sul mercato, grande fan di mercatini (i famosi flea market) e mobili antichi, pronto ad ascoltare ed imparare cose nuove e prendere un aereo con me appena se ne ha la possibilità. Marco è diverso, anche se pure lui simile a me: deciso, testardo ed eccentrico, ha una classe tutta sua nel suo modo di vestire ed essere. Look molto più sportivo ma di ricerca, totalmente fuori dal comune, come è stata ed è la sua fantastica vita e carriera, che aggiungo si è meritatamente guadagnato con i sacrifici… mentre tra gli stranieri Sean Avery sicuramente, l’ex stella dell’hockey NHL definitivamente gettatosi nel modo del fashion business in Usa”.

Dalla Virtus Bologna, Giuseppe Poeta e Chris Douglas-Roberts

04. La colonna sonora ideale dei vostri negozi: titoli a piacere.

“Una meltin’ pot di titoli, te ne starei a elencare un migliaio viste le nostre molteplici sfaccettature. Scegli a tuo piacimento tra Marvin Gaye, Jackson 5, Stevie Wonder, The Black Keys, Wilco, Soulclap e DJ Uovo”.

05. Lo sportivo più forte che ha comprato qualcosa da voi.

“Troppo facile, Marco Materazzi”.

06. Lo sportivo più scarso che ha comprato qualcosa da voi.

“Mi avvalgo della facoltà di non rispondere, troppe conoscenze ho”.

07. Lo sportivo (o il personaggio) che se entrasse in negozio potresti svenire.

“Too easy anche qua… quello che ancora quando passa incute reverenza verso chiunque, ce l’ho pure tatuato sul braccio destro, l’uomo che ti umiliava già solo con il sorriso: Magic Johnson!”.

08. La tua Top 5 delle sneakers da passeggio.

“Nike Air Jordan 1 Og, Nike Air Jordan 11 Concor, Nike HTM Runboot 2, Nike HTM Runboot 2, Vans Era White on White, adidas Gazelle Vintage”.

Jaja & Girls

09. La tua Top 5 delle scarpe da basket, per giocare.

“Nike 2K4, Nike Zoom Kobe III, Nike Zoom, Kobe 5, Nike Air Total Package Lo, Nike Zoom, BB Low II”.

10. La cosa più cretina che ti è capitato di vendere spacciandola per una figata.

“Niente, non sono il tipo, sono troppo onesto come commerciante!”.

Pietro

Le mie idee sulla riforma dei campionati di basket (vi avverto, è lungo sto pezzo)

Leggo dalla Gazzetta dello Sport di oggi un articolo firmato da Mario Canfora a proposito della riforma dei campionati di basket, che inizia con “Ci siamo quasi”, nel senso che le decisioni definitive sono ormai vicine.

Il nodo cruciale, si dice, è il secondo campionato, quello che oggi si chiama Legadue ed è un campionato professionistico a 16 squadre, con una promozione in Serie A.

Se ho capito bene, succederà questo (almeno negli intendimenti):

1. Non ci sarà più un solo girone da 16 squadre, ma due. Perché? Per accorpare, sostanzialmente, quello che oggi è il terzo campionato (La Divisione Nazionale A), ridurre il numero delle squadre formando un terzo campionato da quattro gironi da 16 squadre.

2. Attenzione, però: stesso livello ma non stesso valore. Dal secondo campionato alla Serie A uscirebbe comunque una sola promossa da 32 formazioni. Ci sarebbe un girone Gold (più importante) e uno Silver (meno importante). Il primo esprimerebbe 6 squadre ai playoff, il secondo 2. Perché?

3. Ci sarà anche una fase di playout dopo la stagione regolare: due gironi da 6 squadre: dalla 11° alla 14° del girone Gold, dalla 3° alla 10° del Silver. Ne usciranno due squadre che parteciperanno, nella stagione successiva, al girone Gold. Ma perché? Le ultime due del girone Gold, invece, andranno direttamente inserite nel Silver, e le ultime due del Silver al terzo campionato.

4. Eleggibilità dei giocatori: 7 italiani “di formazione”, un oriundo italiano, un giocatore di passaporto comunitario, uno extracomunitario. Ci sarebbe anche la norma che prevede l’utilizzo di 4 giocatori Under 22 “non obbligatori” nella misura in cui si può fare a meno di schierarli, pagando una tassa di 10.000 euro per ogni Under 22 utilizzato in meno rispetto alla norma. Quindi si possono avere solo giocatori over 22 pagando una tassa di 40.000 euro, che finirebbe in un fondo destinato a premiare, invece, le 5 società più virtuose nell’utilizzo dei giovani (parametri, però, da definire presumo in base all’impiego dei suddetti).

5. Dal terzo al secondo campionato, cioè da un totale di 64 squadre, usciranno solo due promosse per il girone Silver.

6. Questo campionato non sarà più regolato dal professionismo, ma avrà uno statuto dilettantistico.

Ecco le mie considerazioni, punto per punto.

1. Il campionato di Serie A, ormai da anni, è entrato in un circolo vizioso e quindi perdente: ci si è arrivati troppo facilmente, nel senso che troppi club che non avrebbero potuto sostenerlo economicamente e strutturalmente ci hanno messo i piedi e ci sono rimasti per anni. Il risultato? Abbassare il livello dei costi, certo, ma soprattutto della competitività, della capacità manageriale e organizzativa, anche decisionale. Negli anni si è puntato sempre più a sopravvivere e sempre meno al vertice, con la conseguenza che la Serie A ha “accolto” club che si sono rivelati pericolosi e pericolanti, ed elencare tutte le società fallite, scomparse, distrutte negli ultimi anni sarebbe un esercizio ormai troppo lungo. Non credo, per questo, che sia giusto allargare a 32 formazioni la possibilità teorica di accedere alla Serie A: si rischia di produrre uno scannatoio tra società guidate da capitani di ventura o presidentissimi dell’ultim’ora che per interessi particolari possano fare passi troppo lunghi rispetto alle proprie gambe. Magari arrivando in A, ma di fatto azzoppandola (azzoppando gli stessi club).

2. Ordine, ci vuole: il basket oggi soffre di una crisi di riconoscibilità, per molte persone facenti parte del “grande pubblico”, cioè quella massa che si cerca disperatamente di coinvolgere, è già complicato capire le regole di uno sport che non preveda i calci alla palla. Il minimo che il basket dovrebbe fare è avere campionati semplici da comprendere. Io, francamente, non capisco il senso di avere due campionati “quasi” allo stesso livello. Perché, messi così, il girone Gold e il girone Silver avrebbero valori competitivi estremamente differenti. Non capisco quindi il senso di dare la possibilità alla seconda classificata del Silver di fare i playoff a dispetto della settima classificata (magari per differenza canestri) del Gold. Perché non stabilire un semplicissimo ordine valoriale tra i campionati? Si può abbattere il numero delle squadre senza impastarli. Una A a 16 squadre è più che sufficiente, come una “B” a 16. Anzi, sono già troppe. Io porterei il numero totale delle squadre appartenenti ai primi due campionati a 28. Ricordo solo io che sono state ammesse ben quattro squadre (Verona, Ostuni, Piacenza e S. Antimo) all’attuale campionato di Legadue tramite ripescaggio?

3. Come sopra. Per attirare gente bisogna mettere ordine invece di incasinare le cose. A me questo sembra un campionato incasinato, e parecchio. Non ho mai capito il senso i campionati dei primi anni ’90 che mischiavano formazioni di A1 e A2 nei playoff scudetto. Quindi non lo capisco nemmeno di questi.

4. L’eleggibilità dei giocatori mi pare un tema ormai stucchevole. Tra professionisti, sinceramente, credo nella libertà: che i club siano messi in condizione di scegliere i giocatori migliori e/o più adatti in un libero mercato tra professionisti, che giochino i migliori e stop. I giovani vanno tutelati in altre sedi, e vanno tutelati anche con una diversa mentalità (cioè non minacciare gli allenatori alla seconda sconfitta di fila ma dando loro il tempo di lavorare, e quindi anche di sviluppare un giocatore). I paletti, lo abbiamo visto nel corso degli ultimi anni, servono solo a far lievitare i costi dei giocatori italiani e degli Under. E non credo sia smentibile (numeri alla mano) il fatto che moltissimi giocatori italiani abbiano un rendimento insufficiente per pensare di creare dei campionati strapieni di giocatori nostrani. Non ce ne sono abbastanza, altrimenti la Nazionale non avrebbe dovuto ricorrere a un playmaker oriundo per gli ultimi Europei, quindi ritengo che aumentare per decreto la presenza dei giocatori italiani ad alto livello sia folle e fuori dal tempo. La gente (intesa nuovamente come “grande pubblico”) ha bisogno dil vedere atleti che fanno canestro e spettacolo. Gli “X’ and O’” del gioco interessano a una fetta decisamente minoritaria, che per allargarsi deve almeno avere il tempo di apprezzare il lato più leggero di questo sport. L’idea degli incentivi per chi fa giocare più giovani, invece, mi piace. Ma…

4.1 Io proporrei una quota fissa da pagare per le formazioni di A e Legadue per finanziare dei campionati Under 19 gestiti dalle Leghe. Mia idea: i settori giovanili di queste società portano i loro Under 19 con loro, seguendo gli stessi calendari. I giovani delle squadre di A tra di loro, i giovani di Legadue tra di loro. Perché? Perché bisogna indurre i giovani più bravi a giocare per gli allenatori più bravi e le società che hanno migliori strutture. E uscirebbero dai campionati nazionali così come organizzati adesso? Sì, per quanto mi riguarda sì. Tanto cosa cambia? Chi lo sa, oggi, chi ha vinto l’ultimo campionato Under 19? A chi interessa? Non è meglio far giocare, per esempio, Siena-Milano o Bologna-Montegranaro al PalaEstra e alla Unipol Arena davanti a un po’ di gente con palla a due alle 18 se si gioca alle 20.30? Con lo stesso biglietto uno spettatore vedrebbe due partite, conoscerebbe i giovani migliori del proprio club e magari si avvicinerebbe al “main event” in un clima più rilassato e sportivo. Già vi sento: e se uno retrocede e ha tra gli Under 19 un fenomeno, che fa? Se lo può tenere, e magari – pensate – potrebbe giocare in Legadue, se è bravo, no? Oppure si cede a una squadra più forte, con un’adeguata compensazione. Così assurdo? Altra domanda: e dopo gli Under 19? Ragazzi, se uno a 19 anni sa giocare a pallacanestro si capisce. A 20 anni le tutele sono superflue. Che giochi nei campionati minori. O che faccia altro, se non ce la fa. Perché tutelare un giocatore non bravo a dispetto del suo valore? Due campionati di “A Under 19” e “Legadue Under 19” potrebbero invece essere, oltre che competitivamente interessanti, anche un serbatoio di talenti più fruibile e riconoscibile per gli stessi club e per il pubblico, secondo me. (come idea, una cosa così http://www.lnbespoirs.fr/)

5. Vale come sopra: 2 promozioni per 64 squadre, per me, sono folli. Questi campionati perderebbero di senso per troppe squadre, perché dunque i tifosi e gli investitori se ne dovrebbero interessare?

6. Dicesi dilettante: “Chi pratica un’attività, si dedica a uno studio non per professione ma per amore della cosa in sé o per passatempo”. Non mi sembra il caso di quasi nessuno dei giocatori e allenatori coinvolti attualmente nei campionati dilettantistici, per lo meno in DNA (3° campionato) e DNB (4°). Ho paura che “dilettantismo” sia un concetto abusato per consentire di abbassare i costi per ingaggiare professionisti de facto, in cambio – tra l’altro – di tutele clamorosamente inferiori per far rispettare gli accordi. Il che non è esclusiva responsabilità dei giocatori, ma ovviamente sono i club a guadagnarci, pagando meno tasse. Il punto è: regolarizzare di più, semmai spendere meno ma in maniera più sana, e chiamare le cose col proprio nome. Se una persona per lavorare e far mangiare i propri figli si dedica esclusivamente all’attività sportiva retribuita, questa persona non è da considerarsi dilettante, e bisogna regolare tutto nella maniera più adeguata (ed equa) possibile.

Pietro

Domenica a Pesaro il No-Star Game?

Domenica, a Pesaro, si gioca l’All-Star Game del basket italiano: in campo azzurri e migliori (o presunti tali) giocatori d’importazione.

Non ci sarà Alessandro Gentile, sostituito da Achille Polonara. Non ci saranno Andrea Cinciarini, playmaker della Bennet Cantù che ha sfiorato i playoff di Eurolega, né Luigi Datome dell’Acea Roma. Tutti e tre infortunati.

Non ci sarà nemmeno quello che oggi, probabilmente, è la miglior point guard in Europa, vale a dire Bo McCalebb. Ha dato forfait, e sarà sostituito da un altro senese, David Moss. Un’altra cosa.

Il georgiano della Canadian Solar Bologna Viktor Sanikidze, unico uomo del campionato con almeno 10 punti e 10 rimbalzi di media a partita e decisamente in grado di produrre giocate spettacolari, non è stato nemmeno convocato.

Il meccanismo di voto ha premiato un quintetto straniero di soli pesaresi e avellinesi. Si gioca a Pesaro, ok, avranno votato in tanti. Da Avellino, lo so anche per esperienze passate, i tifosi sono decisamente partecipi durante i sondaggi.

Ma tutti gli altri dove sono? A me questo sembra uno spunto di riflessione. Quanta gente conosce i giocatori al di fuori dei tifosi più accaniti? Possibile che Sanikidze e McCalebb non siano stati votati nel quintetto iniziale? Vuol dire che i loro sostenitori sono pochi o (nella migliore delle ipotesi) distratti. In ogni caso, male. Questo fatto, secondo me, la dice lunga sulla popolarità di questo sport (anzi, di questo campionato) che pare interessi sempre meno alle persone (di certo La7 non l’ha spostato su La7d per autolesionismo).

Un altro problema che mi sentirei di segnalare: dei 14 giocatori della Nazionale inizialmente convocati da Simone Pianigiani per questo All-Star Game, solo 3 segnano almeno 10 punti a partita (Hackett 11.3, Poeta 11.0, Mancinelli 10.0). Alessandro Gentile poco sotto (9.5), ma va fatto un discorso a parte: segnava 12.8 punti di media a Treviso giocando 27.6 minuti, da quando è a Milano ne gioca 19.8 segnando 6.8 punti a partita.

Ad ogni modo abbiamo pochi giocatori che fanno canestro. Questo mi pare il problema più grosso di tutti. Prima dei dati Auditel, prima dei visti, prima degli arbitri, prima di ogni altra cosa bisogna guardare quanti giocatori sono in grado di fare la differenza ad alto livello. E quanti sono in grado di fare canestro. Pare banale, ma non ne abbiamo così tanti.

Bisogna intervenire qui, e subito. E non mettendo paletti ai professionisti, ma investendo di più e meglio nei settori giovanili. Servono palestre, sale pesi, foresterie, serve la volontà di fare quello invece di prendere uno o due giocatori in più. E creiamo un campionato ad hoc. Come il campionato Espoirs francese, come il Sub-20 spagnolo. Che i migliori giochino tra i migliori, altrimenti non crescono. Chi lo fa trae benefici (anche) da questo. Copiare le cose buone non è peccato.

Pietro

Correva l’anno 1995. Correvano (ancora) Chambers, Wilkins e McDaniel

Un avvenimento particolare (cioé il fatto che Kevin Durant, Russell Westbrook e James Harden hanno segnato tutti almeno 30 punti per la stessa squadra in una singola partita, non accadeva in “questa” franchigia dal 1988) mi ha fatto tornare in mente alcuni flash. Perché ventiquattro anni fa la stessa impresa la realizzarono Tom Chambers, Xavier McDaniel e Dale Ellis con i Sonics.

E allora ricordi: flash di partite, viste in diretta, in replica o su videocassetta. Flash soprattutto di Eurosport (in Francia), che all’epoca trasmetteva le partite di Eurolega, commentate da David Cozette e Bruno Poulain.

Correva l’anno 1995, appunto, quando dalla NBA piovvero in Europa 57.765 punti così suddivisi: i 20.024 segnati nella Lega da Tom Chambers, i 25.389 di Dominique Wilkins e i 12.325 di Xavier McDaniel (tutte cifre che poi verranno leggermente ritoccate in seguito). Avevano, rispettivamente, 36, 35 e 32 anni. Chambers firmò per il Maccabi Tel Aviv, Wilkins per il Panathinaikos Atene, McDaniel per l’Iraklis Salonicco. Tutte queste formazioni partecipavano all’Eurolega (allora quella organizzata dall’ULEB non esisteva, spadroneggiava la FIBA).

Che mi ricordo, in particolare? La fatica di Chambers in una gara strapersa in casa del Pau-Orthez degli inevitabili fratelli Gadou, di un veteranissimo Darren Daye e un giovanotto di nome Antoine Rigaudeau. Ricordo pure lo show di Wilkins a Parigi, MVP delle Final Four di Eurolega: 35 punti rifilati al CSKA Mosca, 16 nella controversa finale contro il Barcellona (vinta di 1 ma con il “caso Vrankovic” alla fine, con il francese Pascal Dorizon che dimenticò di fischiare un’evidente interferenza del centro croato nel finale).

Wilkins era l’uomo delle prime volte: la prima Eurolega vinta da un club greco, poi il primo trofeo sollevato (nella stagione successiva) dalla Fortitudo Teamsystem Bologna (la Coppa Italia), anche se sappiamo che i tifosi della Effe (e non solo loro) lo ricordano soprattutto per il fallo sulla tripla di Danilovic in finale scudetto.

Ricordo pure le critiche affidate ai racconti dei giornalisti francesi, i quali si incaricavano di riportare il pensiero di Bozidar Maljkovic (allenatore di quel Panathinaikos), venerato nella terra di Marianna in quanto unico coach capace di portare una squadra bleu-blanc-rouge a vincere la massima competizione europea (il famoso Limoges, definito dell’antibasket, che sconfisse nel 1993 la Benetton di Kukoc).

Di McDaniel e della sua esperienza greca, lo ammetto, ricordo molto meno. Ad ogni modo, vi propongo tre filmati per rinfrescare la memoria, sempre che vi interessi l’argomento.

Una intervista a Tom Chambers in cui parla anche della sua esperienza a Tel Aviv QUI

Dominique Wilkins incontenibile in un Panathinaikos-Olympiacos (con accenno di rissa) QUI

Gli highlight di un Benetton Treviso-Iraklis Salonicco con un modesto McDaniel QUI

Pietro

Bisogna essere malati (ovvero, scavare nelle “serie B” straniere)

L’idea era quella di scorrere le classifiche marcatori dei “campionati cadetti” dei paesi calcisticamente più importanti d’Europa. Perché? Una semplice curiosità: quali nomi, tra questi, possono essere spendibili per un futuro a medio-alto livello?

Scopriamo che nella Serie Bwin italiana ci sono quattro giocatori nati entro il 1987 nella top 5 (o almeno questo voleva essere, salvo inevitabili casi di ex aequo), che a questo punto necessitano di essere urgentemente verificati nel campionato superiore.

Tra le curiosità: due centrocampisti tra i top scorer della Liga Adelante (la seconda divisione spagnola), ovvero Borja Garcia e Juanjo Camacho, mentre il più giovane è il tedesco Kevin Volland (’92). Voi su chi puntereste?

SERIE BWIN – Italia

1. Ciro Immobile (Pescara), ITA, 185 cm, 1990 – 21 gol
2. Gianluca Sansone (Sassuolo), ITA, 173 cm, 1987 – 18 gol
3. Marco Sau (Juve Stabia), ITA, 171 cm, 1987 – 15 gol
4. Francesco Tavano (Empoli), ITA, 173 cm, 1979 – 14 gol
5. Elvis Abbruscato (vicenza), ITA, 181 cm, 1981 – 13 gol
5. Jonathas (Brescia), BRA, 190 cm, 1989 – 13 gol

NPOWER CHAMPIONSHIP – Inghilterra

1. Richard Lambert (Southampton), ING, 188 cm, 1982 – 21 gol
2. Ross McCormack (Leeds United), SCO, 175 cm, 1986 – 15 gol
3. Jay Rodriguez (Burnley), ING, 185 cm, 1989 – 14 gol
4. Michael Chopra (Ipswich Town), ING, 175 cm, 1983 – 13 gol
4. David Nugent (Leicester City), ING, 180 cm, 1985 – 13 gol
4. Darius Henderson (Millwall), ING, 183, 1981 – 13 gol

LIGA ADELANTE – Spagna

1. Leonardo Ulloa (Almeria), ARG, 188 cm, 1986 – 19 gol
2. Borja Garcia (Cordoba), SPA, 172 cm, 1990 – 11 gol
3. Iago Aspas (Celta Vigo), SPA, 176 cm, 1987 – 10 gol
3. Juanjo Camacho (Huesca), SPA, 180 cm, 1980 – 10 gol
3. Javi Guerra (Real Valladolid), SPA, 181 cm, 1983 – 10 gol
3. Joselu (Villarreal B), SPA, 171 cm, 1991 – 10 gol

LIGUE 2 – Francia

1. Gaëtan Charbonnier (Angers), FRA, 188 cm, 1988 – 11 gol
2. Kamel Ghilas (Reims), FRA, 177 cm, 1984 – 11 gol
3. Jean-François Rivière (Clermont), FRA, 182 cm, 1977 – 10 gol
3. David Pollet (Lens), BEL, 188 cm, 1988 – 10 gol
3. Nicolas Fauvergue (Sedan), FRA, 191 cm, 1984 – 10 gol

BUNDESLIGA 2 – Germania

1. Nick Proschwitz (SC Paderborn 07), GER, 192 cm, 1986 – 15 gol
2. Olivier Occean (SpVgg Greuther Fürth), CAN, 185 cm, 1981 – 12 gol
2. Sascha Rösler (Fortuna Düsseldorf), GER, 185 cm, 1977 – 12 gol
2. Alexander Meier (Eintracht Frankfurt), GER, 196 cm, 1983 – 12 gol
5. Zlatko Dedic (SG Dynamo Dresden), SLO, 182 cm, 1984 – 10 gol
5. Christopher Nöthe (SpVgg Greuther Fürth), GER, 184 cm, 1988 – 10 gol
5. Max Kruse (FC St. Pauli), GER, 180 cm, 1988 – 10 gol
5. Dennis Kruppke (Eintracht Braunschweig), GER, 179 cm, 1980 – 10 gol
5. Kevin Volland (TSV 1860 München), GER, 179 cm, 1992 – 10 gol
5. Maximilian Beister (Fortuna Düsseldorf), GER, 180 cm, 1990 – 10 gol

Pietro

Wrecking Ball, in ascolto (grazie a “Il Post”)

In attesa di acquistare il disco, eccovi un link utile per ascoltare il nuovo disco di Bruce Springsteen – “Wrecking Ball”.

Si ringrazia sentitamente Il Post, che lo ha reso disponibile sul proprio sito.

http://www.ilpost.it/2012/03/06/il-nuovo-disco-di-bruce-springsteen/

Buon ascolto,

Pietro

Le grasse e amare cifre di Marques Green

La Sidigas Scandone Avellino, per i non avvezzi, è una formazione che milita nel campionato di Serie A di basket. Una squadra con pochi(ssimi) mezzi economici, reduce da diverse stagioni di difficoltà da questo punto di vista, ottenendo qualche tempo fa un inaspettato e prestigioso traguardo sportivo (la vittoria in Coppa Italia nel 2008 e la qualificazione alla Eurolega), e attualmente tra le migliori interpretazioni possibili del concetto di “andare oltre i propri limiti”. Da pochi giorni ha perso un altro pezzo, l’italo-belga Dimitri Lauwers, da troppo tempo girano voci circa l’instabilità economica della società.

Bene, in questo contesto, non certo facile, l’allenatore veneto Frank Vitucci fa miracoli con pochissimo materiale umano a disposizione. A dargli una mano cospicua ci pensa il playmaker Marques Green, 165 cm (ufficiali) di bontà.

Consideriamo alcune cose: all’inizio della stagione la squadra perde i due lunghi titolari. Il polacco Szewczyk se ne va a Venezia, lo statunitense Troutman gioca (e perde) la prima partita in casa di Montegranaro e poi fugge via, a Monaco di Baviera. I due vengono sostituiti con lo sloveno Jurica Golemac e lo statunitense Ronald Slay, due elementi di esperienza ma di qualità inferiore (soprattutto considerata la continuità di rendimento), oltre che di diverse caratteristiche. La squadra, di fatto, deve tutto ciò che ha (a oggi 12 vittorie in 22 partite, ottavo posto e quindi zona playoff) al suo playmaker (nell’ultima partita degli 11 uomini a referto quattro non hanno giocato e uno è andato in campo solo 3 minuti).

La situazione si è fatta più pesante nelle ultime settimane, quando il “cambio” di Green, Valerio Spinelli, si è infortunato (solo 6 minuti in campo dall’11 dicembre a oggi).

E allora ecco che il rendimento di Green, a dispetto del debito di statura e dell’inevitabile fatica, si è regolato di conseguenza. Cioè così:

Delle ultime 12 partite ne ha giocate per intero 7, in due è stato in campo 39′ su 40′ e in un’altra – considerato il supplementare – ben 44′ su 45′ (in totale 470 minuti giocati su 485).

19.2 punti di media (15.7 stagionali) con una sola gara senza raggiungere la doppia cifra (6 contro Teramo con 2/6 al tiro).

5.0 rimbalzi di media (contro 4.5 in campionato. 60 in totale, cioé il 60% del fatturato stagionale).

6.8 assist di media (contro 6.4) e 2.9 palle recuperate (2.5).

Addirittura salgono anche le percentuali al tiro, nonostante la fatica: tira meglio da due (44.8% contro il 41.5% stagionale), e da tre punti (44.3% contro 40.7%), meno bene nei tiri liberi (81.8% contro 83.3). Sale anche il dato sulle palle perse (4.4 contro 3.6), e qui la stanchezza c’entra più di qualcosa.

Sale, però, anche la valutazione complessiva (indice che tiene conto delle voci statistiche positive e negative) che fa segnare un 21.7 di media contro il 17.8 stagionale.

Occhio anche al dato più significativo: di queste ultime 12 partite Avellino ne ha vinte 7, perdendo a Milano (per un punto), Varese, Bologna, Sassari e in casa contro Cantù. Tutte squadre che oggi sono davanti alla Sidigas in classifica, anche se di poco.

Occasioni perse per la griglia dei playoff? No, logica. Avellino non può fare più di così, nelle sue condizioni ha fatto anche troppo. Voi, alla luce di queste cifre, trovereste il coraggio di chiedere a Green di fare più di così?

Vi chiederete il perché del titolo, perché queste cifre sono sia grasse che amare. Perché con una squadra migliore, magari, ogni vittoria non sarebbe un miracolo né per Green, né per Avellino: sarebbe solo una tappa per coltivare ambizioni. Così, invece, è solo lotta estrema per la sopravvivenza.

Pietro