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Queste dichiarazioni mi piacciono un sacco @Angelicobiella

L’Angelico Biella gioca nel campionato di Serie A di basket, è penultima in classifica con 6 punti in 12 giornate, è reduce da due ripassate prese da Cantù e – soprattutto – Brindisi.

Queste sono le parole di Marco Atripaldi, general manager della società, sull’allenatore Massimo Cancellieri, che è una persona garbata e seria.

“Capitolo allenatore: Cancellieri è un bravo allenatore, con la fiducia della Società e dello spogliatoio: chiunque venisse al suo posto chiederebbe di cambiare tre giocatori; proviamo invece a cambiare la squadra insieme a lui perchè se lo merita visto che ha a cuore questo Club, visto che lavora come un matto e visto che in tre anni non ha mai chiesto un giocatore in più, nemmeno l’anno scorso, quando raggiungere i playoff sarebbe stato magari utile per la sua carriera e in questa stagione ha accettato di allenare un gruppo pieno di scommesse e sta tuttora provando a farlo funzionare nonostante le evidenti difficoltà. Perchè credo che sia una questione di serietà e questa è una Società seria. In ogni caso Cancellieri non è mai stato messo in discussione. Né da me, né dal Presidente”.

Le ho riproposte perchè, credo, contengono diversi messaggi positivi. Da imitare.

Augurando a Biella, ad Atripaldi e a Cancellieri, di fare i passi avanti che gli serviranno per continuare a giocare nel massimo campionato.

Pietro

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Vi piacerebbe un All-Star Game di @Euroleague?

Idea folle? Stupida? Bella? Inutile? Sfiziosa?

Ditemi.

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Superficiali constatazioni statistiche sugli All-Star italiani @allstargameita

Questi sono i convocati (Nome, squadra, punti a partita, minuti a partita)

Riccardo Cervi (Trenkwalder Reggio Emilia) 2.9 e 11.9

Massimo Chessa (Tezenis Verona) – LEGADUE

David Cournooh (Biancoblu Bologna) – LEGADUE

Lorenzo D’Ercole (Acea Roma) 7.0 e 20.6

Andrea De Nicolao (Cimberio Varese) 5.0 e 15.4

Alessandro Gentile (EA7 Milano) 4.5 e 15.6

Matteo Imbrò (Saie3 Bologna) 3.5 e 16.5

Daniele Magro (Umana Venezia) 2.6 e 5.1

Valerio Mazzola (Sutor Montegranaro) 4.8 e 20.2

Nicolò Melli (EA7 Milano) 4.6 e 14.8

Riccardo Moraschini (Saie3 Bologna) 4.4 e 12.7

Achille Polonara (Cimberio Varese) 10.3 e 22.7

Il totale dei punti segnati a partita dai giocatori selezionati e militanti in Serie A è 49.6 (media 4.96), con un minutaggio medio di 15.5.

Questi, invece, i top scorer italiani del massimo campionato (Sì, lo so, non è solo dai punti segnati che si misura un giocatore. Ma qui parliamo di All-Star Game, non di raffinate soluzioni tattiche per vincere l’Eurolega).

1. Gigi Datome (Acea Roma) 18.5 (Farà la gara del tiro da tre. Ma non la partita)

2. Daniele Cinciarini (Sutor Montegranaro) 15.0

3. Daniele Cavaliero (Scavolini Banca Marche Pesaro) 12.5

4. Andrea Cinciarini (Trenkwalder Reggio Emilia) 12.1

5. Giuseppe Poeta (SAIE3 Bologna) 11.7

6. Achille Polonara (Cimberio Varese) 10.3 (unico tra i convocati)

7. Massimo Bulleri (Umana Venezia) 10.1
7. Andrea Crosariol (Scavolini Banca Marche Pesaro) 10.1

9. Pietro Aradori (Chebolletta Cantù) 10.0

10. Luca Vitali (Vanoli Cremona) 9.4
10. Angelo Gigli (SAIE3 Bologna) 9.4

Massimo rispetto per tutti. Ma l’All-Star Game non dovrebbe essere un’occasione per monitorare i giovani, semmai quella di mettere in mostra per una sera il meglio che c’è a disposizione, tanto per divertirsi un pò.

Così, per me, è meglio non farlo. Piuttosto organizzate un’amichevole ufficiale con la nazionale “vera”.

Pietro

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40 anni di Poz: vi regalo il suo “Dream Team #50” (download gratuito)

Una "doppia" all'interno della rivista

Come (pochi, credo) di voi sapranno, avevamo (io, il direttore Mauro Bevacqua, l’art director Francesco Poroli) dedicato il numero 50 della rivista “Dream Team – Basketball & Lifestyle” a Gianmarco Pozzecco, offrendogli – simbolicamente ma nemmeno troppo – il ruolo di direttore per un mese.

Ne uscì un numero molto divertente, che coinvolse tantissimi personaggi dello sport, del giornalismo e anche della cultura. Nessuno voleva farsi mancare il suo Gianmarco Pozzecco, a dimostrazione ulteriore di quanto e come questo personaggio abbia inciso, non solo sul parquet.

I nomi dei “contributors”? In ordine sparso: Gianluca Basile, Danilo Gallinari, Franco Bolelli, Flavia Pennetta, Maurizia Cacciatori, Martin Castrogiovanni, Massimo Ambrosini, Francesco Damiani, Gianmaria Vacirca, Emiliano Poddi, Angelo Reale, Riccardo Romualdi, Flavio Vanetti, Andrea Zingoni&Joshua Held (Gino il Pollo), Piero Guerrini, Andrea Pecile, Livio Proli, Dino Meneghin, Charlie Foiera, il fotografo Stefano Ceretti. Chiedo scusa se dimentico qualcuno.

Grazie a Francesco Poroli (@francescoporoli su Twitter) abbiamo recuperato il file. Io ve lo regalo.

SE VOLETE SCARICARLO, CLICCATE QUI

Pietro

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40 anni di Poz, e la sua ultima partita (di @MicheleGazzetti)

Michele Gazzetti, giornalista di Sportitalia e soprattutto amante della pizza al taglio del Woodstock, mi ha riproposto il pezzo che scrisse la sera dell’ultima partita giocata da Gianmarco Pozzecco, ad Avellino con la sua Capo d’Orlando. Ve lo ripropongo qui, insieme al video del Poz che racconta in prima persona il suo addio al basket alla trasmissione “Sotto Canestro”, su La7.

Pietro

La fantasia nel basket è morta al minuto 36’14” di gara 3 tra Avellino e Capo d’Orlando. Meo Sacchetti, coach dei siciliani, chiama il cambio e se per Fabi è solo un ingresso in campo, per Pozzecco è la fine di una carriera, il passo d’addio del talento più anarchico ed esteticamente trascinante del basket italiano. Gianmarco si toglie la canotta blu svelando una maglietta artigianale che è una sorta di testamento cestistico scritto con il pennarello nero su tessuto bianco. Tra le scapole non ci sono le otto lettere del suo cognome ma solo la scritta Chicco, dedicata al suo ex compagno e amico Ravaglia scomparso in un incidente stradale nel 1999.

E poi una serie infinita di ringraziamenti: “Grazie per avermi sopportato. Grazie di tutto. Grazie Enzo“. La dedica per il presidente che l’ha voluto e coccolato e che non era presente al palazzetto perché agli arresti domiciliari.

Il basket si sente già orfano del personaggio più picaresco e istrionico che abbia mai calcato i parquet italiani, uno di quelli che o si odia o si ama alla follia. Come testimoniano d’altra parte le sue parole a caldo, intriso in un oceano di lacrime e sudore: “Voglio ringraziare tutti quelli che mi hanno cercato di capire in questi 30 anni, forse nessuno ci è riuscito. Chiedo scusa se ho sbagliato, l’ho fatto solo perchè avevo un amore spasmodico per questo sport“.

Per i profani della palla arancione, è come se si fosse ritirato il Roberto Baggio del basket. Due personaggi diametralmente opposti ma uniti da un grandissimo feeling con la poesia applicata allo sport.

Pozzecco, triestino classe 1972, aveva iniziato a predicare basket in serie A nella stagione 90/91 con la Rex Udine. Da lì una sfolgorante carriera con due perle indimenticabili: nel 1999 lo scudetto vinto con la “sua” Varese e nel 2004 la medaglia d’argento leadereggiando l’Italia alle Olimpiadi. Nel 2002, proprio contro Avellino, il record di punti in serie A, 42. Dopo l’esperienza in Russia, questa sua ultima stagione trionfale in cui è stato osannato in tutti i palazzetti italiani, anche da chi l’aveva insultato per anni.

Finisce la favola della Mosca Atomica, l’uomo che più di ogni altro ha saputo essere uno spot vivente per la pallacanestro. Uno dei pochi per cui vale la pena domandarsi che basket sarebbe stato senza lui in campo. Ci mancherai tantissimo Poz.

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Auguri Poz (contiene intervista amarcord)

Gianmarco Pozzecco e la mia coppola. Belle coseIl 15 settembre 2012 Gianmarco Pozzecco compie quarant’anni. Solo per l’anagrafe, perché quanti anni possa avere il Poz nella sua testa lo può sapere davvero solo lui. Ho avuto la possibilità di conoscerlo lavorando per il mensile Dream Team, curavo la sua rubrica (potete immaginare il livello dei contenuti!), e una volta abbiamo fatto una intervista vera e propria. Quella che vi ripropongo qui sotto.

Ovviamente gli dedicammo la copertina, con la foto che vedete qui di fianco, scattata da Matteo Marchi: ritrae un Poz con la coppola (la mia, tra le altre cose), in omaggio alla sua stagione siciliana con Capo d’Orlando. Era la vigilia del suo ritorno da avversario contro la Fortitudo Bologna, ci incontrammo nel suo albergo. Totalmente immarcabile: mentre rispondeva alle mie domande dava consigli all’allora GM Vacirca su dove portare la fidanzata a mangiare, intratteneva altri clienti dell’hotel a caso, rompeva le palle ai compagni di squadra che passavano di lì. Marchi non ne poteva più.

Mi piace anche ricordare un’altra cifra tonda: 50, ovvero il numero della rivista che lui “diresse”. Dream Team chiuse i battenti qualche mese dopo, ma quella del “Pozzecco direttore” rimane una delle cose più divertenti che abbia mai fatto. E mi ricordo la sua emozione vera nel vedere le prime prove su carta di una rivista-tributo interamente dedicata a lui, in una stanza della vecchia sede dell’Olimpia Milano in via Caltanissetta. Poz piace a molti, altri lo detestano. Per me, semplicemente, è un grande.

Auguri Gianmarco!

(Intervista a Gianmarco Pozzecco, Dream Team 37, gennaio 2008)

Gianmarco, sei già tornato da avversario a Bologna, ora è il momento dell’ultima della carriera a Varese: cosa ti aspetti?

A Bologna l’ho vissuta come un preavviso di ciò che può succedere a Varese. Ci ho giocato quasi tre stagioni, ma ho instaurato rapporti quasi di fratellanza, ho conosciuto un sacco di amici che non vedevo l’ora di rivedere – Simone della Braseria, Ugo del Rivabella, Steve Fabiani, Abele Ferrarini, mille altri. Insomma, anche tornare a Bologna è stato qualcosa di molto particolare, ma dico e ribadisco che per me Varese è Varese”.

Nell’amore per la Effe la motivazione del tuo rifiuto alla Virtus Bologna.

Sì, ed è stata una scelta personale, nessuno mi ha mai condizionato. L’unico che poteva farlo era Giorgio Seragnoli. Andai a fatica a parlargli, chiedendogli se poteva essere un problema per lui, ma mi disse di no – forse solo se fosse stato ancora lui il presidente della Effe sarebbe stato diverso”.

Una notte difficile, comunque.

Sì, era un venerdì sera. Non sono stato bene per niente, e alla fine cambiai idea. Mi resi conto che era una cosa che non mi apparteneva. C’era una decisione da prendere, era un momento molto serio, ma quando mi immaginavo con la maglia della Virtus non mi accettavo. Non ho nulla contro la Virtus, l’ho detto 1.500 volte, però io alla fine ho giocato a Varese e alla Fortitudo, ed è giusto che uno come me abbia fatto una scelta di quel tipo, istintiva, perché io sono così”.

Quindi l’approdo in Sicilia, per tanti una pazzia.

Quando chiamai Enzo Sindoni gli dissi: ‘Le cose stanno così: posso andare alla Virtus, situazione vantaggiosa, gioco in Eurolega, mi allena una persona che stimo molto come Pillastrini, in una città dove ho casa, in una società che mi dà la possibilità di vincere…’. E lui: ‘Mi stai dicendo che vieni a Capo d’Orlando’. ‘Sì’. Una scelta che, fino a questo punto e al di là dei risultati, mi ha confortato. A giocare per le Vu Nere non ce l’avrei mai fatta”.

Da Bologna non te ne sei andato per scelta tua, ma di Jasmin Repesa.

Nella mia carriera ho vissuto momenti esaltanti e altri particolarmente brutti. Nel 1999, quando mi allontanai dalla Nazionale che poi vinse gli Europei, io ci rimasi di merda. Stessa storia nel 2003, quando Recalcati mi rifiutò prima dell’Europeo svedese; e poi ancora due anni dopo, quando Repesa mi mise fuori squadra prima dei playoff e loro vinsero lo scudetto. Sono stati tre momenti di difficoltà vera, di sofferenza”.

Però in qualche modo sei sempre tornato.

Ho sempre tratto energia positiva da queste situazioni. È logico che ho sofferto a vedere De Pol e Menego esultare da campioni d’Europa, appena dopo averlo fatto insieme per lo scudetto a Varese. Pensavo e penso tuttora che meritassi di giocare in quella Nazionale. Mi apparteneva di diritto, perché non vedevo così tanta gente più brava di me, onestamente. Però sono tutte cose che mi sono servite per crescere: quando le cose vanno male, non sempre tutto è negativo”.

È un pensiero che ora puoi rivolgere al tuo amico Belinelli?

A Marco dico proprio questo: per certi versi non giocare adesso è una cosa positiva. Ha ancora 21 anni e per lui non sono assolutamente preoccupato, ho tantissima fiducia. Anche lui ne ha nelle sue qualità, se è vero che ha detto di non voler essere considerato solo uno specialista. Deve solo riuscire a capire che tutto questo passerà, che avrà la possibilità di vendicarsi di tutto, prendendosi delle rivalse contro chi pensa che non è adatto a stare lì”.

Quindi tu confermi al 100% tutto ciò che sei stato, senza rimpianti.

Rifarei tutto: non sono andato in Francia nel 1999 e non ci andrei nemmeno adesso, ad esempio. Nella vita uno deve fare delle scelte: uso sempre l’esempio del contropiede tre contro uno con a destra Charlie Foiera e a sinistra Michael Jordan, in difesa Mutombo. Dai giustamente la palla a Jordan, che scivola e sbaglia. Riescono a dimostrarti, usando non so che tipo di macchinari, che se la davi a Foiera andava a segnare e vincevi la partita. Di conseguenza succede che la tua scelta per certi versi è sbagliata, ma la verità è che se hai Jordan a sinistra e dai la palla a Foiera sei un cretino!”.

Molto dipende anche dal momento.

Ci possono essere delle scelte che poi si rivelano sbagliate, ma rimangono giuste nel momento in cui le hai fatte. Io feci benissimo, secondo me, a non andare in Francia; Recalcati ha fatto malissimo a non chiamarmi in Svezia. Addirittura inventarono che rubai un pullman di notte, ma sul mio conto ne hanno dette di tutti i colori. Ma una spiegazione a tutto c’è…”.

Sarebbe?

Io ho venduto l’anima al diavolo per vincere lo scudetto a Varese, uno scudetto che mi permette ancora di vivere di rendita, perché altrimenti credo che mi sarei già ammazzato quattro o cinque anni fa. Rimane una cosa che mi resterà dentro per tutta la vita, e ho venduto l’anima al diavolo per riuscirci. Quindi tutte le sfighe che sono successe dopo sono arrivate perché il diavolo ogni tanto si presenta sempre con quel conto ancora da saldare. Io sono un dannato”.

Parole grosse.

Io ci credo veramente, anche perché quello scudetto ha tutto fuorché elementi di realtà. È assolutamente surreale. La stampa specializzata allora ci considerava una squadra di seconda se non di terza fascia, e devo dire che questa Pierrel ha delle analogie con quella squadra”.

In che senso?

Una su tutte è che stiamo bene insieme, come a Varese. Veramente, però, non per dire sempre ‘il gruppo di qua, il gruppo di là’: stiamo insieme perché ci piace”.

Altra tradizione e altra storia, però, Varese rispetto a Capo d’Orlando.

Senz’altro, è chiaro. Lì l’anno prima eravamo arrivati quarti e si giocava l’Eurolega, ma fondamentalmente nessuno ci considerava da titolo. Qui sulla carta siamo considerati ancora meno, però vediamo cosa succede”.

Peraltro anche senza di te la Pierrel ha fatto bene!

Meglio che abbiano iniziato senza di me! Perché poi sono arrivato io, a perdere 10 palloni a partita, tanto per far capire ai ragazzi con chi avevano a che fare”.

Ci spieghi una volta per tutte perché Pozzecco è un giocatore difficile da allenare?

Partendo dal presupposto che non sono un santo, sono convinto che a volte tutto viene portato all’esasperazione. Una volta per esempio Federico Danna [allenatore di Varese nella stagione 1999-2000, ndr] non mi mise in quintetto nella trasferta contro la Virtus Bologna. Io ebbi una reazione spropositata, quando poi mi rimise in campo mi tolse dopo tre o quattro minuti perchè avevo perso non so quanti palloni. Ho fatto scoppiare il finimondo, una cosa di cui mi vergogno tuttora. Quella sera lì il povero Hugo Sconochini venne trovato positivo al doping, e il giorno seguente sui giornali il titolo in grande era la mia lite furibonda con Danna, mentre in un angolo ‘Sconochini positivo’. Mah…”.

Cosa vuol dire quando dici che non sei un santo?

Beh, sulle critiche che ho ricevuto c’è sempre un fondo di verità. Ne ho fatte veramente di tutti i colori. Una volta rimasi a letto per un mese e mezzo con la broncopolmonite, prendendo quattro antibiotici al giorno, e nella prima partita che giocai al rientro restai in campo qualcosa come 28 minuti [20 in realtà, ndr], ma ero incazzato nero del minutaggio. Sono uscito di casa che ero un cadavere, ma io anche in quel momento ero convinto di essere il più forte di tutti. Andai da Charlie [Recalcati] il martedì e gli dissi ‘Qui non va bene: ho giocato 28, sei pazzo? Io devo giocarne almeno 35, altrimenti non gioco più!’. Mamma mia ragazzi…”.

A proposito di Hugo: l’hai visto su SKY a fare il commentatore?

Sì, per favore ditegli di tagliarsi i capelli”.

Finirai anche tu a commentare partite?

Spero non con quei capelli! Di Hugo posso anche parlarne male, è talmente un bel ragazzo! Però davvero, dalla TV non capivo se era Hugo Sconochini o una pecora: spero che ora gli abbiano tagliato la lana… So che sua moglie aveva un maglioncino nuovo, magari l’hanno fatto all’uncinetto con la lana di Hugo”.

C’è anche Boni che commenta, un altro che parla poco.

Mi dicono che massacra tutti. Mario Boni secondo me dovrebbero mandarlo a ‘Uomini e Donne’, sarebbe l’ideale. Una sera ce l’aveva anche con se stesso, ma è giusto così, è bello vedere qualcuno che apre bocca per dire quello che pensa. Non ha mai offeso nessuno”.

Boni ha detto che penserà al ritiro solo quando smetteranno di fischiarlo e inizieranno a dargli dei premi alla carriera.

Bene, allora organizzate voi che gliene diano, perché non se ne può più!”.

Pure tu aspetti i fischi e le targhe?

Io smetto comunque a fine stagione, che mi diano le targhe o meno. Anzi, per dirla con le parole del buon Commendator Zampetti [l’attore Guido Nicheli, ndr] che purtroppo non c’è più, vedo di tirar giù le ultime due targhe [a.k.a. ragazze] e poi smetto, perché da giocatori se ne beccano molte di più”.

Strage di cuori, a Capo d’Orlando?

Insomma… Da questo punto di vista è una città molto piccola, per cui non mi concedo facilmente. Cioè, mi concedo, ma diciamo che abituato alla Russia, dove c’era da star male, devo un attimino adattarmi… Poi, appena finisco di giocare, ho deciso che passerò un anno alla ricerca della donna della mia vita – e non è che sia molto semplice!”.

Tabellino del tuo primo ritorno a Varese: sconfitta di 16 e un ottimo 0/8 dal campo.

Beh, indipendentemente dalla partita l’accoglienza di quella sera rimane un ricordo incredibile e indelebile, l’emozione più alta della mia carriera insieme allo scudetto e al podio olimpico. Una cosa che non dimenticherò mai. Poi io sono un sentimentale, sembro quasi patetico certe volte: al palazzo erano tutti in piedi, io ho iniziato a piangere, tutto intorno a me c’era gente che piangeva… Insomma, è stato un momento pazzesco”.

E dire che due-tre campioni a Varese sono passati.

Anna Bonsignori, storica segretaria di Varese, venne a dirmi che i ritorni lei li aveva visti tutti, da Bob Morse a Meneghin, ma a una cosa del genere non aveva mai assistito. Per me Varese resta intoccabile, abbiamo costruito negli anni qualcosa di irripetibile, vincere con un gruppo di quel tipo è stato un’apoteosi”.

Però, ti diranno, gira e rigira hai vinto solo uno scudetto.

Ma non lo cambierei per nulla al mondo. Se me ne offrissero dieci altrove contro uno a Varese direi di no. Io litigavo sempre con Maurizia [Cacciatori, pallavolista e storica ex, ndr] che aveva vinto non so quanti scudetti e coppe. Ma le dicevo: tu hai vinto a Varese? No? E allora sta buona!

Non ammetti discussioni a riguardo.

Varese per me è la pallacanestro, non c’è altro. Poi sono affezionato a Bologna, a Udine dove ho giocato tre anni, sono sempre felice di tornare a Livorno, a Trieste ci sono nato… Ma Varese è un’altra cosa”.

Parlaci di com’è cominciata, allora, questa storia d’amore assoluta.

Varese è stata una crescita, non solo mia. Ho giocato con Toni Bulgheroni, con cui ho fatto anche il militare assieme; quando arrivai la prima volta venne suo fratello Edo a prendermi, che aveva due anni più di me. Mio padre ha giocato alla Robur e mi ha sempre parlato benissimo della famiglia Bulgheroni. Insomma, era tutto molto in famiglia. Poi Toni diventò prima DS e poi presidente, la nostra crescita è stata parallela – la mia e quella di Toni, Edo, Menego, Sandrino o di Zanus, che all’inizio doveva andare a Milano”.

Facevi parte dell’arredamento della Pallacanestro Varese.

Il clima era unico. Mi ricordo prima di gara-3 di finale scudetto: io, Bruno Arena dei Fichi d’India e tale Raimondo, a cena con altre cento persone. Questo Raimondo negli anni era sempre lì, col suo maglione rosso che mi inseguiva a bordocampo, quando facevo canestro praticamente esultavamo insieme, un personaggio mondiale. Quella sera si scherzava con tutti, Raimondo è uno che spara cazzate così buone che potrebbe fare TV ma insomma… quella era Varese. Finita la partita dello scudetto cena diciamo ‘ufficiale’ e poi tutti al nostro solito ristorante a festeggiare con la gente, i nostri amici. Poi si dice che non si vive di ricordi, ma vaffanculo! Di ricordi ci si vive, eccome – e ci godo pure!”.

Visto che smetti di giocare, i peggiori personaggi della tua carriera ce li dici?

Il più brutto in assoluto é Mergin Sina, il classico ‘scacciafighe’. Quando andavamo in giro facevo finta di non conoscerlo, in discoteca era impossibile beccare anche il più cesso che c’era se lui era nel raggio di un metro e mezzo. Però di una simpatia strepitosa… Aveva una cosa sola di bello, gli occhi verdi, ma in quella faccia lì sembravano due occhi pallati, da paura: vi giuro, una delle cose più terrificanti che abbia mai visto”.

E tra gli allenatori?

Nella Top Horror c’è di sicuro il momento in cui ho visto nudo Dado Lombardi, uno dei momenti più scioccanti della mia vita. Anche lui è un amico di famiglia, perché mio padre gli aveva fatto da vice in passato. Ci raccontò una storia in cui sosteneva di aver rotto otto denti a un tizio di Cantù, come se uno tirasse un pugno e poi contasse i denti rotti. Me la raccontò mentre si stava facendo massaggiare da Galleani, coperto dall’asciugamani, ma a un certo punto sradicò il buon Sandro, gettò via l’asciugamani e andò avanti nudo a raccontare. Avevo le lacrime agli occhi, una cosa indescrivibile”.

Basta così?

Beh no, merita una menzione speciale anche Charlie Foiera: situazione familiare allo sbando, con la mamma che fa i massaggi, il babbo che vende il cocco in spiaggia… [ride]. Il povero Charlie è rimasto sconvolto a vita dalla vista di un transessuale che stava con uno in giacca e cravatta nei bagni di una discoteca. E poi come dimenticare l’orchite di “Piccolo” Knezevic, una delle cose più brutte che ho visto nella mia vita”.

Chi ti è stato più vicino, tra i personaggi incontrati fuori dal campo?

È strano, perché io mi reputo una persona molto fortunata però alla fine mi trovo sempre con il nulla in mano. A Varese ho avuto amicizie pazzesche: Paolino, Andea Sterzi, Leo Fiore… Con loro e con Giorgino una volta abbiamo percorso il tratto Luino-Varese in tre ore e mezza anziché nei normali 25 minuti, perché ci siamo messi a cantare in ogni lingua possibile una canzone degli ‘All 4 One’! Personaggi magnifici, ma alla lunga – col fatto di andare a giocare altrove – ti allontani da tanti amici: prima li senti spesso, poi un pochino meno, poi addirittura finisce che li perdi di vista. Ho comunque un sacco di persone a cui voglio molto bene: Irma e Sergio, ad esempio, proprietari del ristorante dove andavo sempre a Livorno, che mi facevano sentire in famiglia. Una persona su tutte è Franco, purtroppo scomparso questa estate: per otto anni è stato un secondo padre, per me

Che Italia hai trovato dopo due anni in Russia?

A Mosca devo dire che è tutto un altro mondo. Un esempio: due persone che fanno un incidente sono capaci di bloccare per ore una strada a una corsia, perché non esiste che facciano la constatazione amichevole, e la gente rimane lì finché non arriva la polizia. Vivendo all’estero vedi cose che sul momento magari dai per scontate, poi però ti rendi conto quando torni che alcune cose all’estero funzionano diversamente – e ti chiedi come mai non sia lo stesso anche qui. Ti sei quasi dimenticato come vivevi prima”.

Adesso stai scoprendo il Sud.

Sono convinto che ormai in Italia cambiare città è quasi come cambiare nazione – tra Bologna e Capo d’Orlando sembrano due Paesi diversi. Capo d’Orlando è davvero un’isola felice. Io sono uno che ha paura di tutto – eppure mi è capitato di dormire con le chiavi appese fuori dalla porta di casa o di lasciare la macchina aperta con le chiavi nel cruscotto. Sono cose completamente sorprendenti per chi si immagina la Sicilia come il posto della mafia. Io, poi, sono passato da una città da 16 milioni di abitanti a una da 13.000. Qui c’è una familiarità incredibile, i miei vicini – che sono persone impagabili – ci sono per tutto quello di cui posso aver bisogno”.

Hai accennato all’inizio a Enzo Sindoni: che rapporto c’è con il tuo attuale presidente?

Credo che sia una persona estremamente sentimentale, molto genuina e affettuosa. Vi potrei leggere il suo ultimo messaggio, qualcosa di commovente: come si fa a non giocare per uno così?”.

Insomma, alla faccia di chi ha un po’ sorriso della tua scelta di firmare lì.

Dirò di più: adesso nel basket se ti danno 10 devi fare 10, se sul contratto c’è scritto che puoi andare due volte in bagno, alla terza ti multano – insomma, se fai o vuoi qualcosa di extra paghi. Qui sono venuti i miei genitori a trovarmi, io li adoro, ma dopo una settimana che ce li avevo per casa mi avevano fatto due palle grosse così… Sindoni lo è venuto a sapere, li ha portati a vedere tre appartamenti e li ospiterà fino a fine stagione!”.

Poz, ci avviamo alla conclusione, anche perché ti reclamano [squilla più volte il suo cellulare, la serata è lunga e il Poz è sempre molto richiesto, ndr]. Via ai quintetti: te escluso, i più forti che hai mai visto, giocandoci contro o assieme…

Io fuori? Ma stiamo scherzando? Sarei chiaramente il titolare!”.

Allora metti il tuo cambio e gli altri quattro titolari.

Allora: Michael Ray Richardson, Arijan Komazec, Charlie Foiera, Vinny Del Negro e Arvydas Sabonis. Anzi, togli Foiera e metti Danilovic!”.

E i più scarsi?

Facile: Foiera Charlie, Charlie Foiera, quello di Bertinoro a cui ho fatto da testimone di nozze, quello che gioca a Ferrara col numero 16, il mio compagno di squadra a Varese dopo lo scudetto”.

Il quintetto dei tuoi amici?

Oh Madonna, una volta era facilissimo, ne mettevo dieci e via! Adesso ragazzi miei, che dire… Proviamo: Orsini, Malavasi, Van Den Spiegel… Ce ne son troppi, dai… De Pol, Meneghin, Loncar, che va di sicuro in quintetto, Bill Edwards, Gorenc, il numero uno, Charlie Foiera… Ho giocato troppi anni, cavolo… Giovanni Sabbia, Bonsignori, Calbini… troppa roba… Delfino, Smodis, Basile… Sono troppi!”.

Van Den Spiegel ti ha mai dato una percentuale sullo stipendio, visti i pick and roll alla Effe?

Poteva davvero farlo! È diventato uno dei giocatori più ricchi d’Europa, guadagna un milione di euro! È un ragazzo di un’intelligenza fuori dal normale”.

Una curiosità: tu, Pecile, Cavaliero, Attruia… Tutti triestini e tutti playmaker, chi più chi meno. E tutti dei gran personaggi!

È vero, non siamo mica normali! Non so, sarà la bora che porta via le cellule, ci fa ingerire determinati virus. Forse è perché siamo isolati… Boh! Comunque è vero che non siamo normali. Prendi Attruia: una sera lo stavo cercando in discoteca al Pineta perché dovevamo andare via e l’ho trovato da solo in un angolo che leggeva un libro. S’è mai visto uno che legge un libro in discoteca?

Poz, per chiudere sul serio: le tue considerazioni guardando indietro tutta la tua carriera?

Quanto mi son divertito ragazzi! Avrei potuto far di più, di meno, non lo so, ma ne ho viste di tutti i colori. Credo che la qualità della vita è la cosa che conta di più, e poi ho giocato con dei tegoli [cretini???, ndr] mai visti. Anche questi di Capo d’Orlando, ragazzi miei, sono degli imbecilli… A Messina una sera siamo usciti che sembravamo gli hooligan! Da un po’ di tempo gira questa frase mia – ‘Fai quello che non ho fatto io e andrà tutto bene’ – e sembra che sia una gran genialata. Ma l’unico consiglio reale che do a un ragazzino che gioca è: ‘Diventa un giocatore e inizia a guadagnare: ti diverti come un porco!’. Forse perché è un ambiente sano, fatto di gente incredibile. Per me, purtroppo, ormai è finita”.

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A proposito di promozione del basket (in Francia)

Addetti ai lavori e appassionati capaci di comprendere la lingua francese se ne saranno già accorti, per gli altri segnalo quanto accadrà il prossimo 20 settembre a Parigi.

La prossima edizione della supercoppa francese (che lì chiamano “Le Match des Champions”) tra l’Elan Chalon e il CSP Limoges si giocherà non all’interno di un palazzo dello sport, ma al “Palais des Congrès“.

I giocatori, quindi, saliranno sul palco in senso letterale. Mi è capitato di vedere qualcosa del genere: New York, 2010, Radio City Music Hall. In occasione del “World Basketball Festival“, i giocatori di Team USA si esibirono in una sfida amichevole tra loro, nel quadro della preparazione per i campionati Mondiali che si sarebbero svolti di lì a poco in Turchia.

Evento preceduto, tra le altre cose, da un concerto di Jay-Z, che diede vita per oltre mezz’ora a uno spettacolo di altissimo livello.

Non credo che a Parigi riusciranno a coinvolgere una personalità di livello simile, ma di sicuro l’evento merita grande attenzione.

Il basket francese, pur con tanti suoi limiti, nel corso degli anni ha cercato di sviluppare idee nuove (anche sbagliate, come la finale per il titolo su gara secca e in campo neutro, a Bercy), e questa iniziativa non fa eccezione.

Avranno anche meno soldi e meno mezzi di altri, ma se non altro qualcosa provano a fare. Ripeto, pur con tanti limiti strutturali e non. In questo, abbiamo solo da imparare. Ah, no: noi avremo i playoff tutti al meglio delle sette partite. U-A-U.

Pietro

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Così parlava Simone Pianigiani (3 anni fa)

Oggi che si è chiuso un secondo ciclo di tre anni (per un totale di sei scudetti consecutivi), e che il c.t. azzurro Simone Pianigiani ha annunciato la sua decisione di lasciare la Mens Sana Siena, suo club di sempre, ripropongo una mia intervista realizzata per il “fu” mensile Dream Team con il coach senese dopo la conquista del terzo scudetto. Il suo cammino era già da record, non poteva ancora sapere fino a che punto.

Pietro

L’IMBATTIBILE

Lo dicono i numeri, che in Italia lo mettono al livello – se non sopra – dei migliori allenatori di sempre. Merito di Siena, certo. Dei giocatori. Di un progetto societario e aziendale importante. Ma merito, soprattutto, di Simone Pianigiani

SIENA – Da ragazzo a uomo. Da progetto a splendida realtà. Da assistente a capo. Il tutto, non muovendosi mai da casa. Simone Pianigiani è un autentico figlio di Siena – con la quale, dice, “ho un rapporto viscerale” – perché è Siena che oggi, dopo anni di paziente attesa e di tanto lavoro, da ragazzo gli ha permesso di diventare uomo, all’interno dell’ambiente di cui voleva far parte.

Oggi, 119 vittorie e 3 scudetti dopo (per quanto concerne il record “italiano”), Pianigiani è semplicemente uno dei migliori allenatori d’Europa – parole e musica di Zelimir Obradovic. “Ovviamente è qualcosa di molto stimolante e gratificante essere arrivato al punto da poter sfidare sul campo allenatori come lui, come Messina e tutti gli altri”, ci dice Pianigiani. Uno che, prima di farsi consegnare le chiavi di casa da parte del presidente Ferdinando Minucci, ha lavorato come assistente per grandi nomi della panchina.

Gente passata da Siena anche per arricchire il bagaglio di esperienze del nostro protagonista, se è vero – come Minucci ha sempre sostenuto – che Pianigiani era un vero e proprio progetto della società. Siena come punto di partenza, quindi. E Siena, finora, anche come punto di arrivo del 40enne allenatore della città del Palio (“Che però non riesco più a seguire, visto che in quei giorni sono sempre preso tra ritiri e altri impegni”): “Paradossalmente ho avuto la possibilità di fare il percorso giusto rimanendo fermo. Restando a Siena in tutti questi anni ho fatto tutte le esperienze possibili: allenare i giovani, reclutarli, fare scouting, vivere il ruolo di assistente ad alto livello [di allenatori come Pancotto, Melillo, Dalmonte, Rusconi, Frates, Ataman e Recalcati, ndr]. Poi il part-time di Carlo [Recalcati] – per i suoi impegni da commissario tecnico della Nazionale – mi ha lasciato più spazio per essere protagonista anche con la prima squadra”. Esperienze importanti.

“Certo, perché facendo l’assistente in un certo senso ‘rubi’ spunti a tutti coloro con cui lavori: e per me uno spunto non è mai una cosa tecnica, ma un insieme di cose. Una parola, una determinata situazione, la gestione di un rapporto. Alla fine noi siamo il frutto della somma delle nostre esperienze, poi è chiaro che ogni allenatore deve avere una sua idea di come vuol fare pallacanestro, deve avere un certo approccio al lavoro, un’etica di allenamento, e le priorità sono sempre molto personali e caratterizzanti. Personalmente mi sento in una situazione privilegiata e cerco di non deludere le aspettative di chi mi considera un allenatore di livello. Arrivare a giocare l’Eurolega è il massimo per la mia professione: poter sfidare gente come Obradovic, Messina, Gershon e tutti gli altri è impagabile”.

Fare l’allenatore è un mestiere “totalizzante”: la leggenda ti vuole addirittura maniacale. Perché?

“Perché penso che sia normale, al di là di tutto. Si va in campo, si cena tardi dopo la gara, si riguarda la partita, si fanno quelle valutazioni che magari – in una serie di playoff – la mattina dopo devi essere pronto a comunicare ai giocatori. È vero, a me il lavoro piace prenderlo in maniera totalizzante, ma non voglio apparire, né io né il mio staff, un maniaco o un ossessionato dal risultato o dalla tattica. Vedo il mestiere di allenatore come qualcosa di artistico, in un certo senso: bisogna abbinare tutta una serie di cose, ci sono mille spunti, occorre fare un lavoro molto creativo. È in questa chiave che mi piace pensare, ad esempio, ai tanti momenti in cui ci siamo ritrovati a lavorare anche a orari non consueti. Non cerchiamo solo particolari tecnici, ma anche la maniera migliore di dare ai giocatori stimoli sempre nuovi, per tenere sempre sollecitata la loro attenzione. Perché questo lavoro sia efficace serve creatività, gente che propone. Mi piace pensare a un laboratorio di idee, in termini molto moderni”.

Alla fine però è il capo allenatore ad avere l’ultima parola, a giocarsi la sua credibilità.

“È normale che il capo allenatore abbia le responsabilità maggiori. Però in tutto questo processo c’è molto entusiasmo da parte di tutti, credo che nello sport serva questo. Noi allenatori dobbiamo creare un sistema nel nostro lavoro, per poterlo fornire ai giocatori, dei quali dobbiamo rispettare il talento e la genialità. Ma il talento, senza un sistema, è fine a se stesso”.

Usiamo una parola che oggi appare un po’ inflazionata: progetto. Avete iniziato la stagione 2006-07 con l’idea di un lavoro su base triennale per ritornare a essere competitivi. Avete esagerato.

“Sì, onestamente credo che un triennio con questo record non sia mai appartenuto a nessuno, e probabilmente non si ripeterà tanto facilmente. Per noi era impossibile ipotizzare tutte queste vittorie. C‘era un programma triennale, con l’idea di tornare il terzo anno in Eurolega e provare a competere per il titolo. Ora, alla prima stagione abbiamo bruciato tutte le tappe, vincendo subito lo scudetto, ma non per questo il progetto si doveva fermare – anzi, necessitava di una nuova spinta. Tre anni sono anche un percorso significativo per fare dei bilanci e capire ora come andare avanti. Sicuramente intorno alla squadra tutti hanno ancora il desiderio di partecipare a un progetto molto coinvolgente, ora si tratta di capire – insieme al presidente Minucci – qual è il modo migliore di dargli continuità”.

Il presidente Minucci, la mattina dopo il titolo [quello del 2009], aveva parlato di due visioni diverse sul futuro della squadra: tu più conservativo, lui – anche per esigenze manageriali – più disposto a fare cambiamenti.

“Ma sostanzialmente eravamo e siamo d’accordo sull’idea generale, che è quella di non ripartire da zero, anche per non disperdere un patrimonio di lavoro fatto. Allo stesso tempo è giusto tener presente una certa progettualità societaria, ma anche immettere nuovi stimoli dentro al gruppo. E poi questi discorsi bisogna farli prendendo in considerazione quello che offre il mercato, le situazioni e le opportunità, intese come scelte che magari si è costretti a dover fare”.

Sempre su questi tre anni, i tuoi primi da head coach. Quali sono i più e i meno per Simone Pianigiani?

“Direi che la quasi totalità è positiva, al di là dei successi ottenuti. Sono stato felice di vedere crescere la squadra e i giocatori con il lavoro, mi ha fatto piacere sentire i miei giocatori rispondere alle sollecitazioni e ho apprezzato moltissimo il fatto di lavorare con un gruppo straordinario, anche dal punto di vista umano. Le cose meno belle, invece, sono legate a certe esasperazioni italiane, a certa stampa che tende più a fare polemica piuttosto che a esaltare le cose positive. Insomma, la constatazione che in generale se fai le cose molto bene vieni considerato più in Europa che in Italia. Qui si vive di astio e discussioni da bar, e invece proprio da questo punto di vista è stata molto bella la finale con Milano, giocata in un contesto civile, con tanta gente venuta a vedere il basket e che è rimasta fino alla fine anche se la squadra di casa ha perso. Un bel segnale”.

Dal tuo privilegiatissimo punto di vista, vedere altre squadre – oggi Milano, ieri Roma e Bologna – essere contente di “vincere lo scudetto degli altri”, considerando il Montepaschi fuori portata, come lo interpreti?

“Prima di tutto dicendo che noi non siamo fuori portata. Tutto quello che siamo ce lo siamo guadagnati con grande fatica, ed è questo che ha fatto la differenza. Noi  abbiamo passato l’estate preoccupandoci della Supercoppa, poi della prima di campionato e poi via via del resto. Gli altri ci prendevano come punto di riferimento, mettendo al centro della discussione il fatto di avvicinarsi al nostro livello. Noi invece non abbiamo mai pensato di avere due, tre o quattro avversarie dirette, ma abbiamo considerato ogni partita come una sfida a sé – ognuna difficile. Detto questo, credo che le squadre che in una stagione arrivano in fondo, fanno una finale e raggiungono ottimi risultati debbano essere contente. Non possiamo continuare ad avere una logica sportiva per cui soltanto chi vince è bravo e gli altri sono dei perdenti. Per vincere o perdere, prima di tutto bisogna essere lì a giocarsela, e non è mai scontato”.

Quello che invece a volte si da per scontato è il vostro lavoro: “Siena è troppo più forte, più ricca, più brava”. Si è arrivati a un punto dove gli scarti plateali con cui  vincete vi danneggiano?

“Questo fatto più che innervosirmi mi dispiace, soprattutto per i miei giocatori, perché non c’è il giusto rispetto per il lavoro che svolgono quotidianamente. Molti di quelli che dicono che oggi per noi è tutto facile tre anni fa non erano convinti del valore di certi giocatori, ragazzi che allora non avevamo mai disputato un playoff di Serie A o giocato un’Eurolega, a 30 anni. Per onestà intellettuale allora si dovrebbe esaltare a dismisura la mia squadra se se la gioca con le big europee pur senza Lavrinovic e Domercant, come di fatto è successo contro il Panathinaikos. Se noi siamo deludenti perché perdiamo contro una squadra che ha 15 giocatori tra i più forti d’Europa, allora il giochino non mi sta più bene”.

Ci sono stati, in questi tre anni, momenti particolarmente significativi all’interno del tuo gruppo?

“Ce ne sono stati tanti, dal punto di vista sia umano che professionale, sia nei colloqui con il gruppo che a livello individuale. Non è giusto renderne pubblico uno piuttosto che un altro, anche perché i rapporti non bisogna mai darli per scontati in un contesto di squadra dove si mettono insieme persone che non si sono mai viste prime e che arrivano da esperienze molto variegate. Basti pensare alla stagione che ha vissuto con noi un ragazzo come Joseph Forte, stagione che non ha replicato né prima né dopo. E poi ci sono gli stimoli che anche i giocatori hanno dato a noi allenatori. È stato un bel percorso, per tutti”.

Rewind. Quando ti hanno detto: ”Sei il coach”. Pensieri?

“Ho pensato che avevo fatto bene negli anni a non accettare proposte per andare via da Siena, rifiutando altre offerte da capo allenatore per aspettare di avere la chance di allenare questa squadra. Comunque fosse andata, ne sarebbe valsa la pena”.

Com’è Simone Pianigiani quando stacca la spina?

“Cerco di vivere comunque il basket a tutto tondo, perché la mia professione include i viaggi, il rapporto con gli altri, le passioni forti. Cerco però di sviluppare anche altro, cerco di ritagliarmi sempre uno spazio prima di dormire per prendere in mano un buon libro, piuttosto che per interessarmi sinceramente alle persone. E come nel mio lavoro cerco di andare sempre ‘dentro’ alle cose, fino in fondo, pensando che il basket sia solo un meraviglioso strumento per conoscere mondi, persone, situazioni diverse e vivere emozioni, che è la cosa importante”.

Curioso, quindi?

“È importante essere aperti a mille stimoli, quando vuoi ottenere il meglio nella tua attività e hai l’esigenza di appassionare e motivare chi ti sta intorno. I miei hobby? Mi piace il cinema importante, quello un po’ noioso [scherza], magari in bianco e nero. Così come la letteratura che viene considerata un po’ più ‘pesante’. Credo che anche nel mio mestiere serva saper leggere anche la terza pagina di un giornale, e la curiosità che cerco di avere credo che sia doverosa. Sono nella vita come nel mio lavoro: non un manager puro… più ‘umanista’, se così si può dire”.

Parlaci del tuo rapporto con la città Siena.

“Ogni senese è legato visceralmente alla sua città, per mille motivi. Io paradossalmente, facendo questo lavoro, la vivo meno e così il mio rapporto con Siena è quello di chi vorrebbe riappropriarsi un po’ di più di questa città. Oggi è questo il mio obiettivo a livello personale, proprio il contrario di quando si è giovani e si investono energie per crescere in fretta. Siena è magica da vivere nella sua totalità: mi piacerebbe fare delle vere e proprie vacanze nella mia città, poter scegliere un buon ristorante in collina, passeggiare in centro, prendere un caffè all’aperto, andare in contrada [lui è della Lupa, ndr]”.

Per chiudere: il sogno di Siena, e immaginiamo anche il tuo, è vincere l’Eurolega. Faresti un ‘voto’ pur di arrivarci?

“Onestamente no, la scaramanzia non mi appartiene. Divento matto quando non proviamo a fare il massimo per vincere, ma essere ossessionati dalla vittoria è il modo perfetto per non arrivarci mai”.

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Accetto la “sconfitta”. Siena, complimenti

Non ero molto fiducioso che Milano riaprisse la finale scudetto di basket in gara-5 a Siena.

Avevo pronosticato una vittoria dell’EA7 in questa finale scudetto, con un 4-2. A posteriori un pronostico assurdo, ma mi ero lasciato convincere da una squadra non perfetta ma composta da numerosi giocatori forti, un allenatore esperto, reduce da tantissime vittorie consecutive (in mezzo un unico k.o. a Pesaro) e, sì confesso, mi ero lasciato convincere che la carta d’identità di molti giocatori di Siena avrebbe avuto un peso specifico maggiore rispetto alla loro qualità. Ho sbagliato, sono sportivo e riconosco i meriti di chi “mi” ha battuto.

Siena, dunque. Non ho molto da dire sul basket mostrato dalla Montepaschi Siena in questa stagione o in questa serie: certamente questa è stata la stagione con meno continuità e forse anche con meno qualità rispetto alle cinque precedenti, ma ha dimostrato di essere comunque al di sopra degli altri. Cantù non ce l’ha fatta anche perché ha perso troppi pezzi, Milano perché – questa è una mia teoria – forse dovrebbe iniziare a dire quello che pensa davvero: questa società vuole (giustamente) vincere appena possibile, vuole (giustamente) avere un peso politico maggiore, vuole (giustamente) prendere il posto di chi c’è stato finora.

Invece ci ha detto sempre e “solo” che l’importante è crescere, che agisce per il solo senso di responsabilità nei confronti della pallacanestro italiana, mentre il terzo punto sarebbe una conseguenza dei primi due. Vabbè. Io penso che Milano volesse vincere dal primo giorno, ma ha sbagliato le modalità (con riferimento al triennio precedente). Penso che volesse vincere anche dal primo giorno di questa stagione, che identifico con la presentazione ufficiale di Sergio Scariolo. Altrimenti non avrebbe messo su una squadra pescando uomini importanti dai migliori club europei. Mi è sembrato, insomma, di vedere eccessivo leziosismo. Come quelli che non pronunciano la parola scudetto, come se fosse brutto – nello sport – dichiarare di voler vincere.

Lasciamo chi ha perso e andiamo da chi ha vinto. Siena è più forte, e in una serie così lunga non si vince per gli arbitri o per la politica (frase rubata da una recente conversazione), almeno questo è il mio pensiero. Non si vincono sei scudetti consecutivi per esclusivi demeriti altrui. Non si vincono sei scudetti consecutivi se non si ha dentro qualcosa di importante. Non ho sempre condiviso l’atteggiamento di Siena, che purtroppo per lei non è mai stata la squadra di tutti gli italiani ma “solo” la squadra della sua città, vivendo qualsiasi cosa fosse all’esterno come un elemento avverso, da sconfiggere.

Ho sincera stima per chi ha costruito questa società, per chi l’ha gestita, per chi ha allenato questa squadra e ci ha lavorato intorno. Mi spiace che nel corso di queste ultime stagioni si sia (come insieme) dialogato poco con questa realtà. Sono scelte: Siena s’è goduta per sé la Mens Sana, e la Mens Sana si è goduta Siena. In fondo, questo estremo senso di appartenenza è stata la forza principale di questo club.

Non ne ho sempre condiviso nemmeno le scelte tecniche, ma chi sono io per parlare di fronte a quest’orgia di titoli e alle eccellenti partecipazioni all’Eurolega (con due Final Four conquistate in questo arco di stagioni)? A sentire le parole di Stonerook e Pianigiani, ho avuto la netta sensazione che sancissero l’ufficialità della fine di questa “belle époque” biancoverde. Vedere l’abbraccio tra il capitano e l’allenatore mi ha emozionato. Perché se sei appassionato di sport e questa scena non ti commuove allora non voglio sapere di che sport tu stia parlando.

Quello che meglio riassume questi sei anni, forse, ce lo ha detto Nikos Zisis, favoloso giocatore che dovrebbe aver giocato la sua ultima partita a Siena: “Parlare è facile, fare è difficile“. Siena ha fatto. Tanto. E quindi si merita, se non un applauso o un abbraccio, almeno una stretta di mano dai tifosi più astiosi.

Pietro

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Qualche curiosità sul confronto Siena-Milano per #imieiplayoff

In attesa della serie finale dei playoff del campionato italiano di basket (QUI il calendario) tra i detentori della Montepaschi Siena, campioni d’Italia dal 2007 a oggi, e l’EA7 Emporio Armani Milano, vi propongo qualche curiosità statistica.

– Prima delle due trasferte a Pesaro (in cui ha segnato 77 e 73 punti), Milano aveva realizzato 87.6 punti di media nelle 10 gare precedenti (tutte vinte, all’interno della striscia di 13).

– Siena, tra regular season e playoff, ha tentato almeno 20 triple in 21 gare, Milano in 27. In 3 circostanze Milano ha tirato almeno 30 volte da fuori, Siena nessuna.

– Dalla 2a giornata di ritorno (cioé dopo la serie di 4 sconfitte consecutive) il record di Milano è 18-4, quello di Siena 17-5.

– Siena è riuscita a stare 7 volte sotto le 10 palle perse (media 13.1), Milano una sola (8 a Casale Monferrato, media 16.5).

– Siena ha tirato da 3 con almeno il 40% in 22 partite, Milano in 14.

Nelle ultime 6 partite Milano ha tirato i tiri liberi con l’82.5% a fronte di una media stagionale del 74.4%. Nello stesso arco di gare Siena ha tirato con il 76.6% dalla lunetta, ma subito prima aveva confezionato uno straordinario 31/32 in gara-1 contro Varese.

– Nei due confronti di regular season, Milano ha tirato lo stesso numero di volte da due (36) e da tre (24).

– Sempre in queste due sfide, Shaun Stonerook non ha segnato nessun punto in un totale di 57 minuti giocati, chiudendo con 0/5 da tre.

– In questa stagione Siena è andata per 4 volte oltre quota 100 punti (senza bisogno di supplementari), Milano mai.

– Il playmaker di Milano Omar Cook ha realizzato almeno una tripla in 20 delle ultime 21 partite (manca solo gara-1 dei playoff contro Venezia): tra queste, per 6 volte ha chiuso con tre triple a segno, una con quattro, una con cinque.

Pietro

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