Dieci pensieri sintetici su Barcellona-Milan

Premesso che il mio livello di lucidità era questo: credevo che la partita fosse di mercoledì, ero proprio in “trance” agonistica.

01. Dissento, totalmente, da tutti quelli che oggi parlano di Ibrahimovic e della sua “occasione persa”. Non è che abbia avuto cinque palle gol tirando sempre in curva. O no?

02. Dissento, totalmente, da chi pensa che il Milan sia uscito per colpa dell’arbitro. Il primo rigore era evidente, sul secondo si può discutere. Dice Gianluca Vialli: “In Italia non li fischiano mai ma è un nostro problema, in Europa li danno“. Poi…

03. …60-40% di possesso palla, 21 tiri a 3. De che stamo a parlà?

04. Vedere Nocerino segnare al Camp Nou è una cosa bellissima soprattutto per lui, coronamento ideale di una stagione impressionante e francamente inattesa.

05. Pato: seriamente, ma se la scorsa settimana nessuno aveva idea di come curarlo, come può aver recuperato davvero per giocare a Barcellona dopo un’andata e ritorno dagli USA? Mistero vero.

06. Messi: ha segnato due rigori tirandoli molto bene, crea scompiglio ogni volta che ha la palla, s’è mangiato un gol clamoroso per lui, ogni tanto si piace troppo ma che gli vuoi dire? Siamo a 58 gol stagionali in 49 partite. Whaaaaaat?

07. Guardiola: il limite delle squadre che giocano (meravigliosamente) in un modo solo può essere quello di leggere poco le situazioni. Lui l’ha fatto, partendo con la difesa a tre, schierando esterni larghissimi e cercando costantemente di aprire il campo, memore di ciò che era accaduto all’andata. Poi si è rimesso a 4 dietro una volta rasserenatosi. Bravo.

08. Allegri: mi sembrache abbia fatto il massimo con ciò che ha. Quindi nulla da dire. La stima per l’allenatore è tanta, perché è uno che ha sempre difeso le sue scelte, giuste o sbagliate. Non ha nulla da rimproverarsi, ha perso contro avversari più forti, period.

09. Barcellona: quanti gol in più segnerebbe se ogni tanto tirasse? Sono serio. La sua ossessione nel cercare di entrare in porta con la palla è diventata stucchevole.

10. Milan: la sfida al Barça è stata dipinta come quella tra Davide e Golia. Solo che se è vero che i blaugrana sono Golia, il Milan non può essere Davide. O allora se lo è la squadra campione d’Italia in carica (e prima in classifica) siamo messi male. Ma male, male, male.

Pietro

Ibrahimovic e il Marchese del Grillo

Sarà che l’attaccante svedese del Milan (Pallone d’Oro solo per i giornali italiani, al momento, com’era già successo ai tempi dell’Inter) e il film diretto da Mario Monicelli (e interpretato da Alberto Sordi) sono entrambi datati 1981. Come chi sta scrivendo queste righe, del resto. Evidentemente tra noi c’è una qualche affinità elettiva.

Ho un’ammirazione particolare per Zlatan Ibrahimovic, perché è uno di quei calciatori che non puoi che adorare per il loro talento assoluto. Poi vince, perde, segna, non segna, importa il giusto (almeno a me).

Mi piace perché quando gioca come sa domina, senza se e senza ma. Poi tutte le storie relative alle sue mancanze in Champions League le lascio a chi ne vuole discutere, non sono così emotivamente coinvolto da farmene un dramma.

La parte affascinante di Ibra (19 gol in 21 presenze in questo campionato con il Milan, al momento) non è solo quella che mostra in campo. Dalle mie parti, in Sicilia, uno come lui verrebbe definito un “picciuttazzu”, nella misura in cui dà l’impressione di fare ciò che vuole, come vuole, e se non ti sta bene sai già dove devi andare (là dove non batte il sole) altrimenti ti ci manda.

Com’è successo oggi a Vera Spadini, di Sky Sport, al termine di Milan-Lecce.

Ecco, qui sotto, alcuni estratti di Ibra vs tutti gli altri.

vs. Massimiliano Nebuloni (Sky Sport)

vs. Arrigo Sacchi (Mediaset Premium)

vs. Vera Spadini (Sky Sport)

vs. Laura Lago (Tele 5)

Grazie Zlatan, alla prossima!

Pietro

Uno da serie TV, Jaja Pozzati (contiene consigli per gli acquisti)

L'apertura della Ferramenta

Nell’ambiente del basket lo conoscono in tanti, e tutti come “Jaja”. Lui è Jacopo Pozzati, @JPOZ32 se volete beccarlo su Twitter, e lo trovate a Bologna in negozio. Anzi, in Bottega, un’autentica istituzione per chi ama lo streetwear e – come tra poco Jaja ci spiegherà – non solo quello. La scorsa settimana lui e i suoi hanno dato una festa per l’inaugurazione di un altro negozio: la Ferramenta. E allora due chiacchiere per festeggiare questo evento le abbiamo fatte più che volentieri. Le foto sono di Matteo Marchi.

01. Perché funziona associare dei negozi di scarpe e streetwear a nomi come “Bottega” e “Ferramenta”?

“Innazitutto qua non parliamo d negozi di sneakers, ma di un negozio Back Door dedicato alla pallacanestro in un piano, con un altro piano interamente dedicato a quella che io chiamerei “Way Of Life”, né streetwear, né fashion, bensì quello che l’amore per questo lavoro ci porta a fare, ma se proprio dobbiamo usare un termine tecnico userei High fashion streetwear. In Ferramenta abbandoniamo il basket giocato per dare spazio all’abbigliamento da donna in tutte le sue forme, all’ottica di iper ricerca sia da sole che da vista (siamo in partnership con un colosso nel settore dell’ottica) alla tecnologia, con un corner interamente dedicato ad accessori per iPhone, Mac, ecc. Dopo questa piccola preview posso rispondere alla tua vera domanda: Bottega perché prima sorgeva appunto una vera e propria bottega di quartiere, una istituzione per Bologna, un vecchio negozio ultracentenario – la Ditta Evangelisti – dove si poteva trovare di tutto: dagli zerbini fatti su misura, alla raffia, al tessuto rosso per le famose ed ormai quasi estinte tende rosse bolognesi. Ferramenta perché esattamente 100 anni fa in quel luogo è nata la prima attività commerciale, appunto una ferramenta, dove prima (da quasi 700 anni e passa) sorgeva un antico convento ed il suo dormitorio”.

Passavano di lì

02. La sportiva che ha più stile, e perché.

“Per quel che poco che vedo, apprezzo la Pellegrini per il suo voler sentirsi donna e riscoprire la sua innata femminilità al di fuori della vasca. È una cosa che apprezzo molto perché la donna ogni tanto deve sentirsi donna al 100 %, anche se viene da un background rude come può essere la sua professione”.

03. Lo sportivo che ha più stile, e perché.

“Parlo di quelli che conosco io: Mattia Cassani [calciatore del Palermo, ndr] e Marco Materazzi [ex Perugia e Inter, ndr]. A modo loro vestono, parlano e si atteggiano in maniera diversa dagli stereotipi dello sportivo ricco e famoso, hanno un loro cervello vero, sono ipersmart e piacevoli. Mattia è un pò il mio fratellino minore in sede di gusto, malato di vestiti, sempre attento alle novità introvabili sul mercato, grande fan di mercatini (i famosi flea market) e mobili antichi, pronto ad ascoltare ed imparare cose nuove e prendere un aereo con me appena se ne ha la possibilità. Marco è diverso, anche se pure lui simile a me: deciso, testardo ed eccentrico, ha una classe tutta sua nel suo modo di vestire ed essere. Look molto più sportivo ma di ricerca, totalmente fuori dal comune, come è stata ed è la sua fantastica vita e carriera, che aggiungo si è meritatamente guadagnato con i sacrifici… mentre tra gli stranieri Sean Avery sicuramente, l’ex stella dell’hockey NHL definitivamente gettatosi nel modo del fashion business in Usa”.

Dalla Virtus Bologna, Giuseppe Poeta e Chris Douglas-Roberts

04. La colonna sonora ideale dei vostri negozi: titoli a piacere.

“Una meltin’ pot di titoli, te ne starei a elencare un migliaio viste le nostre molteplici sfaccettature. Scegli a tuo piacimento tra Marvin Gaye, Jackson 5, Stevie Wonder, The Black Keys, Wilco, Soulclap e DJ Uovo”.

05. Lo sportivo più forte che ha comprato qualcosa da voi.

“Troppo facile, Marco Materazzi”.

06. Lo sportivo più scarso che ha comprato qualcosa da voi.

“Mi avvalgo della facoltà di non rispondere, troppe conoscenze ho”.

07. Lo sportivo (o il personaggio) che se entrasse in negozio potresti svenire.

“Too easy anche qua… quello che ancora quando passa incute reverenza verso chiunque, ce l’ho pure tatuato sul braccio destro, l’uomo che ti umiliava già solo con il sorriso: Magic Johnson!”.

08. La tua Top 5 delle sneakers da passeggio.

“Nike Air Jordan 1 Og, Nike Air Jordan 11 Concor, Nike HTM Runboot 2, Nike HTM Runboot 2, Vans Era White on White, adidas Gazelle Vintage”.

Jaja & Girls

09. La tua Top 5 delle scarpe da basket, per giocare.

“Nike 2K4, Nike Zoom Kobe III, Nike Zoom, Kobe 5, Nike Air Total Package Lo, Nike Zoom, BB Low II”.

10. La cosa più cretina che ti è capitato di vendere spacciandola per una figata.

“Niente, non sono il tipo, sono troppo onesto come commerciante!”.

Pietro

Bisogna essere malati (ovvero, scavare nelle “serie B” straniere)

L’idea era quella di scorrere le classifiche marcatori dei “campionati cadetti” dei paesi calcisticamente più importanti d’Europa. Perché? Una semplice curiosità: quali nomi, tra questi, possono essere spendibili per un futuro a medio-alto livello?

Scopriamo che nella Serie Bwin italiana ci sono quattro giocatori nati entro il 1987 nella top 5 (o almeno questo voleva essere, salvo inevitabili casi di ex aequo), che a questo punto necessitano di essere urgentemente verificati nel campionato superiore.

Tra le curiosità: due centrocampisti tra i top scorer della Liga Adelante (la seconda divisione spagnola), ovvero Borja Garcia e Juanjo Camacho, mentre il più giovane è il tedesco Kevin Volland (’92). Voi su chi puntereste?

SERIE BWIN – Italia

1. Ciro Immobile (Pescara), ITA, 185 cm, 1990 – 21 gol
2. Gianluca Sansone (Sassuolo), ITA, 173 cm, 1987 – 18 gol
3. Marco Sau (Juve Stabia), ITA, 171 cm, 1987 – 15 gol
4. Francesco Tavano (Empoli), ITA, 173 cm, 1979 – 14 gol
5. Elvis Abbruscato (vicenza), ITA, 181 cm, 1981 – 13 gol
5. Jonathas (Brescia), BRA, 190 cm, 1989 – 13 gol

NPOWER CHAMPIONSHIP – Inghilterra

1. Richard Lambert (Southampton), ING, 188 cm, 1982 – 21 gol
2. Ross McCormack (Leeds United), SCO, 175 cm, 1986 – 15 gol
3. Jay Rodriguez (Burnley), ING, 185 cm, 1989 – 14 gol
4. Michael Chopra (Ipswich Town), ING, 175 cm, 1983 – 13 gol
4. David Nugent (Leicester City), ING, 180 cm, 1985 – 13 gol
4. Darius Henderson (Millwall), ING, 183, 1981 – 13 gol

LIGA ADELANTE – Spagna

1. Leonardo Ulloa (Almeria), ARG, 188 cm, 1986 – 19 gol
2. Borja Garcia (Cordoba), SPA, 172 cm, 1990 – 11 gol
3. Iago Aspas (Celta Vigo), SPA, 176 cm, 1987 – 10 gol
3. Juanjo Camacho (Huesca), SPA, 180 cm, 1980 – 10 gol
3. Javi Guerra (Real Valladolid), SPA, 181 cm, 1983 – 10 gol
3. Joselu (Villarreal B), SPA, 171 cm, 1991 – 10 gol

LIGUE 2 – Francia

1. Gaëtan Charbonnier (Angers), FRA, 188 cm, 1988 – 11 gol
2. Kamel Ghilas (Reims), FRA, 177 cm, 1984 – 11 gol
3. Jean-François Rivière (Clermont), FRA, 182 cm, 1977 – 10 gol
3. David Pollet (Lens), BEL, 188 cm, 1988 – 10 gol
3. Nicolas Fauvergue (Sedan), FRA, 191 cm, 1984 – 10 gol

BUNDESLIGA 2 – Germania

1. Nick Proschwitz (SC Paderborn 07), GER, 192 cm, 1986 – 15 gol
2. Olivier Occean (SpVgg Greuther Fürth), CAN, 185 cm, 1981 – 12 gol
2. Sascha Rösler (Fortuna Düsseldorf), GER, 185 cm, 1977 – 12 gol
2. Alexander Meier (Eintracht Frankfurt), GER, 196 cm, 1983 – 12 gol
5. Zlatko Dedic (SG Dynamo Dresden), SLO, 182 cm, 1984 – 10 gol
5. Christopher Nöthe (SpVgg Greuther Fürth), GER, 184 cm, 1988 – 10 gol
5. Max Kruse (FC St. Pauli), GER, 180 cm, 1988 – 10 gol
5. Dennis Kruppke (Eintracht Braunschweig), GER, 179 cm, 1980 – 10 gol
5. Kevin Volland (TSV 1860 München), GER, 179 cm, 1992 – 10 gol
5. Maximilian Beister (Fortuna Düsseldorf), GER, 180 cm, 1990 – 10 gol

Pietro

Cose che rischiate di dire o sentire parlando di sport

Nessuno è esente da responsabilità. Nemmeno io. A tutti capita di essere ignoranti in qualche materia o semplicemente supponenti. Mi sono venuti in mente alcuni concetti (o frasi, o abitudini) che ancora resistono e che ho ritrovato anche molto recentemente parlando dei tre sport che seguo abitualmente per lavoro, ed ecco le mie piccole Top 10. In grassetto le mie preferenze. Chiedo scusa per tutte le volte che ho peccato.

CALCIO

Il problema della coppa.
Gli episodi.
L’essere cinici.
Il carattere.
La parola Scudetto (Che, notoriamente, non si pronuncia).
La piazza.
Gli pseudonimi del catenaccio.
La tecnologia snatura il gioco.
L’inaspettata rapidità delle persone intelligenti nel ragionare per stereotipi.
I giovani si bruciano.

BASKET

“Di là”, “Al piano di sopra” (Cioé nella NBA).
“Non capisco quando è passi, è troppo complicato” (Te lo spiego, non serve la laurea).
“La NBA è un circo”.
“In Europa non sanno giocare, non schiacciano come gli americani”.
“Gli americani non sanno giocare, schiacciano e basta”.
Il parlare del basket che fu descrivendo ogni squadra come un’orchestra.
Il parlare del basket che fu descrivendo ogni giocatore come un artista.
Il parlare del basket che fu descrivendo ogni allenatore come un maestro.
Tradurre le partite in equazioni che si vogliono infallibili. Chiaramente dopo.
Anche qui, i giovani si bruciano.

BOXE

“Il nuovo Tyson”.
“Il Tyson bianco”.
Tyson, come idea generale.
“Ma ve lo rompono ancora il setto nasale?”.
“Si rischia a corteggiare le donne pugili! Ah Ah Ah”.
“Non è più la boxe di Foreman e Alì” (E te credo).
I Klitschko (qui Wladimir e qui Vitali) sono scarsi.
La boxe non interessa più a nessuno (Non è vero/1 -Non è vero /2).
“Ah, si, il filippino” (Manny Pacquiao).
“Sì, però i welter mica sono i massimi” (Eh, no. Rassegnatevi).

Pietro

C’era Milan-Juve, chissenefrega di loro. Giusto? Giusto un…

Per evitare equivoci, io capisco, ci mancherebbe. Capisco che il calcio sia lo sport più popolare d’Italia e del mondo, capisco che ci sono milioni di tifosi ovunque ansiosi di sapere come va a finire la sfida tra le prime due squadre del campionato italiano, lo capisco perché interessava anche a noi alla Porsche Arena di Stoccarda.

TUTTI I RISULTATI DI STOCCARDA

Quello che non accetto, però, è il fatto di considerare che siccome c’è quella partita di calcio tutto il resto non esiste. E non esiste perché “non ci interessa”. Una cosa che mi sono sentito dire da diversi colleghi con riferimento alla riunione di boxe che sono andato a vedere: dunque “non ci interessa” il mondiale dei pesi massimi (certo, nella versione Wba e senza i Klitschko, ma parliamo comunque di top della categoria), non interessa che ci siano due pugili italiani nel sottoclou. Un pensiero sul mondiale: per quattro persone diverse che fanno quattro lavori diversi aveva vinto Marco Huck, i cartellini di tre e quattro punti a vantaggio di Povetkin sono fantasie senza senso.

Allora parliamo di due ragazzi che accettano sfide difficilissime, a volte al di sopra delle loro possibilità, perché cercano di avere (e giocarsi) almeno un´opportunità, oltre che fare qualche soldo. Roberto Cocco (seguito a Stoccarda da Maurizio Tasso), per esempio, lavora alla Fiat e fa il combattente: dico combattente e non pugile perché pratica anche Thay e Kickboxe, ed è pure parecchio bravo (ha combattuto due settimane fa (contro Arthur Kyshenko). Se avesse avuto, come i tedeschi, un promoter in grado di proteggere il suo percorso di carriera con avversari alla portata, e la capacità di aumentare il numero delle vittorie, oggi sarebbe in una buona posizione di classifica e non dovrebbe semplicemente fare da test per un pugile come Robert Woge, ex campione tedesco dei dilettanti, che non è nulla di speciale. Woge ha vinto, Cocco non ha fatto uno dei suoi migliori match, pace. Nello sport si vince e si perde.

Salvatore Annunziata, invece, lavora al mercato con suo padre tutti i giorni, e si allena almeno due ore in palestra con Biagio Zurlo a Torre Annunziata. Ha perso pure lui, contro Jack Culcay (ex campione mondiale dei dilettanti), in un match in cui con un po’ di lucidità in più avrebbe potuto fare meglio. Ha preso un diretto destro al settimo round che lo ha mandato al tappeto, poco dopo l´arbitro ha fermato tutto. Pure lui è venuto qui, sapendo molto poco del suo avversario (perché come immaginerete durante il mercato c’è poco tempo per fare scouting), e lo ha fatto perché sta cercando “una soddisfazione. Mi dicono: ma che ci vai a fare? A perdere? E perdo, ma almeno vengo qui a giocarmela con avversari di buon livello, davanti a migliaia di persone, con l´incontro trasmesso alla tv tedesca. Magari fa piacere ai tanti napoletani che vivono in Germania vedere uno delle nostre parti in televisione, no?”.

Una soddisfazione, magari, potrebbe essere un’altra chance per il titolo italiano. Oppure qualche altra opportunità di venire a prendere una buona borsa in Germania a fronte di quelle miserie che si offrono dalle nostre parti.

A quelli che si offendono e bollano chi critica lo sport italiano come “esterofili” consigliamo di venire a vedere una volta tanto come funzionano le cose, dove funzionano. Perché tra il servizio “navetta” in Porsche e il fare tutto da soli ci deve pur essere una via di mezzo. Perché è totalmente ingiusto ricordarsi che in Italia si fa pugilato (o scherma, o atletica) solo quando ci sono le Olimpiadi. E perché la difesa di impianti vetusti e organizzazioni difettose non può più essere giustificata con “le tradizioni”, “il sapore delle sfide antiche”.

E perché i Roberto Cocco, i Salvatore Annunziata e tutti gli altri pugili che provano a essere professionisti perché amano quello che fanno meritano di essere rispettati, e aiutati una volta che hanno dimostrato di avere delle qualità. Come la merita lo spagnolo Roberto Santos (che di lavoro fa il guardiano di notte in un campeggio), venuto a Stoccarda per affrontare il pompatissimo Dominik Britsch per il titolo dell´Unione Europea per andarsene via con un pari. Perché aveva vinto, ma non avendo nessuno alle spalle finisce che se pareggia gli va pure bene. Quindi, se per caso si trovassero due minutini di tempo tra un ricorso della Juve per uno scudetto di sei anni fa o qualche altra urgentissima polemica a proposito di griglie arbitrali, fuorigioco e “quanti rigori a noi e quanti rigori a loro”, le “istituzioni” sportive potrebbero anche cercare di capire come aiutare queste persone, e chi vuole essere come loro, magari sognando di diventare come Francesco Damiani invece che come Roberto Pruzzo.

Pietro

Oggi parlo di CL

Champions League, che avevate capito?

Dunque, siccome le partite non le ho viste tutte e due in diretta (parlo di Napoli-Chelsea e OM-Inter) solo adesso mi permetto qualche riflessione:

Napoli

Complice un Chelsea difensivamente accondiscendente, con Telespalla Bob a comandare la difesa (non ditemi che quello era DAVVERO David Luiz, non ci credo), Inler ha avuto spazio per lanciare e ha mandato Cavani due volte a fare gol (con un cambio di gioco e un cross). Ok, l’ex palermitano la prima occasione l’ha sbagliata (o si potrebbe dire che Cech ha fatto una parata straordinaria), la seconda l’ha messa dentro con un pò di fortuna. O di spalla, se preferite.

Il concetto è che un giocatore ritenuto in difficoltà tecnica (Inler, appunto) è comunque quello in grado di inventare giocate decisive a questo livello anche per battere squadre come il Chelsea, al momento in una delle versioni peggiori dell’era Abramovich.

Il Napoli, tempo fa, aveva provato a mettere di fianco a Gargano (ottimo) un giocatore come Cigarini, che avrebbe dovuto proprio fare quello che oggi si chiede a Inler: dare qualità, con continuità. Cosa difficile, certo.

Ma per mandare in porta Cavani, Lavezzi o Hamsik, quando non ci riescono da soli, è fondamentale incorporare un giocatore che abbia la capacità sia di inserirsi che creare gioco (uno come Inler, appunto), ma al momento questo processo è tutt’altro che concluso. Bene fa il Napoli a difenderlo da chi lo critica e però bisognerebbe anche trovare il modo di cucirgli addosso un vestito tattico (questa è una citazione…) della sua taglia.

E poi, però, posto che con questi attaccanti il Napoli può segnare contro tutti, la difesa rimane un pò sopravvalutata a mio modo di vedere e con il massimo rispetto. Perché anche questo Chelsea, oltre al gol di Mata, si è creato almeno altre due clamorose opportunità (e la discesa palla al piede di Ivanovic, nella fascia centrale del campo, non la si può permettere).

Quindi tutto bene, anche il 3-1, il gioco, la forza espressa. Una cosa, invece, la direi a Mazzarri (che non leggerà mai, e qualora lo facesse dovrebbe giustamente fregarsene): se abbiamo voluto far sapere a tutti che la partita la si guarda a casa, poi le interviste si possono anche lasciare al vice Frustalupi che, dalla panchina, ha fatto la partita contro un (già ex?) enfant prodige come Villas-Boas.

Inter

Che dire, un pò di tenerezza c’è. Perché uno inevitabilmente vede Zanetti, Cambiasso, Samuel, Chivu, Julio Cesar, Maicon, Sneijder e pensa a due anni fa.
Poi ci si ripensa, appunto: due anni fa.

Due anni, nello sport di oggi, sono un’era geologica.

L’Inter mi sa che questo non l’ha capito. E un’altra cosa che non ha capito è che se “questa” squadra ha vinto la Champions League nel 2010, Stankovic e Cambiasso sono arrivati all’Inter nel 2004, Julio Cesar e Samuel nel 2005, Maicon nel 2006, Chivu nel 2007. E Zanetti, sia benedetto lui per sempre, nel 1995.

Questo per dire che il nucleo di questa Inter è molto più vicino alla fine che non all’inizio di qualcosa, e questo era già vero la sera della vittoria sul Bayern Monaco nel maggio di due anni fa. Non è che tutto vada cambiato e per forza, all’Inter come altrove, ma bisogna anche capire che c’è bisogno oltre che di giocatori anche di idee nuove (e questo è stato il limite del Milan negli anni scorsi, probabilmente).

Quelle che, discutibili o meno, avevano Rafa Benitez e Gian Piero Gasperini, arrivati all’Inter in modo molto diverso tra loro: uno aveva il profilo perfetto per continuare il percorso di una squadra diventata (dopo anni di tentativi a vuoto) una delle migliori d’Europa. Grande esperienza internazionale, coppe e campionati tra Liverpool e Valencia, pure due finali di CL (una vinta, anzi rimontata, e una no, sempre contro il Milan).

Gasperini, visto da fuori, è arrivato come l’unico (e il primo) che alla fine ha detto di sì: non proprio una prima scelta. Ha difeso delle idee che alla luce dei fatti erano indifendibili, ha accettato formalmente ciò che la società ha imposto per poi rimangiarsi tutto qualche mese dopo con una intervista. Amen, almeno Benitez ha avuto il coraggio (per me) di metterci la faccia da allenatore dell’Inter appena vinto il mondiale per club: o mi fate lavorare come dico, o chiamate il mio agente e ci salutiamo.

Scelta l’opzione due, ho il timore che si sia abbattura sull’Inter una maledizione, perché per rifare tutto da capo servono tempo e pazienza: esattamente ciò che in Italia, normalmente, manca. E servono, mi ripeto, idee.

Perché tutto va bene, si può cedere Eto’o, si può mettere in panchina Sneijder, si può rinunciare a Tevez. Ma l’idea alternativa a tutto questo era davvero Zarate? Se sì, allora abbiamo finito di chiacchierare. Se no, sarebbe il caso di iniziare.

Pietro

Dieci notizie di oggi

01. Vince il “San Valentino Award” la foto della camera da letto dei coniugi Sneijder, approntata con palloncini, cuoricini e quant’altro dalla signora. Puccettini, guardate.

02. Raul, ex leader assoluto del Real Madrid e oggi allo Schalke 04, si è fatto settanta chilometri per andare a trovare il Barcellona in albergo. I catalani giocano stasera in Champions League, in trasferta contro il Bayer Leverkusen.

03. Floyd Mayweather Jr. ha detto che il boom mediatico di Jeremy Lin è dovuto alle sue origini asiatiche, dunque a una questione razziale. Signorile. Va ricordato che il barone Floyd andrà in carcere il primo giugno (dopo aver ottenuto di andarci più tardi del previsto per combattere il prossimo cinque maggio) per un caso di violenza domestica.

04. I Glasgow Rangers sono in amministrazione controllata: sono notizie che possono rovinare una giornata (e a loro non solo una).

05. John Kirwan (ex CT azzurro di rugby e autore di sei mete per vincere i mondiali con gli All-Blacks nel 1987) allenerà i Barbarians. Dice che era il suo sogno.

06. Da Twitter: “direi decisiva la lettera di meneghin a monti su #roma2020″, scrive Beppe Nigro (amico, collega, maître à penser), che avete letto anche su questo blog. Il basket (anzi, direi lo sport italiano), Dino, ha problemi più urgenti di questo.

07. Massimo Moratti sostiene che Gian Piero Gasperini ha avuto poca classe per il momento che ha scelto per contestare le decisioni del management interiste sul mercato. La verità è che hanno ragione entrambi, il mercato dell’Inter non si capisce. Si possono contenere i costi e avere un’idea. Non cedere i migliori pezzi senza sapere che fare dopo.

08. Già che ci sono, voglio andare a vedere anche Stoccarda-Friburgo (calcio): sarebbe il mio esordio assoluto in Bundesliga. E potrei vedere dal vivo Julian Schieber, mio ingaggio fisso in Football Manager (lo consiglio, gran rapporto qualità prezzo. Ruolo preferito: “attaccante di raccordo”).

09. Tornerò in Germania (24-26 febbraio): ci ero stato per le Final Four di Eurolega (basket) nel 2009, stavolta vado a Stoccarda a vedere il match valido per il titolo Wba dei pesi massimi (boxe, ovviamente). Povetkin (oro olimpico 2004) contro Huck, che sale dai massimi-leggeri per l’occasione (dopo aver difeso per otto volte il titolo Wbo).

10. Mario Monti dice no alle Olimpiadi. Parere scontato e giusto, secondo me. Abbiamo rispedito al mittente le Final Four di Eurolega 2011 a Torino (loro pensavano di fare cosa gradita per i 150 anni dell’Unità d’Italia. Sbagliavano). Non siamo riusciti ad avere gli Europei di calcio 2012 (a beneficio di Polonia e Ucraina), ci siamo ritirati dalla corsa agli Europei di basket 2013, persi i Mondiali di basket 2014 (Spagna), eravamo con altri tre paesi a richiedere gli Europei 2015 e ci siamo ritirati tutti assieme. Con quali fondi e strutture si pensava di avere le Olimpiadi? Per sapere.

Pietro

Conte e Allegri non se le mandano a dire

Per definire la favorita per lo scudetto in questo campionato di calcio, gli allenatori Antonio Conte (Juventus, unica ancora imbattuta) e Massimiliano Allegri (Milan, campione d’Italia) hanno dato vita a dei sottilissimi mind-games ormai da qualche settimana. E così scoppia la polemica, perché nessuno dei due ci sta a cedere. Nessuno dei due vuole dire di essere il favorito per vincerlo, sto campionato. Anzi, se glielo si dice quasi si offendono. Tutto questo è molto appassionante.

Ecco, per i più disattenti, una breve sintesi di questo duello ad altissima tensione:

Pietro

Sostiene Devis Mangia (su W.S.)

Sostiene, l’ex allenatore del Palermo (che poi non avrebbe nemmeno dovuto esserlo ma vabbè, si sa che con Zamparini tutto è possibile) che un allenatore di calcio dovrebbe adeguare il sistema di gioco della propria squadra alle qualità dei giocatori che ha a disposizione. Pensa te.

Il problema che gli era stato posto (durante una “ospitata” su Sky Sport 1): l’utilizzo di Wesley Sneijder.

Un giocatore la cui mancata nomina come candidato per il Pallone d’Oro 2010 ha destato scandalo, un anno dopo era il problema dell’Inter perché non rientrava nel 3-4-3 di Gasperini. Oggi non rientra nel 4-4-2 di Ranieri. Domani, magari, nel 4-5-1 di un altro.

Di qui il ricordo di non so più quante telefonate tra colleghi, piuttosto che con un agente o un allenatore di basket sull’opportunità di prendere tal giocatore “che non gioca il pick and roll”, “che non segna da fuori”, “che non gioca spalle a canestro”. Magari non gioca il pick and roll MA è un fantastico giocatore di back-door. Magari non segna da fuori MA segna da dentro (questa l’ho presa in prestito. Grazie Ste). Magari non gioca spalle a canestro MA ci gioca di fronte.

Perché il punto sembra essere sempre ciò che un giocatore non è in grado di fare. Poche volte, invece, si cerca di assimilare ciò che sa fare per rendere funzionale il suo talento per un sistema di gioco vincente, anche solo ragionando a livello teorico. Claudio Ranieri dice: “Sneijder deve parlare la lingua della squadra”. D’accordo, questo poi è il presupposto fondamentale per qualunque giocatore di qualunque squadra.

Però davvero Sneijder deve parlare la stessa lingua di Obi, per fare un esempio? Non il contrario, piuttosto?

Non credo che questa sia una discussione circoscrivibile solamente al calcio. Per me c’è molto altro. Il problema italiano di (non) proiettarsi verso l’eccellenza, di (non) guardare all’innovazione, di (non) puntare alla crescita collettiva attraverso la formazione e l’organizzazione di individualità migliori. C’è sempre una specie di “ragion di Stato” che mitiga gli entusiasmi e livella tutto verso il basso, da un punto di vista qualitativo.

Nel calcio italiano, insomma, Antonio Nocerino diventa una stella nella stessa stagione in cui Wesley Sneijder diventa un problema. Con il massimo rispetto per l’ottimo centrocampista del Milan e della Nazionale italiana, solo io ci vedo qualcosa che non va? Non si tratta di moduli, o di idee tattiche. Si parla di visioni. E a mio parere quelle “nostre” vanno sempre dalla parte del tentativo di conservare, di sfruttare quelle tre o quattro cose che sappiamo perché insegnarne (e impararne) di nuove costa una fatica anche di intelletto che non tutti siamo pronti ad accettare (nessuno escluso, nemmeno i presenti), sacrificando qualche comoda sicurezza.

Stasera a Radio Sportiva, che ringrazio per l’ospitalità e l’opportunità di parlare del libro che ho scritto insieme a Matteo Mantica e Francesco Repice, mi hanno chiesto cosa è mancato all’Inter nell’ultima stagione e mezza. Credo che sia  mancata prima di tutto l’idea forte sulla quale costruire la squadra. Si rifonda? Non si rifonda? Si cambia allenatore? O no? Si cede Sneijder? O Eto’o? Si prende Tevez? E Palacio? E Kucka? E Benitez? E Leonardo? E Gasperini? E Ranieri? In cuor mio sono sicuro che c’è una persona in grado di darmi la risposta giusta a tutti questi quesiti: il mitico  “Martellone”.

Pietro