Riflessioni su una domenica “sportiva” (di Matteo Mantica)

Il blog torna in attività e lo fa ospitando alcune opinioni di Matteo Mantica, che ha scritto con me e con Francesco Repice il libro “Inter, quella notte” (Libreria dello Sport).

Una domenica un po’ particolare per chi segue lo sport quella datata 22 aprile 2012. Guardando la televisione comodamente seduto da casa mia, ho passato in rassegna un po’ tutto quello che di sport andava in onda. Dal calcio italiano, a quello inglese, dal basket alla pallavolo. E due cose in particolare mi hanno colpito e lasciato perplesso. Due cose completamente diverse ma che ugualmente mi hanno lasciato sorpreso, stranito e un po’ deluso.

Partiamo dalla seconda, quella accaduta durante la finale del campionato italiano di pallavolo in diretta dal Forum di Assago su RaiSport1. Spettacolo straordinario, pure per uno come me che non ama certo la pallavolo, in particolare quella maschile. Partita divertente, pienone di pubblico sugli spalti, grande entusiasmo, telecronaca, a mio giudizio, competente e divertente. Scudetto alla fine alla Lube Macerata che vince 22-20 al tie break dopo aver recuperato due set di svantaggio contro la squadra, l’Itas Trentino, che ha dominato in lungo e in largo l’intera stagione di volley. Una favola meravigliosa.

Poi però, mentre impazza la festa sul taraflex del Forum, RaiSport manda in onda il replay del punto che ha assegnato la vittoria ai marchigiani e cosa ne vien fuori? Che la palla chiamata out dagli arbitri era in realtà abbondantemente dentro il rettangolo di gioco. Lungi da me qualunque tipo di polemica contro gli arbitri che ritengo possano e debbano avere il diritto di sbagliare, ma rimango sorpreso e deluso per il fatto che uno sport come la pallavolo cada nel medesimo errore del grande mostro calcio: non esiste tecnologia a supporto dagli arbitri. Se il calcio ne fa una scelta filosofica, a mio modo di vedere assolutamente non condivisibile per mille aspetti, mi stupisco di come uno sport come il volley cada nel medesimo errore. Perché di errore è giusto parlare.

Non so in tutta onestà, perché non mi ci sono messo, stabilire su quali casi l’instant replay possa essere applicato nella pallavolo, ma certamente uno sport moderno e con uno sguardo sul presente e sul futuro, non può e non deve esimersi dall’aiuto che la tecnologia può offrire. Nel basket, il mio sport, se ne fa già uso da anni, come sapete, e francamente non ricordo situazioni in cui l’instant replay non abbia dato responsi che hanno effettivamente messo d’accordo tutte le parti in causa.

Non ultima, anzi prima, il famoso tiro di Ruben Douglas del 2005 che ha deciso lo Scudetto e che, visto attraverso l’ausilio dell’instant replay, è stato stabilito fosse partito in tempo utile. Vedete per caso qualche analogia con quanto successo, peraltro sullo stesso campo, domenica scorsa ad Assago? È evidente che la scelta di non fare uso della tecnologia è stata presa da chi comanda nella pallavolo, e mi piacerebbe capire, se qualcuno sa sono qui pronto ad ascoltare, i motivi per i quali questa scelta è stata intrapresa.

La seconda cosa che mi ha lasciato di stucco, è accaduta qualche ora prima ma si è poi sviluppata nella giornata di lunedì e temo, purtroppo, andrà avanti anche nei prossimi giorni. Parlo di quanto successo a Marassi durante il secondo tempo di Genoa-Siena di Serie A di calcio, quando alcuni idioti hanno raggiunto una zona delle tribune dello stadio che ha permesso loro di far sospendere per 40’ circa la partita di calcio tra lanci di fumogeni e minacce, almeno da quel che è passato a noi telespettatori da divano, più o meno velate ai calciatori.

Niente banalità, niente condanne di quanto accaduto, quello è un mestiere che lascio ad altri, gli altri le cui reazioni sono proprio il motivo scatenante della mia delusione. Tutti, più o meno, abbiamo visto le immagini di quanto accaduto, i giocatori che si sono tolti le maglie, Sculli che ha abbracciato uno di questi tifosi sussurrandogli all’orecchio chissà cosa per far desistere questo manipolo di individui dal loro comportamento.

Tutti ci siamo fatti un’idea su cosa sia accaduto, su chi può avere avuto più o meno responsabilità su quanto accaduto e su quello che si potrebbe fare o meno per evitare situazioni del genere. Io ho le mie idee, ma non vi tedio con questo. Piuttosto sposto l’attenzione su quanto accaduto nella giornata di lunedì.

La sera, tornato dal lavoro, mi collego su SkySport24 e vedo i contributi raccolti dai giornalisti in giro per l’Italia con i vari politici dello sport che vogliono, e devono, dire la loro su quello che è successo a Genova. Mano mano che sento i vari Abete, Petrucci, e, piange il cuore dirlo perché per questo ragazzo per quel che appare ho grande stima, Damiano Tommasi e mi pare sempre più evidente che l’attenzione si sta spostando su qualcos’altro, sul cercare una nuova straordinaria colpa con i suoi annessi e connessi colpevoli: aver tolto la maglia!!!!!

Tutti, chi prima chi dopo aver condannato i delinquenti, hanno evidenziato il sacrilegio di aver accettato di togliersi la maglia da gioco. Petrucci ci ha raccontato questo: “La maglia è il simbolo intangibile di una squadra e non può essere nè offesa nè vilipesa o, tantomeno, oggetto di trattative. Aver chiesto e acconsentito di far togliere le maglie ai giocatori del Genoa rappresenta un sacrilegio sportivo di cui i colpevoli dovranno rispondere in ogni sede”.

Tommasi, e ribadisco il mio personale stupore, ha detto che lui non avrebbe mai tolto la maglia cedendo a quei delinquenti: a Tommasi mi piacerebbe ricordare che lui era in quella Roma che ha deciso, dopo uno splendido colloquio Totti-tifosi in mezzo al campo all’inizio del secondo tempo, di sospendere la partita per la morte di un bambino mai avvenuta… Abete si è aggiunto al coro, con qualche altra perla che tutti avrete sentito o letto.

Il mio personale sconcerto ha decisamente preso il sopravvento. Effettivamente non avevo pensato che i veri delinquenti erano proprio i calciatori che avevano accettato, probabilmente minacciati, di togliersi le maglie della loro squadra, alcuni addirittura scoppiando in lacrime come Giandomenico Mesto, davanti a tanta vergogna. “Io non l’avrei mai tolta”, “è stato un gesto vergognoso cedere alle richieste di questi delinquenti”.

Io spero, ma è uno sperare davvero eufemistico, che qualcuno di questi signori, risentendosi o rileggendosi, si accorga di essere andato un po’, ma giusto un po’, fuori tema, parlando delle maglie dei giocatori che sembravano, ieri sera, essere diventati i veri colpevoli, pure codardi, nello scempio di domenica a Genova.

Meno male che poi, sempre su SkySport24, mi è capitato di sentire le parole di un giornalista del Corriere della Sera, Roberto Perrone, che ha fatto presente che forse il problema stava da qualche altra parte rispetto alle maglie o addirittura, come aveva paventato qualche altro genio, nel fatto che lo stadio di Genova si prestasse a situazioni di questo genere: nell’ignoranza, nella non educazione, nella mancanza di leggi, nonostante le varie genialate come la tessera del tifoso (che ha solo aumentato i problemi, salvo poi fare una sorta di malcelata retromarcia) o i tornelli negli stadi che tanto chi non deve entrare non lo si ferma comunque… Lo sport in Italia ha dei seri problemi per tanti motivi e purtroppo vedo con grande difficoltà come il futuro possa diventare più roseo nei prossimi anni.

La soluzione che ha trovato chi comanda nello sport, e che invece di trovare soluzioni vere con l’appoggio dello stato su come arrivare a che le cose di Genova non si ripetano più sulla falsariga di quanto fatto dagli inglesi ormai 20 e dico 20 anni fa se ne esce con frasi poco pertinenti, è stata: facciamo le Olimpiadi a Roma nel 2020. Io amo lo sport e vivo grazie allo sport, ma in tutta franchezza ringrazio Mario Monti per avergli sbattuto la porta in faccia.

Il basket è gioia. Quindi Richard e Keith “sono” il basket

Lo sport professionistico è vissuto con sempre maggior pesantezza. Il Maccabi Tel Aviv ha perso ieri sera la quarta partita dei playoff di Eurolega contro il Panathinaikos campione in carica. Ora la serie è sul 2-2, e ad Atene si giocherà la gara decisiva.

Ora, potremmo parlare dell’ennesimo miracolo di Zelimir Obradovic, che corre per la sua nona (N-O-N-A) vittoria in Eurolega da allenatore a 50 anni. Di come ha reso giocatori come Nick Calathes, Stratos Perperoglou, Steven Smith e Kostas Kaimakoglou in grado di risultare importanti se non decisivi in partite come questa, a 40 minuti dall’eliminazione e fuori casa in uno dei campi più calorosi (“caldi” può avere accezioni negative) del mondo.

Potremmo analizzare come David Blatt potrebbe rivincere ad Atene (già fatto in gara-2) e quindi sostanzialmente vendicare la sconfitta nell’ultima finale di Eurolega giocata a Barcellona. O di come Sarunas Jasikevicius continui a dimostrarsi un campione eterno.

Invece, questa volta, parlo della gioia del gioco attraverso Richard Hendrix e Keith Langford: giocano per il Maccabi, ma soprattutto si divertono. E sono forti. E dimostrano che stare in uno dei club più rispettati della Terra, a Tel Aviv, per giocare inseguendo i massimi obiettivi si può fare rimanendo persone autentiche, brillanti, divertenti e facendolo sapere al resto del pianeta, tagliando le distanze tra loro e gli appassionati. Per esempio cantando “Forget You” di Cee Lo Green. Così:

Pietro

Olympiacos-Siena a parti invertite, cosa può cambiare (by @beppaccio)

Giuseppe Nigro, che chi segue questo blog ha già letto precedentemente, continua la sua analisi della serie dei playoff di Eurolega tra Olympiacos Pireo e Montepaschi Siena. Qui con un nuovo genere letterario: il preview last-minute. A voi.

Solo il trasferimento al Pireo dirà se gara-due ha girato la serie tra Montepaschi e Olympiacos. Ma di certo Siena ha cominciato a fare la serie, invece che a subirla. Ha costretto i greci a trovare contromisure al post basso di Moss e Thornton e alla bidimensionalità di Andersen, li ha puniti coi giochi a due tra Rakocevic e Lavrinovic, invece di inseguire la squadra di Ivkovic come era stato in gara-uno sulla strada del doppio play e non solo.

Tutto bello, e a 6′ dalla fine Siena era ancora a +12, eppure non c’è mancato molto che finisse come in gara-uno. Perché? Innanzi tutto per i cinque rimbalzi d’attacco concessi nei primi cinque minuti del quarto periodo a un Olympiacos già bravo a punire la strategia senese di aiuto e recupero sui giochi a due. Poi perché McCalebb non si è mai accorto dei cambi difensivi che lasciavano Andersen contro un piccolo.

Quando è entrato Zisis e li ha puniti, l’Olympiacos ha smesso di cambiare: spiazzata, Siena si è impantanata in attacchi ai 24 secondi cambiando lato senza aver costruito niente, in cui servire Andersen e aspettare che inventasse qualcosa (ha conquistato falli). E’ così che Siena di fatto non ha più segnato su azione negli ultimi cinque minuti, sbagliando oltretutto quattro degli ultimi sei tiri liberi (erano stati quattro degli ultimi cinque in gara-uno): a un primo conto della serva, è qui che Siena ha rischiato di buttare via una partita eccellente per tre quarti e mezzo.

E ora? Pur essendo rimaste ancora inesplorate molte varianti tattiche, la storia di questo tipo di serie dice che non necessariamente ci sono rivoluzioni copernicane in ogni partita rispetto alla precedente: lo conferma lo svolgimento simile delle prime due gare, pur con le differenze tattiche evidenziate. Ma certo il trasferimento della serie in Grecia cambierà le carte in tavola, anche solo nell’atteggiamento delle squadre: di chi dovrà fare la partita e chi giocherà di rimessa, direbbero nel calcio.

Siena riuscirà ancora a tenere Spanoulis (almeno direttamente) fuori dalla serie? Cambierà qualcosa nel difendere sui suoi pick&roll per evitare che si accenda ancora chi, come Antic e Printezis, è bravissimo ad approfittare degli spazi che si aprono altrove? McCalebb e Andersen, già protagonisti nelle prime due partite, potrebbero calare? Poi c’è l’incognita Lavrinovic: perchè ha giocato meglio gara-due tornando in campo dopo 48 ore piuttosto che gara-uno da riposato? Serve la prova affidabile di uno tra l’australiano e il lituano per stanare Dorsey e Papadopoulos col tiro da fuori o punire i cambi difensivi.

Su un campo in cui quest’anno è passato solo il Cska, Siena ha bisogno di capire se vuole vincerla con migliori percentuali dalla media distanza, e l’anno scorso funzionò coi canestri inventati da Hairston e Jaric ma anche Kaukenas e Rakovic, o se è meglio ampliare il raggio di tiro e cercare di più il tiro da tre: solo tre volte in venti partite quest’anno la squadra di Pianigiani aveva avuto meno tiri da oltre l’arco che con l’Olympiacos (16 e 13), e aveva segnato meno delle 5 triple di gara-uno e due solo nei due ko a Barcellona e con Kazan.

La differenza è quella tra prendersi i jumper nelle pieghe lasciate dalla difesa greca sperando di essere in giornata, o piuttosto riuscire a mettere la palla dove si vuole, lavorando più e meglio per costruirsi piedi a terra da tre punti. Come? Portando la palla sotto (spalle a canestro ai lunghi o agli esterni di post basso, sui tagli dei lunghi nei giochi a due, con le penetrazioni dei palleggiatori) e poi riaprendola fuori a tiratori affidabili approfittando degli spazi che la difesa dell’Olympiacos collassata in area ha in verità lasciato sul perimetro più durante la stagione che nel corso di questa serie.

La differenza torna a essere dunque mentale. Tra inseguire i greci, prendendo i tiri che lasciano, o costringerli a inseguire, provando a prendersi i tiri che fin qui non si è riusciti a costruire come al solito.

La Francia riforma i suoi campionati di basket

Ecco quello che è stato deciso oggi a Parigi (tradotto dal sito ufficiale della Lega, lnb.fr)

Dal 2013-14 la Pro-A sarà composta da 18 squadre, 16 delle quali per diritto sportivo e 2 tramite invito.

Il campionato si svilupperà dunque su una regular season di 34 giornate più i playoff (quarti e semifinali al meglio delle 3 partite con format 1-1-1, finale al meglio delle 5 con format 2-2-1, oggi la finale si gioca su partita secca a Parigi).

Come verranno gestiti gli “inviti”: si stabiliranno dei criteri in funzione di impianti, budget, governance e struttura amministrativa, settore giovanile. Tutto questo sarà definito entro il 30 giugno.

I club di Pro-B interessati a richiedere l’invito dovranno presentare un dossier di candidatura entro il 30 marzo: il tutto sarà analizzato da una commissione indipendente che proporrà le società da invitare alla Lega.

In nessun caso una società retrocessa dalla Pro-A al termine della stagione 2012-13 potrà chiedere di essere riammessa tramite invito.

In funzione delle candidature presentate (cioé se ce ne sono tante qualitativamente interessanti) si potrebbe pensare di allargare il campionato a 20 squadre.

Nuove proposte per la riforma del campionato di Pro-B arriveranno entro il 20 maggio.

Riforma del campionato Espoirs Pro-A (sempre dalla stagione 2013-14)

Il campionato dovrà terminare entro fine aprile. Le giornate previste originariamente nel mese di maggio si disputeranno attraverso degli “showcase” prima dell’inizio della regular season della Pro-A. (Al momento, invece, le squadre “Espoirs” di Pro-A seguono esattamente lo stesso calendario). Tra gli “Espoirs” possono giocare ragazzi tra i 15 e i 20 anni di età.

Il mese di maggio sarà invece riservato a una nuova competizione che metterà a confronto le squadre Espoirs Pro-A, le migliori formazioni di NM2 (la quarta serie) non qualificate per i playoff (cioé la terza e la quarta in classifica) e la squadra del Centro Federale (già nota come INSEP), che ha un posto fisso in NM1.

Trophée du Futur

Questa competizione, una Final Eight che si disputa al termine della regular season, rimarrà con la sua formula attuale. Si potrà studiare l’inserimento del Centro Federale e delle migliori squadre del campionato federale Under 20 (i campionati “Espoirs” sono gestiti direttamente dalla Lega).

Dal 2012-13, inoltre, le squadre Espoirs Pro-A potranno partecipare alla Coppa di Francia, entrando in scena insieme alle squadre di NM3 (in Coppa di Francia tutte le squadre affiliate alla Federazione partecipano, entrando a scaglioni nella competizione, non è chiusa solo alle formazioni della massima serie).

Durante il primo anno di contratto professionistico, inoltre, i giocatori potranno continuare a militare nel campionato Espoirs.

Camp LNB

I giocatori Espoirs senza contratto e quelli della stessa categoria di età che giocano in NM1 e nella NCAA parteciperanno a un camp che gli darà la massima esposizione possibile. Tutti gli allenatori di Pro-A e Pro-B saranno convocati per partecipare e visionare questi atleti.

Espoirs Pro-B

I club di Pro-B dovranno partecipare obbligatoriamente al campionato federale U20.

Queste stesse formazioni parteciperanno alla Coppa di Francia entrando, come gli Espoirs Pro-A, insieme alle squadre di NM3 dalla stagione 2012-13.

Da notare che le società di Pro-B non hanno l’obbligo di avere un vero e proprio “Centre de formation”, ma verrà stabilito un sistema di bonus/malus per premiare le società virtuose nell’utilizzo dei giovani giocatori. Sarà la Lega a ridistribuire questa somma in funzione dei criteri che verranno scelti.

Pietro

Per seguire bene Siena vs Olympiacos (by @beppaccio)

Giuseppe Nigro, giornalista, amico e profeta, introduce ai lettori di questo blog la serie di playoff tra Montepaschi Siena e Olympiacos Pireo, che si ritrovano per la seconda stagione consecutiva ai quarti di finale di Eurolega. We’re talking about basketball, ovviamente.

IL SITO DELL’EUROLEGA

Il dato immediato della serie tra Montepaschi e Olympiacos è il rematch della serie dell’anno scorso, vinta da Siena col ribaltone fragoroso dopo il -48 di gara-uno. Rispetto ad allora, al Pireo non ci sono più Teodosic, Nesterovic, Papaloukas e Bourousis, per citare solo i più titolati. Oltre a Rakovic, Siena non ha più Jaric e Hairston, che furono i protagonisti della serie, ma ha aggiunto Andersen, Rakocevic, Thornton e di fatto McCalebb, allora solo convalescente.
Da quando ci sono i playoff, 21 serie su 27 sono state vinte da chi ha portato a casa gara-uno. Delle sei eccezioni, tre sono arrivate l’anno scorso: tra queste, il playoff tra toscani e Reds.

MILLE CHIAVI
E’ impressionante la parata di opzioni che i roster di Montepaschi e Olympiacos hanno nel proprio arsenale. Per questo è appassionante pensare alle possibili chiavi della serie, mille, sapendo bene che se ne potrebbero vedere a manciate nella stessa partita, e che di contro alcune potrebbero non vedersi mai. E in una serie a tre, quattro, cinque partite, quello che vale una sera, potrebbe non contare più 48 ore dopo o nel resto del confronto. Non sarà la serie la partita a scacchi tra Ivkovic e Pianigiani (l’anno scorso a senso unico), lo sarà ogni singolo possesso: 750-800 partite a scacchi in tre settimane.

IL CAMMINO MONTEPASCHI
Siena ci arriva avendo vinto 11 partite su 16. Ha perso le ultime due delle Top 16, a qualificazione di fatto in tasca, dopo averne vinte otto di fila a cavallo tra la prima fase e l’inizio della seconda: nel frangente ha tenuto tutte le avversarie sotto i 70 punti tranne il Barcellona, comunque battuto e tenuto a 74. In casa in stagione la Montepaschi ha perso con Kazan e Real; fuori, al di là di Lubiana e Gdynia, è stata capace di vincere in casa di Unics e Galatasaray, e di stravincere a Madrid e Malaga.

IL CAMMINO OLYMPIACOS
L’Olympiacos arriva ai quarti dopo un cammino di 9 vittorie e sette sconfitte. Sull’orlo dell’eliminazione, ha chiuso le Top 16 con tre vittorie su quattro. Anche nella prima fase ha chiuso con cinque vittorie nelle ultime sei gare: occhio quindi anche all’interno della serie con Siena, eventualmente, a darlo per morto troppo presto. Fuori casa ha vinto solo sui parquet di Nancy ed Efes, ma al Pireo è passato solo il Cska (e non fa particolarmente testo).

COME CI SI ARRIVA
La Montepaschi è stata la migliore nelle Top 16 al tiro da tre (44,7%) e per numero di palle perse (8,8). Ma il periodo di brillantezza offensiva pare lontano: a parte la sparatoria col Real, negli ultimi 40 giorni ha segnato almeno 80 punti solo in finale di Coppa Italia con Cantù.

McCalebb, in doppia cifra da 14 partite di fila, è stato il top scorer della Top 16 a 16,8 punti di media. Vassilis Spanoulis invece è stato nominato mvp del mese di febbraio: non si vedranno sempre l’uno contro l’altro, ma il manifesto della serie è la sfida tra le loro individualità e tra i sistemi di basket che si sviluppano intorno alle loro caratteristiche.

LA BATTAGLIA DEI POSSESSI – PRO SIENA
La Montepaschi ha fin qui orientato in proprio favore il numero di possessi grazie alla propria gestione del pallone. E’ la squadra che perde meno palloni in Eurolega, il 14,7% dei possessi. Ed è dopo Panathinaikos e Barcellona la squadra che costringe le avversarie al maggior numero di palle perse, il 19,5% dei possessi. Un numero vicino alle perse dell’Olympiacos, che arrivano nel 19,2% dei possessi: una persa ogni cinque palloni giocati.

LA BATTAGLIA DEI POSSESSI – PRO OLYMPIACOS
L’Olympiacos ha fin qui orientato in proprio favore il numero di possessi grazie alla propria forza d’urto sotto i tabelloni. Già squadra sopra la media per percentuale di rimbalzi difensivi presi (72,5%), i greci aumentano il numero di possessi andando a prendere sotto il tabellone avversario il 31,6% dei palloni disponibili: solo il Panathinaikos fa meglio tra chi è arrivato fin qui. Praticamente l’Olympiacos si riprende un pallone ogni tre tiri sbagliati: un dato molto simile a quello dei rimbalzi offensivi concessi dalla Montepaschi, che sotto il proprio tabellone lascia alle avversarie il 31,7% dei palloni.

LA BATTAGLIA DEI POSSESSI – TIEBREAKER
Tra il saldo perse/recuperate di Siena e i rimbalzi dell’Olympiacos, avrà la meglio chi riuscirà ad attaccare il punto di forza degli avversari. Se permanesse l’equilibrio, la parità di possessi sulla carta premierebbe la Montepaschi. Siena ha infatti un miglior coefficiente offensivo (108,1 punti segnati ogni 100 possessi, dietro solo a Cska e Panathinaikos tra chi è arrivato fin qui: l’Olympiacos è a 104,6), e soprattutto un coefficiente difensivo molto migliore: 96,9 punti subiti ogni 100 possessi, contro i 103,7 dell’Olympiacos, di gran lunga la peggiore tra le squadre arrivate fin qui. Tutto questo sulla carta e fin qui, solo il campo dirà come si accoppiano le squadre.

DIFESA SIENA VS ATTACCO OLYMPIACOS
L’Olympiacos ha avuto il sesto attacco più produttivo dell’Eurolega con 77,4 punti segnati di media pur essendo terzultimo per tiri dal campo (57,4), perché è primissimo per viaggi in lunetta (23,8): praticamente va a tirare due liberi ogni cinque tiri su azione.

L’Olympiacos è comunque quarto per percentuale da due (53%), riuscendo a trovare da sotto il 40,8% dei propri punti: solo l’11,1% arrivano dalla media distanza, dove è per percentuale la seconda peggior squadra di Eurolega col 31,5% di realizzazione: è da lì che Siena deve farlo tirare.

La chiave per la Montepaschi è la difesa sui pick&roll orchestrati da Spanoulis: probabile che decida di raddoppiarlo perché il suo tiro da fuori va rispettato, con l’obiettivo di non far uscire la palla se non in tempi e modi diversi da quelli voluti dall’Olympiacos, ma il greco è capace coi cambi di direzione di arrivare comunque fino in fondo, e può aggiungere la terza dimensione dell’arresto e tiro in allontanamento: per Siena sarebbe comunque l’ideale.

Oltre ad avere l’ingombro per portare via la difesa aprendo spazio alle entrate di Spanoulis, i tagli in area di Dorsey vanno rispettati con l’intervento in aiuto di un terzo uomo dal lato debole. Printezis, bravo anche a creare dal post basso, e Antic sono micidiali a punire queste situazioni o i raddoppi sugli isolamenti di Papadopoulos spalle a canestro: meglio mandare in aiuto Moss, o Thornton, piuttosto che Stonerook. Lettura della difesa e fisico compatto per poter fare giocate da piccolo, rendono Hines una bestia d’area nonostante i pochi centimetri, pericoloso in uno contro uno.

DIFESA OLYMPIACOS VS ATTACCO SIENA
Quarto attacco più produttivo dell’Eurolega con 79,5 punti di media dopo una Top 16 da leoni (82,2), la Montepaschi è quarta per punti per possesso e seconda al tiro da tre (39,9%). Dall’altra parte il 41,5% dei punti concessi dall’Olympiacos sono quelli in cui ti fa arrivare al ferro. Dipende dalla scarsa indole di alcune individualità e dalla scelta frequente dei greci di affidarsi ai cambi difensivi: scelta utile a far perdere fluidità agli avversari, ma che dall’altra allenta le responsabilità individuali nell’uno contro uno soprattutto quando attaccata in contesti dinamici.

Sta dunque alla Montepaschi far collassare in area la difesa dell’Olympiacos per poi riaprire per facile tiri piedi a terra che Andersen, Lavrinovic ma anche Ress, più di Stonerook, hanno nel loro arsenale. Atteso in area da Dorsey e Papadopoulos, McCalebb dovrà batterli coi cambi di direzione e sui primi due passi (la sua forza) perchè poi hanno leve lunghe per stopparlo se li ha ancora addosso una volta arrivati al ferro. Nei momenti in cui cerca maggiore consistenza difensiva, Ivkovic preferisce affidarsi ai quintetti con meno centimetri ma più intensità con Antic e Hines insieme.

In contesti meno dinamici, il punto di forza di Siena è poter mandare i propri esterni spalle a canestro: l’Olympiacos ha i giocatori per poter marcare uno ma non due esterni in post basso. Da qui la Montepaschi potrà punire coi già citati tiri da fuori dei lunghi o attaccare coi cambi di lato trovando la difesa sbilanciata. Paiono fatte apposta per lo scopo anche le uscite a ricciolo di Rakocevic dai blocchi e i giochi a due tra lui e Andersen o Zisis e Lavrinovic per mettere in mezzo un non difensore come Spanoulis. Ma molti punti per Siena dovranno arrivare in campo aperto: è il suo punto di forza, e la transizione difensiva non è certo un fiore all’occhiello dell’Olympiacos.

Ce n’è abbastanza per giocare non una serie di tre, quattro o cinque partite, ma un intero campionato. E alla fine, nel gioco di conoscenza reciproca e togliere i punti di forza all’avversario, potrebbero decidere solo poche di queste mille sfumature. E forse nessuna tra quelle citate…

Uno da serie TV, Jaja Pozzati (contiene consigli per gli acquisti)

L'apertura della Ferramenta

Nell’ambiente del basket lo conoscono in tanti, e tutti come “Jaja”. Lui è Jacopo Pozzati, @JPOZ32 se volete beccarlo su Twitter, e lo trovate a Bologna in negozio. Anzi, in Bottega, un’autentica istituzione per chi ama lo streetwear e – come tra poco Jaja ci spiegherà – non solo quello. La scorsa settimana lui e i suoi hanno dato una festa per l’inaugurazione di un altro negozio: la Ferramenta. E allora due chiacchiere per festeggiare questo evento le abbiamo fatte più che volentieri. Le foto sono di Matteo Marchi.

01. Perché funziona associare dei negozi di scarpe e streetwear a nomi come “Bottega” e “Ferramenta”?

“Innazitutto qua non parliamo d negozi di sneakers, ma di un negozio Back Door dedicato alla pallacanestro in un piano, con un altro piano interamente dedicato a quella che io chiamerei “Way Of Life”, né streetwear, né fashion, bensì quello che l’amore per questo lavoro ci porta a fare, ma se proprio dobbiamo usare un termine tecnico userei High fashion streetwear. In Ferramenta abbandoniamo il basket giocato per dare spazio all’abbigliamento da donna in tutte le sue forme, all’ottica di iper ricerca sia da sole che da vista (siamo in partnership con un colosso nel settore dell’ottica) alla tecnologia, con un corner interamente dedicato ad accessori per iPhone, Mac, ecc. Dopo questa piccola preview posso rispondere alla tua vera domanda: Bottega perché prima sorgeva appunto una vera e propria bottega di quartiere, una istituzione per Bologna, un vecchio negozio ultracentenario – la Ditta Evangelisti – dove si poteva trovare di tutto: dagli zerbini fatti su misura, alla raffia, al tessuto rosso per le famose ed ormai quasi estinte tende rosse bolognesi. Ferramenta perché esattamente 100 anni fa in quel luogo è nata la prima attività commerciale, appunto una ferramenta, dove prima (da quasi 700 anni e passa) sorgeva un antico convento ed il suo dormitorio”.

Passavano di lì

02. La sportiva che ha più stile, e perché.

“Per quel che poco che vedo, apprezzo la Pellegrini per il suo voler sentirsi donna e riscoprire la sua innata femminilità al di fuori della vasca. È una cosa che apprezzo molto perché la donna ogni tanto deve sentirsi donna al 100 %, anche se viene da un background rude come può essere la sua professione”.

03. Lo sportivo che ha più stile, e perché.

“Parlo di quelli che conosco io: Mattia Cassani [calciatore del Palermo, ndr] e Marco Materazzi [ex Perugia e Inter, ndr]. A modo loro vestono, parlano e si atteggiano in maniera diversa dagli stereotipi dello sportivo ricco e famoso, hanno un loro cervello vero, sono ipersmart e piacevoli. Mattia è un pò il mio fratellino minore in sede di gusto, malato di vestiti, sempre attento alle novità introvabili sul mercato, grande fan di mercatini (i famosi flea market) e mobili antichi, pronto ad ascoltare ed imparare cose nuove e prendere un aereo con me appena se ne ha la possibilità. Marco è diverso, anche se pure lui simile a me: deciso, testardo ed eccentrico, ha una classe tutta sua nel suo modo di vestire ed essere. Look molto più sportivo ma di ricerca, totalmente fuori dal comune, come è stata ed è la sua fantastica vita e carriera, che aggiungo si è meritatamente guadagnato con i sacrifici… mentre tra gli stranieri Sean Avery sicuramente, l’ex stella dell’hockey NHL definitivamente gettatosi nel modo del fashion business in Usa”.

Dalla Virtus Bologna, Giuseppe Poeta e Chris Douglas-Roberts

04. La colonna sonora ideale dei vostri negozi: titoli a piacere.

“Una meltin’ pot di titoli, te ne starei a elencare un migliaio viste le nostre molteplici sfaccettature. Scegli a tuo piacimento tra Marvin Gaye, Jackson 5, Stevie Wonder, The Black Keys, Wilco, Soulclap e DJ Uovo”.

05. Lo sportivo più forte che ha comprato qualcosa da voi.

“Troppo facile, Marco Materazzi”.

06. Lo sportivo più scarso che ha comprato qualcosa da voi.

“Mi avvalgo della facoltà di non rispondere, troppe conoscenze ho”.

07. Lo sportivo (o il personaggio) che se entrasse in negozio potresti svenire.

“Too easy anche qua… quello che ancora quando passa incute reverenza verso chiunque, ce l’ho pure tatuato sul braccio destro, l’uomo che ti umiliava già solo con il sorriso: Magic Johnson!”.

08. La tua Top 5 delle sneakers da passeggio.

“Nike Air Jordan 1 Og, Nike Air Jordan 11 Concor, Nike HTM Runboot 2, Nike HTM Runboot 2, Vans Era White on White, adidas Gazelle Vintage”.

Jaja & Girls

09. La tua Top 5 delle scarpe da basket, per giocare.

“Nike 2K4, Nike Zoom Kobe III, Nike Zoom, Kobe 5, Nike Air Total Package Lo, Nike Zoom, BB Low II”.

10. La cosa più cretina che ti è capitato di vendere spacciandola per una figata.

“Niente, non sono il tipo, sono troppo onesto come commerciante!”.

Pietro

Le mie idee sulla riforma dei campionati di basket (vi avverto, è lungo sto pezzo)

Leggo dalla Gazzetta dello Sport di oggi un articolo firmato da Mario Canfora a proposito della riforma dei campionati di basket, che inizia con “Ci siamo quasi”, nel senso che le decisioni definitive sono ormai vicine.

Il nodo cruciale, si dice, è il secondo campionato, quello che oggi si chiama Legadue ed è un campionato professionistico a 16 squadre, con una promozione in Serie A.

Se ho capito bene, succederà questo (almeno negli intendimenti):

1. Non ci sarà più un solo girone da 16 squadre, ma due. Perché? Per accorpare, sostanzialmente, quello che oggi è il terzo campionato (La Divisione Nazionale A), ridurre il numero delle squadre formando un terzo campionato da quattro gironi da 16 squadre.

2. Attenzione, però: stesso livello ma non stesso valore. Dal secondo campionato alla Serie A uscirebbe comunque una sola promossa da 32 formazioni. Ci sarebbe un girone Gold (più importante) e uno Silver (meno importante). Il primo esprimerebbe 6 squadre ai playoff, il secondo 2. Perché?

3. Ci sarà anche una fase di playout dopo la stagione regolare: due gironi da 6 squadre: dalla 11° alla 14° del girone Gold, dalla 3° alla 10° del Silver. Ne usciranno due squadre che parteciperanno, nella stagione successiva, al girone Gold. Ma perché? Le ultime due del girone Gold, invece, andranno direttamente inserite nel Silver, e le ultime due del Silver al terzo campionato.

4. Eleggibilità dei giocatori: 7 italiani “di formazione”, un oriundo italiano, un giocatore di passaporto comunitario, uno extracomunitario. Ci sarebbe anche la norma che prevede l’utilizzo di 4 giocatori Under 22 “non obbligatori” nella misura in cui si può fare a meno di schierarli, pagando una tassa di 10.000 euro per ogni Under 22 utilizzato in meno rispetto alla norma. Quindi si possono avere solo giocatori over 22 pagando una tassa di 40.000 euro, che finirebbe in un fondo destinato a premiare, invece, le 5 società più virtuose nell’utilizzo dei giovani (parametri, però, da definire presumo in base all’impiego dei suddetti).

5. Dal terzo al secondo campionato, cioè da un totale di 64 squadre, usciranno solo due promosse per il girone Silver.

6. Questo campionato non sarà più regolato dal professionismo, ma avrà uno statuto dilettantistico.

Ecco le mie considerazioni, punto per punto.

1. Il campionato di Serie A, ormai da anni, è entrato in un circolo vizioso e quindi perdente: ci si è arrivati troppo facilmente, nel senso che troppi club che non avrebbero potuto sostenerlo economicamente e strutturalmente ci hanno messo i piedi e ci sono rimasti per anni. Il risultato? Abbassare il livello dei costi, certo, ma soprattutto della competitività, della capacità manageriale e organizzativa, anche decisionale. Negli anni si è puntato sempre più a sopravvivere e sempre meno al vertice, con la conseguenza che la Serie A ha “accolto” club che si sono rivelati pericolosi e pericolanti, ed elencare tutte le società fallite, scomparse, distrutte negli ultimi anni sarebbe un esercizio ormai troppo lungo. Non credo, per questo, che sia giusto allargare a 32 formazioni la possibilità teorica di accedere alla Serie A: si rischia di produrre uno scannatoio tra società guidate da capitani di ventura o presidentissimi dell’ultim’ora che per interessi particolari possano fare passi troppo lunghi rispetto alle proprie gambe. Magari arrivando in A, ma di fatto azzoppandola (azzoppando gli stessi club).

2. Ordine, ci vuole: il basket oggi soffre di una crisi di riconoscibilità, per molte persone facenti parte del “grande pubblico”, cioè quella massa che si cerca disperatamente di coinvolgere, è già complicato capire le regole di uno sport che non preveda i calci alla palla. Il minimo che il basket dovrebbe fare è avere campionati semplici da comprendere. Io, francamente, non capisco il senso di avere due campionati “quasi” allo stesso livello. Perché, messi così, il girone Gold e il girone Silver avrebbero valori competitivi estremamente differenti. Non capisco quindi il senso di dare la possibilità alla seconda classificata del Silver di fare i playoff a dispetto della settima classificata (magari per differenza canestri) del Gold. Perché non stabilire un semplicissimo ordine valoriale tra i campionati? Si può abbattere il numero delle squadre senza impastarli. Una A a 16 squadre è più che sufficiente, come una “B” a 16. Anzi, sono già troppe. Io porterei il numero totale delle squadre appartenenti ai primi due campionati a 28. Ricordo solo io che sono state ammesse ben quattro squadre (Verona, Ostuni, Piacenza e S. Antimo) all’attuale campionato di Legadue tramite ripescaggio?

3. Come sopra. Per attirare gente bisogna mettere ordine invece di incasinare le cose. A me questo sembra un campionato incasinato, e parecchio. Non ho mai capito il senso i campionati dei primi anni ’90 che mischiavano formazioni di A1 e A2 nei playoff scudetto. Quindi non lo capisco nemmeno di questi.

4. L’eleggibilità dei giocatori mi pare un tema ormai stucchevole. Tra professionisti, sinceramente, credo nella libertà: che i club siano messi in condizione di scegliere i giocatori migliori e/o più adatti in un libero mercato tra professionisti, che giochino i migliori e stop. I giovani vanno tutelati in altre sedi, e vanno tutelati anche con una diversa mentalità (cioè non minacciare gli allenatori alla seconda sconfitta di fila ma dando loro il tempo di lavorare, e quindi anche di sviluppare un giocatore). I paletti, lo abbiamo visto nel corso degli ultimi anni, servono solo a far lievitare i costi dei giocatori italiani e degli Under. E non credo sia smentibile (numeri alla mano) il fatto che moltissimi giocatori italiani abbiano un rendimento insufficiente per pensare di creare dei campionati strapieni di giocatori nostrani. Non ce ne sono abbastanza, altrimenti la Nazionale non avrebbe dovuto ricorrere a un playmaker oriundo per gli ultimi Europei, quindi ritengo che aumentare per decreto la presenza dei giocatori italiani ad alto livello sia folle e fuori dal tempo. La gente (intesa nuovamente come “grande pubblico”) ha bisogno dil vedere atleti che fanno canestro e spettacolo. Gli “X’ and O’” del gioco interessano a una fetta decisamente minoritaria, che per allargarsi deve almeno avere il tempo di apprezzare il lato più leggero di questo sport. L’idea degli incentivi per chi fa giocare più giovani, invece, mi piace. Ma…

4.1 Io proporrei una quota fissa da pagare per le formazioni di A e Legadue per finanziare dei campionati Under 19 gestiti dalle Leghe. Mia idea: i settori giovanili di queste società portano i loro Under 19 con loro, seguendo gli stessi calendari. I giovani delle squadre di A tra di loro, i giovani di Legadue tra di loro. Perché? Perché bisogna indurre i giovani più bravi a giocare per gli allenatori più bravi e le società che hanno migliori strutture. E uscirebbero dai campionati nazionali così come organizzati adesso? Sì, per quanto mi riguarda sì. Tanto cosa cambia? Chi lo sa, oggi, chi ha vinto l’ultimo campionato Under 19? A chi interessa? Non è meglio far giocare, per esempio, Siena-Milano o Bologna-Montegranaro al PalaEstra e alla Unipol Arena davanti a un po’ di gente con palla a due alle 18 se si gioca alle 20.30? Con lo stesso biglietto uno spettatore vedrebbe due partite, conoscerebbe i giovani migliori del proprio club e magari si avvicinerebbe al “main event” in un clima più rilassato e sportivo. Già vi sento: e se uno retrocede e ha tra gli Under 19 un fenomeno, che fa? Se lo può tenere, e magari – pensate – potrebbe giocare in Legadue, se è bravo, no? Oppure si cede a una squadra più forte, con un’adeguata compensazione. Così assurdo? Altra domanda: e dopo gli Under 19? Ragazzi, se uno a 19 anni sa giocare a pallacanestro si capisce. A 20 anni le tutele sono superflue. Che giochi nei campionati minori. O che faccia altro, se non ce la fa. Perché tutelare un giocatore non bravo a dispetto del suo valore? Due campionati di “A Under 19” e “Legadue Under 19” potrebbero invece essere, oltre che competitivamente interessanti, anche un serbatoio di talenti più fruibile e riconoscibile per gli stessi club e per il pubblico, secondo me. (come idea, una cosa così http://www.lnbespoirs.fr/)

5. Vale come sopra: 2 promozioni per 64 squadre, per me, sono folli. Questi campionati perderebbero di senso per troppe squadre, perché dunque i tifosi e gli investitori se ne dovrebbero interessare?

6. Dicesi dilettante: “Chi pratica un’attività, si dedica a uno studio non per professione ma per amore della cosa in sé o per passatempo”. Non mi sembra il caso di quasi nessuno dei giocatori e allenatori coinvolti attualmente nei campionati dilettantistici, per lo meno in DNA (3° campionato) e DNB (4°). Ho paura che “dilettantismo” sia un concetto abusato per consentire di abbassare i costi per ingaggiare professionisti de facto, in cambio – tra l’altro – di tutele clamorosamente inferiori per far rispettare gli accordi. Il che non è esclusiva responsabilità dei giocatori, ma ovviamente sono i club a guadagnarci, pagando meno tasse. Il punto è: regolarizzare di più, semmai spendere meno ma in maniera più sana, e chiamare le cose col proprio nome. Se una persona per lavorare e far mangiare i propri figli si dedica esclusivamente all’attività sportiva retribuita, questa persona non è da considerarsi dilettante, e bisogna regolare tutto nella maniera più adeguata (ed equa) possibile.

Pietro

Domenica a Pesaro il No-Star Game?

Domenica, a Pesaro, si gioca l’All-Star Game del basket italiano: in campo azzurri e migliori (o presunti tali) giocatori d’importazione.

Non ci sarà Alessandro Gentile, sostituito da Achille Polonara. Non ci saranno Andrea Cinciarini, playmaker della Bennet Cantù che ha sfiorato i playoff di Eurolega, né Luigi Datome dell’Acea Roma. Tutti e tre infortunati.

Non ci sarà nemmeno quello che oggi, probabilmente, è la miglior point guard in Europa, vale a dire Bo McCalebb. Ha dato forfait, e sarà sostituito da un altro senese, David Moss. Un’altra cosa.

Il georgiano della Canadian Solar Bologna Viktor Sanikidze, unico uomo del campionato con almeno 10 punti e 10 rimbalzi di media a partita e decisamente in grado di produrre giocate spettacolari, non è stato nemmeno convocato.

Il meccanismo di voto ha premiato un quintetto straniero di soli pesaresi e avellinesi. Si gioca a Pesaro, ok, avranno votato in tanti. Da Avellino, lo so anche per esperienze passate, i tifosi sono decisamente partecipi durante i sondaggi.

Ma tutti gli altri dove sono? A me questo sembra uno spunto di riflessione. Quanta gente conosce i giocatori al di fuori dei tifosi più accaniti? Possibile che Sanikidze e McCalebb non siano stati votati nel quintetto iniziale? Vuol dire che i loro sostenitori sono pochi o (nella migliore delle ipotesi) distratti. In ogni caso, male. Questo fatto, secondo me, la dice lunga sulla popolarità di questo sport (anzi, di questo campionato) che pare interessi sempre meno alle persone (di certo La7 non l’ha spostato su La7d per autolesionismo).

Un altro problema che mi sentirei di segnalare: dei 14 giocatori della Nazionale inizialmente convocati da Simone Pianigiani per questo All-Star Game, solo 3 segnano almeno 10 punti a partita (Hackett 11.3, Poeta 11.0, Mancinelli 10.0). Alessandro Gentile poco sotto (9.5), ma va fatto un discorso a parte: segnava 12.8 punti di media a Treviso giocando 27.6 minuti, da quando è a Milano ne gioca 19.8 segnando 6.8 punti a partita.

Ad ogni modo abbiamo pochi giocatori che fanno canestro. Questo mi pare il problema più grosso di tutti. Prima dei dati Auditel, prima dei visti, prima degli arbitri, prima di ogni altra cosa bisogna guardare quanti giocatori sono in grado di fare la differenza ad alto livello. E quanti sono in grado di fare canestro. Pare banale, ma non ne abbiamo così tanti.

Bisogna intervenire qui, e subito. E non mettendo paletti ai professionisti, ma investendo di più e meglio nei settori giovanili. Servono palestre, sale pesi, foresterie, serve la volontà di fare quello invece di prendere uno o due giocatori in più. E creiamo un campionato ad hoc. Come il campionato Espoirs francese, come il Sub-20 spagnolo. Che i migliori giochino tra i migliori, altrimenti non crescono. Chi lo fa trae benefici (anche) da questo. Copiare le cose buone non è peccato.

Pietro

Correva l’anno 1995. Correvano (ancora) Chambers, Wilkins e McDaniel

Un avvenimento particolare (cioé il fatto che Kevin Durant, Russell Westbrook e James Harden hanno segnato tutti almeno 30 punti per la stessa squadra in una singola partita, non accadeva in “questa” franchigia dal 1988) mi ha fatto tornare in mente alcuni flash. Perché ventiquattro anni fa la stessa impresa la realizzarono Tom Chambers, Xavier McDaniel e Dale Ellis con i Sonics.

E allora ricordi: flash di partite, viste in diretta, in replica o su videocassetta. Flash soprattutto di Eurosport (in Francia), che all’epoca trasmetteva le partite di Eurolega, commentate da David Cozette e Bruno Poulain.

Correva l’anno 1995, appunto, quando dalla NBA piovvero in Europa 57.765 punti così suddivisi: i 20.024 segnati nella Lega da Tom Chambers, i 25.389 di Dominique Wilkins e i 12.325 di Xavier McDaniel (tutte cifre che poi verranno leggermente ritoccate in seguito). Avevano, rispettivamente, 36, 35 e 32 anni. Chambers firmò per il Maccabi Tel Aviv, Wilkins per il Panathinaikos Atene, McDaniel per l’Iraklis Salonicco. Tutte queste formazioni partecipavano all’Eurolega (allora quella organizzata dall’ULEB non esisteva, spadroneggiava la FIBA).

Che mi ricordo, in particolare? La fatica di Chambers in una gara strapersa in casa del Pau-Orthez degli inevitabili fratelli Gadou, di un veteranissimo Darren Daye e un giovanotto di nome Antoine Rigaudeau. Ricordo pure lo show di Wilkins a Parigi, MVP delle Final Four di Eurolega: 35 punti rifilati al CSKA Mosca, 16 nella controversa finale contro il Barcellona (vinta di 1 ma con il “caso Vrankovic” alla fine, con il francese Pascal Dorizon che dimenticò di fischiare un’evidente interferenza del centro croato nel finale).

Wilkins era l’uomo delle prime volte: la prima Eurolega vinta da un club greco, poi il primo trofeo sollevato (nella stagione successiva) dalla Fortitudo Teamsystem Bologna (la Coppa Italia), anche se sappiamo che i tifosi della Effe (e non solo loro) lo ricordano soprattutto per il fallo sulla tripla di Danilovic in finale scudetto.

Ricordo pure le critiche affidate ai racconti dei giornalisti francesi, i quali si incaricavano di riportare il pensiero di Bozidar Maljkovic (allenatore di quel Panathinaikos), venerato nella terra di Marianna in quanto unico coach capace di portare una squadra bleu-blanc-rouge a vincere la massima competizione europea (il famoso Limoges, definito dell’antibasket, che sconfisse nel 1993 la Benetton di Kukoc).

Di McDaniel e della sua esperienza greca, lo ammetto, ricordo molto meno. Ad ogni modo, vi propongo tre filmati per rinfrescare la memoria, sempre che vi interessi l’argomento.

Una intervista a Tom Chambers in cui parla anche della sua esperienza a Tel Aviv QUI

Dominique Wilkins incontenibile in un Panathinaikos-Olympiacos (con accenno di rissa) QUI

Gli highlight di un Benetton Treviso-Iraklis Salonicco con un modesto McDaniel QUI

Pietro

Le grasse e amare cifre di Marques Green

La Sidigas Scandone Avellino, per i non avvezzi, è una formazione che milita nel campionato di Serie A di basket. Una squadra con pochi(ssimi) mezzi economici, reduce da diverse stagioni di difficoltà da questo punto di vista, ottenendo qualche tempo fa un inaspettato e prestigioso traguardo sportivo (la vittoria in Coppa Italia nel 2008 e la qualificazione alla Eurolega), e attualmente tra le migliori interpretazioni possibili del concetto di “andare oltre i propri limiti”. Da pochi giorni ha perso un altro pezzo, l’italo-belga Dimitri Lauwers, da troppo tempo girano voci circa l’instabilità economica della società.

Bene, in questo contesto, non certo facile, l’allenatore veneto Frank Vitucci fa miracoli con pochissimo materiale umano a disposizione. A dargli una mano cospicua ci pensa il playmaker Marques Green, 165 cm (ufficiali) di bontà.

Consideriamo alcune cose: all’inizio della stagione la squadra perde i due lunghi titolari. Il polacco Szewczyk se ne va a Venezia, lo statunitense Troutman gioca (e perde) la prima partita in casa di Montegranaro e poi fugge via, a Monaco di Baviera. I due vengono sostituiti con lo sloveno Jurica Golemac e lo statunitense Ronald Slay, due elementi di esperienza ma di qualità inferiore (soprattutto considerata la continuità di rendimento), oltre che di diverse caratteristiche. La squadra, di fatto, deve tutto ciò che ha (a oggi 12 vittorie in 22 partite, ottavo posto e quindi zona playoff) al suo playmaker (nell’ultima partita degli 11 uomini a referto quattro non hanno giocato e uno è andato in campo solo 3 minuti).

La situazione si è fatta più pesante nelle ultime settimane, quando il “cambio” di Green, Valerio Spinelli, si è infortunato (solo 6 minuti in campo dall’11 dicembre a oggi).

E allora ecco che il rendimento di Green, a dispetto del debito di statura e dell’inevitabile fatica, si è regolato di conseguenza. Cioè così:

Delle ultime 12 partite ne ha giocate per intero 7, in due è stato in campo 39′ su 40′ e in un’altra – considerato il supplementare – ben 44′ su 45′ (in totale 470 minuti giocati su 485).

19.2 punti di media (15.7 stagionali) con una sola gara senza raggiungere la doppia cifra (6 contro Teramo con 2/6 al tiro).

5.0 rimbalzi di media (contro 4.5 in campionato. 60 in totale, cioé il 60% del fatturato stagionale).

6.8 assist di media (contro 6.4) e 2.9 palle recuperate (2.5).

Addirittura salgono anche le percentuali al tiro, nonostante la fatica: tira meglio da due (44.8% contro il 41.5% stagionale), e da tre punti (44.3% contro 40.7%), meno bene nei tiri liberi (81.8% contro 83.3). Sale anche il dato sulle palle perse (4.4 contro 3.6), e qui la stanchezza c’entra più di qualcosa.

Sale, però, anche la valutazione complessiva (indice che tiene conto delle voci statistiche positive e negative) che fa segnare un 21.7 di media contro il 17.8 stagionale.

Occhio anche al dato più significativo: di queste ultime 12 partite Avellino ne ha vinte 7, perdendo a Milano (per un punto), Varese, Bologna, Sassari e in casa contro Cantù. Tutte squadre che oggi sono davanti alla Sidigas in classifica, anche se di poco.

Occasioni perse per la griglia dei playoff? No, logica. Avellino non può fare più di così, nelle sue condizioni ha fatto anche troppo. Voi, alla luce di queste cifre, trovereste il coraggio di chiedere a Green di fare più di così?

Vi chiederete il perché del titolo, perché queste cifre sono sia grasse che amare. Perché con una squadra migliore, magari, ogni vittoria non sarebbe un miracolo né per Green, né per Avellino: sarebbe solo una tappa per coltivare ambizioni. Così, invece, è solo lotta estrema per la sopravvivenza.

Pietro