Distrattamente su Jeremy Lin

La cosa che prima di tutto ho pensato, a parte che ovviamente nessuno poteva ritenere che il giocatore di origini taiwanesi potesse produrre un tale rendimento, è che il tutto ha a che fare con un concetto che dovrebbe essere la base della costruzione di ogni squadra. Ovvero, scegliere (e mettere in campo) i giocatori più adatti al tipo di gioco che si vuole sviluppare (e Lin sta provando a fare ciò che Mike D’Antoni vorrebbe da ogni suo playmaker).

Mi viene in mente un esempio nel calcio: l’estate scorsa il Manchester United voleva Wesley Sneijder dall’Inter, non l’ha avuto e allora ha messo in campo Tom Cleverley, classe 1989, allo United da quando aveva quindici anni. Perché? Perché posto che uno uguale all’olandese sul mercato non c’era, tanto valeva dare spazio a un ragazzo fatto (quasi) in casa (perché è cresciuto nel Bradford City) che in quel ruolo può permettere di giocare come  avrebbero voluto con Wes. Fine dell’esempio calcistico.

Jeremy Lin, intanto, non è esattamente venuto dal nulla: è stato visto, allenato, valutato da almeno altre due franchigie NBA prima dei Knicks. Si tratta dei Warriors, che per primi gli hanno permesso di entrare nella Lega dopo una bella Summer League, e degli Houston Rockets, che non lo hanno tenuto dopo il training camp.

Quest’ultima cosa mi sembra molto interessante perché a Houston, guidati da quello che scherzosamente si potrebbe definire un GM “nerd” come Daryl Morey (perché molto appassionato al tema dell’analisi statistica dei giocatori, laddove le cifre non sono quelle del boxscore ma arrivano attraverso processi molto più elaborati), fanno della valutazione dei giocatori a 360° una specie di religione. Strano, dunque, che abbiano avuto tra le mani un potenziale giocatore di alto livello e non se ne siano accorti, anche se tutti possono sbagliare e ci mancherebbe altro (ma, va detto, recentemente i Rockets hanno sbagliato pochino in fatto di scelte di mercato, se è vero che sono mancati negli anni Yao e McGrady più che il cast di supporto).

L’altro giorno, come si diceva anche venerdì per radio, Morey ha risposto su Twitter ai tifosi che gli chiedevano conto di questa scelta: tra gli argomenti “difensivi” del GM vi è la constatazione che i Rockets possiedono già tre ottimi giocatori nel ruolo di playmaker (Lowry, Dragic e Flynn) e di certo non necessitavano di una scommessa lì, dato che probabilmente non avrebbe visto il campo.

Vedo, specie tra i commenti su Facebook, un terrificante (per i toni) crescendo di insofferenza nei confronti di Mike D’Antoni perché non aveva “visto” prima il talento di Lin. Posto che D’Antoni non rientra (non da oggi) tra i miei allenatori preferiti, credo che più semplicemente bisognerebbe riportare la questione alla sua vera dimensione: “scoprire” uno come Lin può derivare anche solo da un colpo di fortuna, e le carriere degli allenatori e dei giocatori girano anche in base a questo.

Una scelta dettata dalla disperazione di mettere in campo qualcuno purché facesse qualcosa, in un momento nero, ma, torno a ripetere, o nella NBA sono tutti deficienti (e non credo, anche se immagino che deficienti ce ne siano come in tutte le realtà) oppure anche Lin deve aver fatto qualcosa per “nascondere” tutte queste qualità.

Che sono quelle di un giocatore intelligente, bravo a usare il pick and roll, con poco tiro da fuori e che deve ancora dimostrare tutto in fase di gioco sotto pressione, guida di una squadra con delle star all’interno (che certo non sono Fields, Jeffries o Walker, evidentemente più disponibili al “dialogo” con la palla), capacità di difendere sui grandi giocatori del suo ruolo e varie altre cose. Glielo auguro, ma non credo di sbagliare dicendo che non siamo di fronte a una nuova superstar. Se poi sarà così, tanto meglio per tutti noi che amiamo godere dello spettacolo.

Pietro

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