Sostiene Devis Mangia (su W.S.)

Sostiene, l’ex allenatore del Palermo (che poi non avrebbe nemmeno dovuto esserlo ma vabbè, si sa che con Zamparini tutto è possibile) che un allenatore di calcio dovrebbe adeguare il sistema di gioco della propria squadra alle qualità dei giocatori che ha a disposizione. Pensa te.

Il problema che gli era stato posto (durante una “ospitata” su Sky Sport 1): l’utilizzo di Wesley Sneijder.

Un giocatore la cui mancata nomina come candidato per il Pallone d’Oro 2010 ha destato scandalo, un anno dopo era il problema dell’Inter perché non rientrava nel 3-4-3 di Gasperini. Oggi non rientra nel 4-4-2 di Ranieri. Domani, magari, nel 4-5-1 di un altro.

Di qui il ricordo di non so più quante telefonate tra colleghi, piuttosto che con un agente o un allenatore di basket sull’opportunità di prendere tal giocatore “che non gioca il pick and roll”, “che non segna da fuori”, “che non gioca spalle a canestro”. Magari non gioca il pick and roll MA è un fantastico giocatore di back-door. Magari non segna da fuori MA segna da dentro (questa l’ho presa in prestito. Grazie Ste). Magari non gioca spalle a canestro MA ci gioca di fronte.

Perché il punto sembra essere sempre ciò che un giocatore non è in grado di fare. Poche volte, invece, si cerca di assimilare ciò che sa fare per rendere funzionale il suo talento per un sistema di gioco vincente, anche solo ragionando a livello teorico. Claudio Ranieri dice: “Sneijder deve parlare la lingua della squadra”. D’accordo, questo poi è il presupposto fondamentale per qualunque giocatore di qualunque squadra.

Però davvero Sneijder deve parlare la stessa lingua di Obi, per fare un esempio? Non il contrario, piuttosto?

Non credo che questa sia una discussione circoscrivibile solamente al calcio. Per me c’è molto altro. Il problema italiano di (non) proiettarsi verso l’eccellenza, di (non) guardare all’innovazione, di (non) puntare alla crescita collettiva attraverso la formazione e l’organizzazione di individualità migliori. C’è sempre una specie di “ragion di Stato” che mitiga gli entusiasmi e livella tutto verso il basso, da un punto di vista qualitativo.

Nel calcio italiano, insomma, Antonio Nocerino diventa una stella nella stessa stagione in cui Wesley Sneijder diventa un problema. Con il massimo rispetto per l’ottimo centrocampista del Milan e della Nazionale italiana, solo io ci vedo qualcosa che non va? Non si tratta di moduli, o di idee tattiche. Si parla di visioni. E a mio parere quelle “nostre” vanno sempre dalla parte del tentativo di conservare, di sfruttare quelle tre o quattro cose che sappiamo perché insegnarne (e impararne) di nuove costa una fatica anche di intelletto che non tutti siamo pronti ad accettare (nessuno escluso, nemmeno i presenti), sacrificando qualche comoda sicurezza.

Stasera a Radio Sportiva, che ringrazio per l’ospitalità e l’opportunità di parlare del libro che ho scritto insieme a Matteo Mantica e Francesco Repice, mi hanno chiesto cosa è mancato all’Inter nell’ultima stagione e mezza. Credo che sia  mancata prima di tutto l’idea forte sulla quale costruire la squadra. Si rifonda? Non si rifonda? Si cambia allenatore? O no? Si cede Sneijder? O Eto’o? Si prende Tevez? E Palacio? E Kucka? E Benitez? E Leonardo? E Gasperini? E Ranieri? In cuor mio sono sicuro che c’è una persona in grado di darmi la risposta giusta a tutti questi quesiti: il mitico  “Martellone”.

Pietro

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