Oggi parlo di CL

Champions League, che avevate capito?

Dunque, siccome le partite non le ho viste tutte e due in diretta (parlo di Napoli-Chelsea e OM-Inter) solo adesso mi permetto qualche riflessione:

Napoli

Complice un Chelsea difensivamente accondiscendente, con Telespalla Bob a comandare la difesa (non ditemi che quello era DAVVERO David Luiz, non ci credo), Inler ha avuto spazio per lanciare e ha mandato Cavani due volte a fare gol (con un cambio di gioco e un cross). Ok, l’ex palermitano la prima occasione l’ha sbagliata (o si potrebbe dire che Cech ha fatto una parata straordinaria), la seconda l’ha messa dentro con un pò di fortuna. O di spalla, se preferite.

Il concetto è che un giocatore ritenuto in difficoltà tecnica (Inler, appunto) è comunque quello in grado di inventare giocate decisive a questo livello anche per battere squadre come il Chelsea, al momento in una delle versioni peggiori dell’era Abramovich.

Il Napoli, tempo fa, aveva provato a mettere di fianco a Gargano (ottimo) un giocatore come Cigarini, che avrebbe dovuto proprio fare quello che oggi si chiede a Inler: dare qualità, con continuità. Cosa difficile, certo.

Ma per mandare in porta Cavani, Lavezzi o Hamsik, quando non ci riescono da soli, è fondamentale incorporare un giocatore che abbia la capacità sia di inserirsi che creare gioco (uno come Inler, appunto), ma al momento questo processo è tutt’altro che concluso. Bene fa il Napoli a difenderlo da chi lo critica e però bisognerebbe anche trovare il modo di cucirgli addosso un vestito tattico (questa è una citazione…) della sua taglia.

E poi, però, posto che con questi attaccanti il Napoli può segnare contro tutti, la difesa rimane un pò sopravvalutata a mio modo di vedere e con il massimo rispetto. Perché anche questo Chelsea, oltre al gol di Mata, si è creato almeno altre due clamorose opportunità (e la discesa palla al piede di Ivanovic, nella fascia centrale del campo, non la si può permettere).

Quindi tutto bene, anche il 3-1, il gioco, la forza espressa. Una cosa, invece, la direi a Mazzarri (che non leggerà mai, e qualora lo facesse dovrebbe giustamente fregarsene): se abbiamo voluto far sapere a tutti che la partita la si guarda a casa, poi le interviste si possono anche lasciare al vice Frustalupi che, dalla panchina, ha fatto la partita contro un (già ex?) enfant prodige come Villas-Boas.

Inter

Che dire, un pò di tenerezza c’è. Perché uno inevitabilmente vede Zanetti, Cambiasso, Samuel, Chivu, Julio Cesar, Maicon, Sneijder e pensa a due anni fa.
Poi ci si ripensa, appunto: due anni fa.

Due anni, nello sport di oggi, sono un’era geologica.

L’Inter mi sa che questo non l’ha capito. E un’altra cosa che non ha capito è che se “questa” squadra ha vinto la Champions League nel 2010, Stankovic e Cambiasso sono arrivati all’Inter nel 2004, Julio Cesar e Samuel nel 2005, Maicon nel 2006, Chivu nel 2007. E Zanetti, sia benedetto lui per sempre, nel 1995.

Questo per dire che il nucleo di questa Inter è molto più vicino alla fine che non all’inizio di qualcosa, e questo era già vero la sera della vittoria sul Bayern Monaco nel maggio di due anni fa. Non è che tutto vada cambiato e per forza, all’Inter come altrove, ma bisogna anche capire che c’è bisogno oltre che di giocatori anche di idee nuove (e questo è stato il limite del Milan negli anni scorsi, probabilmente).

Quelle che, discutibili o meno, avevano Rafa Benitez e Gian Piero Gasperini, arrivati all’Inter in modo molto diverso tra loro: uno aveva il profilo perfetto per continuare il percorso di una squadra diventata (dopo anni di tentativi a vuoto) una delle migliori d’Europa. Grande esperienza internazionale, coppe e campionati tra Liverpool e Valencia, pure due finali di CL (una vinta, anzi rimontata, e una no, sempre contro il Milan).

Gasperini, visto da fuori, è arrivato come l’unico (e il primo) che alla fine ha detto di sì: non proprio una prima scelta. Ha difeso delle idee che alla luce dei fatti erano indifendibili, ha accettato formalmente ciò che la società ha imposto per poi rimangiarsi tutto qualche mese dopo con una intervista. Amen, almeno Benitez ha avuto il coraggio (per me) di metterci la faccia da allenatore dell’Inter appena vinto il mondiale per club: o mi fate lavorare come dico, o chiamate il mio agente e ci salutiamo.

Scelta l’opzione due, ho il timore che si sia abbattura sull’Inter una maledizione, perché per rifare tutto da capo servono tempo e pazienza: esattamente ciò che in Italia, normalmente, manca. E servono, mi ripeto, idee.

Perché tutto va bene, si può cedere Eto’o, si può mettere in panchina Sneijder, si può rinunciare a Tevez. Ma l’idea alternativa a tutto questo era davvero Zarate? Se sì, allora abbiamo finito di chiacchierare. Se no, sarebbe il caso di iniziare.

Pietro

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