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Former Kansas @keith_langford wants a Union for US #basketball players in Europe

Keith Langford is now playing with EA7 Emporio Armani Milan (Italy, Euroleague), one of the most important teams in European basketball history and owned by Giorgio Armani: his name speaks for itself.

In today’s edition of the most renowned Italian sports newspaper, La Gazzetta dello Sport, you can find my interview with Langford claiming the need of a Players Union for the US ballers that “take their talents” to Europe.

The interview is following three tweets from Langford about his brother Kevin’s issues with former team in Greece.

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Here what Keith had to say:

Tell me about your tweets, and you idea.

“I spent my summer keeping up with the game, reading Twitter and online. It started with my brother, but I’ve just seen there are a lot of issues with players and clubs. It was frustrating to hear that, then I start tweeting about it”.

Did you start working on it?

“I’ve started to work with Linton Johnson [Sassari], we’re trying to understand how to run a Union in order to help other players. It’s important that a guy that’s not having trouble, that is playing for the right team to say something. If the guys on top don’t speak up, nothing can never happen”.

What the next steps will be?

“Linton is in touch with Billy Hunter, the former NBPA president, to get informations. We’ll talk and we’ll meet with him. We know that we have to talk with European leagues and organizations and FIBA, but before getting there we have to be ready”.

How do you rate the agents’ role in this business?

“There are good agents and bad agents. Their job is to put their clients in the best situation possible, but I don’t think the agents’ role really concerns this situation. I think that the most important thing is that American guys get together and try to form something in order to protect all of us”.

Are you satisfied about the level of the cooperation between American and European agents?

“No, I’m not. There are agents that only work for their commission, and they’re not doing their job properly following their client’s career step by step. Me, Johnson and other players with our experience have to get together to fill a gap. Many times even the big American agencies are sending their players without even know where they are going”.

American players often say “I play overseas”. But Europe is not the same everywhere…

“Overseas means nothing. The countries and the clubs are so different. Americans need a platform to prepare them before coming to Europe. There are guys that don’t even know how to call home, almost 100% ignores the FIBA rules. I’ve read a story about Pierre Jackson, who had a great NCAA career but left Villeurbanne because he was homesick. If we could have helped him, maybe he could have saved his contract”.

What a “typical” American player know about Europe before coming here?

“You can do a couple of things, most of the time: Google and check the team’s site. The typical case, when you say to your family that you’re going to play in Europe, they don’t even know where is it. Your relatives and your friends can’t understand where are you and how things are going until they come over here to see you. For them it doesn’t matter if you play in Cremona or Milan, in Portugal or Barcelona. You’re just far from home”.

What can you concretely do?

“Why don’t we make something similar to the NBA Rookie Transition Program? We could organize meetings, classes and other things to let guys understand where they are going, the lifestyle and how to fit in. It takes months to feel comfortable in another country, but you have to be 100% focused on basketball too”.

Any other issues?

“One example is the LOC (Letter of Clearance). I can understand that a club can be in trouble, but if you’re not getting your money and you have the chance to play somewhere else, and provide to your family, it has to be easier to do it. Then, the season length is another issue: It’s 10 months potentially, I think it’s too much. None of this is meant to be controversial, just to make everyones experiences more enjoyable”.

Will you meet the GIBA [the Italian players union], too?

“Of course we will. GIBA has always been great with us. Mason Rocca took care of this in the past, but this organization only works on the Italian League. What I want to do is something that can help everybody in Europe”.

Pietro

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[#siamoquesti colpisce ancora] Grazie per lo spunto a @fabrianobasket e @theoriginalpoz

Ho letto una bella intervista a Gianmarco Pozzecco fatta da Stefano Valenti, sul sito della Lega Nazionale Pallacanestro. Ci sono alcuni passaggi che ritengo collegabili al pensiero espresso precedentemente in merito all’utilizzo dei giocatori italiani nei nostri campionati.

Dice coach (importante sottolinearlo) Pozzecco.

Su Di Bella che scende di categoria.

“Di Bella ha salvato Montegranaro. E’ gente che non gioca in A perché ci sono 5 stranieri che, in dollari, guadagnano meno. Non perché sono più forti”.

Su come vengono utilizzati i giocatori italiani.

“La differenza non la fanno i minuti giocati, ma il tipo di palloni che passa nelle loro mani. A Varese, Andrea Meneghin veniva prima degli stranieri. Oggi non accade più. Oggi solo Hackett ha questa considerazione, meritata. La quarta opzione di un attacco non saprà mai cos’è la pressione. E non farà mai quel salto di qualità. Qui l’italiano è la terza opzione. A volte anche la seconda. E vogliono viverla”.

E poi, attenzione, sui giovani. Lui ne ha, a Capo d’Orlando.

“Non so quanto giocherà Cefarelli. Come Laquintana o Ciribeni. Però hanno un ruolo. Avessi avuto sei visti, avrebbero chiuso il roster. Ma io dico che quelli dell’Under 20 dovrebbero giocare in A, non da noi. Però in questo Paese non s’avverte la necessità di interessarsi dei giovani, piace di più l’americano di 24 anni”.

Sul punto uno: sembra tutto chiarissimo. Se ci sono società di Serie A che iniziano il mercato dicendo di avere a disposizione un budget di 300.000 euro per la squadra, se abbiamo avuto una finalista scudetto con un milione di euro per la squadra, che ci si rivolga a giocatori meno costosi anche indipendentemente dal valore è appena ovvio.

Tutto ciò è evidentemente figlio di un sistema che annaspa, dove per troppo tempo si è scelto di abbassare l’asticella anziché tenerla dove avrebbe dovuto stare. A furia di abbassarla, ora si rade il suolo. A pagarne il conto sono gli atleti. Si può giocare una finale scudetto e non arrivare a 40 mila euro di ingaggio? Sì. Ma è giusto? Assolutamente no.

La vita dello sportivo è breve, bisogna ricordarselo. E se possono suonare scandalosi certi ingaggi che appartengono ad altri sport (o agli sport americani), di sicuro devono suonare scandalosi casi come questo. La Serie A è il massimo. E quando si arriva al massimo si deve poter ambire a guadagnare molto, specie se si richiede un livello di investimento personale e di efficienza molto elevato. Vale per tutte le professioni.

Sul punto due: su questo Poz ha ragione in gran parte (perché abbiamo già visto che per diversi giocatori non è così, la considerazione nei club ce l’hanno). L’esperienza non è allenarsi con gli americani e guardarli dalla panchina. L’esperienza non si fa a 22-23 anni. A quell’età sei già un giocatore, oppure no. L’esperienza è superare la strizza di avere in mano il pallone che vale la partita. E averlo il prima possibile, per superarla prima possibile, e per essere determinante in più partite possibili.

Poi, intendiamoci, avere il pallone in mano non significa solo tirarlo. Significa averlo nelle azioni decisive, anche per passarlo, per non perderlo sotto pressione, per tenerlo quando l’avversario ti carica come una sveglia e cercare di segnare subendo fallo. Cose che si devono imparare presto.

Per restare a Pozzecco, la prima stagione tra i professionisti in doppia cifra per punti è quella con la Baker Livorno: 10.7 in 18.1 minuti, a 21 anni. Ma se non ne avesse giocati 10.3 a partita già nel 1991-92 con la Rex Udine, forse non li avrebbe fatti. E oggi, mi ripeto, l’aspetto fisico/atletico è decisamente più importante di quanto non lo fosse allora. Serve gente che salti, che corra E che sappia tenere la palla in mano. Per segnare, palleggiare o passare. Di sicuro per non perderlo.

Sul punto tre: eh, ma allora? Se anche la squadra allenata da Gianmarco Pozzecco, medaglia d’argento olimpica, icona della nostra pallacanestro, fa questo (legittimo) ragionamento, da quale parte deve arrivare l’inversione di rotta? Poi è chiaro che la risposta al punto tre è contenuta in parte nel punto uno.

Molti stranieri costano poco, o accettano meno di alcuni italiani. Facile, ci sono molti più giocatori stranieri e le squadre sono sempre quelle. Le fette della torta sempre più sottili. Altrimenti detto, il mercato è spesso saturo. Quindi è chiaro che bisogna accettare questa concorrenza, se si vuole ragionare a livello economico.

Oppure, l’alternativa esiste, si fa con meno giocatori, da intendersi anche come cambiarne meno nell’arco di una stagione. Investendo su quelli che costano magari di più, ma che possono renderti anche di più sul medio-lungo periodo. Per fare questo, occorre anche saper accettare un concetto molto semplice: le scommesse sono belle perché si possono anche perdere. O, se preferite, vincere più tardi.

Pietro

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PER DISCUTERE: Riflessioni, dopo la sirena, sul perché #siamoquesti

Nel periodo delle vittorie, durante la prima fase di Eurobasket per intenderci, è tornato di moda il refrain che vuole i nostri giocatori come poveri agnellini indifesi sacrificati per far giocare americani scarsi (o serbi, croati, sloveni, estoni, passaportati, fate voi).

Questo non è del tutto vero, anzi. Nel caso della Nazionale è assolutamente falso.

Il minutaggio complessivo belle gare giocate in Serie A (regular season+playoff) e NBA (regular season) dai giocatori della Nazionale. La media è 24.5.

– Aradori 26.1
– Gentile 23.5
– Rosselli 21.5
– Vitali 28.0
– Poeta 26.2
– Melli 17.6
– Belinelli 25.8
– Diener 33.9
– Cusin 14.6
– Datome 33.2
– Magro 10.9
– Cinciarini 32.8

I playmaker (Cinciarini 32.8, Diener 33.9, Poeta 26.2) sono quelli che mediamente hanno giocato di più. Vitali è un giocatore atipico, si può considerare playmaker: 28.0 minuti di media a Cremona.

Tra gli esterni, Gentile ha giocato 23.5 di media superando molti infortuni in una squadra dove aveva la concorrenza di Keith Langford e Malik Hairston. Aradori è stato un giocatore determinante per Cantù, con i suoi 26.1 minuti. Rosselli (21.5) ha dato un contributo di sostanza a Venezia, ma ovviamente non è un giocatore che ha nel suo passato l’altissimo livello, tantomeno europeo. E Belinelli ha giocato 25.8 minuti a partita nella NBA in una squadra da playoff.

I lunghi, in questa Nazionale, erano i giocatori numericamente più scarsi e quelli col minutaggio più ridotto. Melli era il cambio di Antonis Fotsis a Milano (17.6 minuti), anche se spesso veniva impiegato insieme al greco. Cusin ha chiuso con soli 14.6 minuti, ma è partito ininterrottamente in quintetto per le prime 18 giornate di Serie A. Poi ha avuto un calo. Magro, con i suoi 10.9 minuti, era il cambio del centro a Venezia, squadra non certo di vertice, e a questo livello è difficile da collocare.

Poi, non va dimenticato, ci sono gli assenti (media 24.7): Hackett (25.7), Gigli (27.2), Polonara (20.5), Mancinelli (14.0) e i due NBA Bargnani (28.7), Gallinari (32.5).

Giocare sotto ai 25 minuti di media non è un delitto. Nell’ultimo campionato solamente 26 giocatori hanno avuto una media di almeno 30 minuti in campo. Tra loro ci sono Travis Diener (2° con 33.9), Gigi Datome (5° con 33.1), Andrea Cinciarini (8° con 32.8), il fratello Daniele Cinciarini (9° con 32.3). Poi solo stranieri.

Questi numeri vogliono dire che è vero l’esatto contrario della tesi iniziale, e cioè che non è vero che gli italiani sono snobbati? No, non per forza. Ma vuol dire che quelli che possono giocare, giocano. Il problema si pone in precedenza. Per acquisire esperienza, per essere competitivi, devono giocare prima.

L’esempio di Datome è emblematico. Siena lo ha avuto per diverse stagioni, ma non ha mai giocato. Era giovane, vero, ma il talento lo si vedeva. Tecnico e atletico. E Siena era già una squadra molto forte, che poteva permettersi di dargli dei minuti, e non l’ha fatto.

Non è un’accusa a Siena, è una constatazione. I giocatori italiani giovani giocano poco, e questo perché molto spesso sono gli stessi allenatori a non ritenerli pronti. Spesso, peraltro, non lo sono davvero. Ma se non iniziano a giocare non lo saranno mai.

Milano ha due giocatori in Nazionale, di 21 e 22 anni. Bene. Gentile e Melli hanno storie diverse, avranno futuri diversi, e hanno avuto gestioni diverse. Comunque sia è importante (non solo per Milano) che questi ragazzi giochino partite importanti, che giochino l’Eurolega. Cantù ha fatto assaggiare l’Eurolega a Cinciarini nel 2011-12, a Cusin nell’ultima stagione, mentre Aradori l’aveva già fatto a Siena. Assaggiato solo, perché Pietro in Toscana non giocava molto, peraltro nella squadra del c.t. azzurro.

Quindi si pone un altro problema. Sull’esperienza l’abbiamo capito. Ma ci si mette in testa che questi ragazzi devono lavorare molto di più in tenera età soprattutto a livello fisico? A volte il confronto con altre nazionali giovanili di paesi con meno storia cestistica è impietoso. E anche a livello tecnico. Devono saper palleggiare, devono fare canestro quando tirano da liberi, devono avere almeno un movimento spalle a canestro, parlando solo di attacco. Sembrano cose scontate, non lo sono.

L’altro problema, allora, è proprio la qualità. I nostri giocatori hanno mercato all’estero? Sì? No? Questa per me è una domanda importante. Se sì, perché non ci vanno? In Italia molti club hanno problemi, fanno appelli, mancano i soldi, e si dice che gli stranieri sono favoriti. E allora perché restare? Per la maglia? Per un posto? Se invece non sono ricercati, perché? Non sono ritenuti di livello? Chiedono troppo?

Ad ogni modo, abbiamo diversi buoni giocatori che però hanno espresso (insieme alle loro qualità) molti limiti, in un contesto europeo. Limiti noti, limiti che hanno fatto dire a Pianigiani “Questi siamo” o #siamoquesti, come da hashtag.

Non sono 6 vittorie e 5 sconfitte che mi fanno cambiare opinione. Il basket italiano vive molti problemi. Mancano strutture dove allenarsi, soprattutto. Nei club professionistici (ma anche quelli “dilettantistici”, per modo di dire) dovrebbe essere la norma avere strutture adeguate a quello che OGGI significa competere nello sport professionistico. Sarà anche bella la retorica delle società-famiglia, delle nozze coi fichi secchi, e cose del genere.

La realtà è che bisogna adeguarsi a un mondo che è cambiato, e bisogna farlo in fretta. Le sconfitte in serie nella fase decisiva degli Europei hanno dimostrato, a mio avviso, che i giocatori italiani ci mettono quello che hanno. Ma quello che hanno non basta per sopperire alle tante, troppe problematiche che abbiamo.

Poi, 6 vittorie e 5 sconfitte non bastano per dimenticare cos’era la Nazionale al Torneo Acropolis ad agosto, non bastano per far dire al presidente Petrucci che il basket italiano tira e sta benone. Non è così, detto col dovuto rispetto.

Alessandro Gentile, classe 1992, in una intervista mi ha detto: “Il basket italiano si sta avviando verso la sua fine”. Ripeto, classe 1992. La vede dal campo, con meno fronzoli, non sempre sono d’accordo con lui ma ne rispetto l’essere schietto. E se la vede così un ragazzo destinato a vivere una grande carriera, che gioca in uno dei club più affidabili al mondo a livello economico, io mi farei venire almeno il dubbio che possa aver detto una cosa importante.

Pietro

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Sulla Nazionale di basket (Servirebbero troppe righe sui giornali)

Senza Bargnani viene a mancare quello che sarebbe stato il principale terminale offensivo della squadra, l’uomo che con la sua mano d’oro avrebbe potuto garantire punti e soprattutto attenzioni particolari dalle difese altrui, in grado di liberare spazio per i compagni. Sotto canestro restano Marco Cusin, Angelo Gigli, Nicolò Melli e Stefano Mancinelli con Datome pronto ad agire da “4 tattico” (come peraltro si può considerare lo stesso Mancinelli).

Poco, troppo poco ad altissimo livello in termini soprattutto di quella densità fisica necessaria per limitare i colossi alla Maciej Lampe e Marcin Gortat (per ricordare solo gli ultimi avversari, i polacchi, che potevano contare anche su un prospetto di valore come Karnowski da centro).

E oltre alle mancanze difensive mancano giocatori con mani forti per ricevere dopo aver preso posizione profonda spalle a canestro, per generare così aiuti difensivi, scarichi comodi per i tiratori, e costringere gli avversari a spendere tanti falli.

Senza questa opzione, l’essenza del gioco offensivo è legata mani e piedi alla creatività degli esterni. Diener, certo, ma anche il neo-Spurs Marco Belinelli, Alessandro Gentile e Pietro Aradori. Realizzatori che andrebbero innescati nelle loro posizioni di campo preferite, cioé a media distanza, e che invece soffrono della mancanza di una circolazione fluida, di lunghi in grado di portare blocchi duri per loro e che vedono gli spazi a disposizione diminuire in maniera esponenziale quando le percentuali nel tiro da fuori calano.

Insomma, i problemi tecnici sono tanti. O, per dirla alla Pianigiani, questi siamo.

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My #Springsteen experience [sorry for my English, Bruce]

I wish I were an English native to write this piece properly.

I work as a sports writer, love basketball, boxing is my hobby. And Bruce Springsteen is there, whatever I do.

As a writer, I found in his songs the best stories I could ever dream to write by myself.

As a basketball fan, I found the essence of what a franchise player should act on and off the court.

As a boxing novice, anytime I step in the ring, or jumping the rope, I remember that “stay hard, stay hungry, stay alive if you can” line from “This Hard Land”, arguably my favorite song for several reasons. It reminds me a lot of my hometown in Sicily, where there are too much of seeds that nobody know what happened to. That transformed one of the most beautiful places of this world in a very “hard land” to live, to believe, to fight for.

I would love to be good the half as Bruce is in telling and sharing stories that can represent anyone everywhere in the world. Just a few, simple pics of common daylife that everybody has to deal with, no matter how rich, how good you are. We’re just fighting the same fight: be good men, good brothers, good parents, no matter where and when our journey starts.

We just think about doing good what WE can control on a daily basis. It’s about making our part in our own history. It’s about not giving anybody else the chance to decide our final destination.

As a basketball player, Springsteen should be a perfect point guard: it’s all about making the right decision, calling the right play, making sure that everybody in your team feels comfortable with his role and making the crowd believe that you are in control. Bruce does it everytime and everywhere he goes, and for those who remember the amazing performance he made in Florence [We should remember it as the”Who Can Stop the Rain” night, my “brothers” Gianmaria and Massimo were there] you know that he will never give up until his job is done. And his job is actually to make people feel good, feel better, feel proud of what they are.

I don’t know if he would agree with my interpretation of what the Bruce Springsteen nights mean to me. But I do think that there’s not only one Springsteen for everybody. He just found a common language to talk about our stories, that are very different and very similar at the same time. That’s why everybody has his/her songs, concerts, performances and memories.

Today I feel blessed because I actually found the way to share my Springsteen feelings in Milan with my favorite friends and the girl I love. Then I made it in Paris with my brother, in his very first Bruce Springsteen concert appearence.

Today, I just feel proud and happy. That’s the sense of being here, I guess. See you in Rome, everybody.

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Waiting 4 London: My 1st Euroleague TV season review

My feelings (and “awards”) about my work on Euroleague Basketball Magazine (you can find it on Youtube, also check Euroleague.tv).

Things I’ve seen, people I’ve met, thoughts I’ve had.

Enjoy!

Best game attended: Olympiacos Piraeus-Anadolu Efes Istanbul (Playoffs, Game-5)

Not only because of the atmosphere at Peace and Friendship Stadium. Not only because the game was the most important of the season for both teams. It was, in fact, a great basketball game. Anadolu Efes put up a great showing for 25 minutes, then Olympiacos came back strong to finally win it. It was a shame to see Jordan Farmar sitting on the bench because of an injury, missing the last quarter. The game missed some fashion and great quality without him (and, of course, the Turkish side missed his talent).

Honorable Mention: BC Khimki-Olympiacos Piraeus

Khimki has been one of my favorite teams throughout the season. I watched a lot of their games during 2011-12 Eurocup victorious campaign as a commentator with Eurosport Italy, and I was curious to see them in Euroleague. I was not disappointed with the quality of their game, which was brilliant in terms of team identity, chemistry, execution and ability to read the game. They brought all those things to the table when the defending champions Olympiacos visited them in Top 16. And the Greek team answered with a marvelous second half, using their pick and roll play with intelligence and adapting their defense to stop bleeding in the paint, overcoming a 13 points game to force Khimki to their first home defeat in three years in the European cups. Just marvelous.

Best trip: Moscow, Russia

It was my first time in Russia. And it was a great way to celebrate that watching two top level Euroleague games (CSKA-Panathinaikos & Khimki-Olympiacos). I didn’t had time for sightseeing, just a little walk in the Red Square and a couple of coffees. However, it was great to sit down with 16 great players (4 for each team) and get a inside look on their team’s life (especially those that were traveling), spending almost a week there.

Best Interview: Vassilis Spanoulis (Olympiacos Piraeus)

When I sat down with him (we were in Russia at Olympiacos’ hotel, during a Top 16 trip) I felt that Vassilis really understands who he is. A big time player and an important personality for his club and the sports we all love in his country. He was concrete, lucid and pleasant to listen. In fact, I had the same feeling when I spoke with him a few minutes after the regular season victory in Milan (where the home fans rewarded him with a standing ovation) and also in other post game interviews (after the game in Khimki and after Game-5 against Anadolu Efes). He knows that talking to the media is a part of his work and he does it with style. It’s a true pleasure, as a journalist.

Best post game interview: Heiko Schaffartzik (Alba Berlin) after the game vs. Brose Baskets Bamberg

Quote: “We never got down in any way and when we received a punch we gave them two back in their face. And that is what made the difference today”.

My All-Interview 1st Team

Vassilis Spanoulis (Olympiacos Piraeus)

Quote about his work behind-the-scene to get ready for each game: “It is mental preparation, self-criticism, watching lots of videos of yourself because when you watch videos you face the truth, because if you don’t see it you could say that a moment in a game was not your mistake but someone else’s mistake. But when you see the video you see what is real. Of course you need character to pass difficult situations because in the end who is more mentally strong will take the titles”.

Roko Ukic (Panathinaikos Athens)

Quote about playing with Panathinaikos: “It is better to be the host than the guest in that gym [OAKA] and the fans give us support and they support us even when we lose. All that feeling is great even when you see all the flags up on the roof and you feel you are part of something important and that really makes you feel special”.

Kelvin Rivers (BC Khimki Moscow Region)

Quote about his role with Khimki: “To be honest with you I have completely no idea what my role is. I just fit in where I can you know. Whatever is needed whether it is to go and play defense or at times just try to take over when it is needed. I do what I know I can do and I do not do anything I am capable of doing”.

Andy Panko (Unicaja Malaga)

Quote about his Panathinaikos’ stint: “I always wanted to play in Spain, even in the summer, I told my agent that my priority was to play in Spain but when Panathinaikos came, I mean I got to be stupid to pass that up so it was a great opportunity for me to play for one of the best teams in the history of basketball”.

Ioannis Bourousis (EA7 Emporio Armani Milan)

Quote about his life in Italy: “Of course I like my Greek philosophy but Italian life is a lot easier. It is more relaxed. You know Italy. ‘Vai tranquillo!’ [in Italian], you know Italia!”

Coach: Rimas Kurtinaitis (BC Khimki Moscow Region)

Quote about the clutch-time decisions: “I don’t want to tell that those decisions are right, but they’re happy. I don’t know how to explain that, it’s just a feeling coming from inside. I do a lot of things just by feeling, as a former player. if you ask me why I made a substitution or why I call a play, sometimes I have no answer. I just feel we must do what I feel”.

My All-Interview 2nd Team

Marko Popovic (Zalgiris Kaunas)

Quote about his father playing basketball: “I remember him [his father] playing very well because my mum took me to my first game when I was three months old and since I walked into the gym at that time I have never left it. Basketball is basically in my blood”.

Earl Calloway (Unicaja Malaga)

Quote about his life in Malaga: “It’s very relaxing. Everything shuts down from two to five and they just go and enjoy life so that is pretty interesting. There is no stopping in America. A thirty-minute break and you are good to go”.

Rimantas Kaukenas (Zalgiris Kaunas)

Quote about a funny anecdote when he played in Israel: “A few times when I played in Israel there were some funny things because some people thought I was Dolph Lundgren! If I walked outside in the mall in Tel Aviv, people sometimes came to me asking ‘Are you Dolph Lundgren?’ [smiles]”.

CJ Wallace (FC Barcelona Regal)

Quote about a funny moment during a waiting in the airport when he was playing in Capo d’Orlando, Italy: “We had to keep ourselves entertained, we were a small team in Italy, you know we couldn’t buy fancy iPads and stuff like that so we played hide and seek and it wasn’t a very big airport so there weren’t a lot of places to hide and there was a store kind of near the base…and while the guy was counting I went in there and put on a helmet and had a bag and just kind of stood in the window for a little while. The lady that was working in the store was very nice, she let me get away with it but no-one found me for like 15 or 20 minutes and I won!”.

Kresimir Loncar (BC Khimki) 

Quote about playing in Russia: “I have been here for a long time and I can speak Russian but it is not easy for a European player to come to Russia. I think that the players who come here in the first year can see that this is an unbelievable city. It is cold but it is cold in other European cities as well. If you want nice weather then you go for the summer to Ibiza”.

Pietro

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Milano città dello sport. O anche no

Il Milan si presenta con una delle peggiori squadre degli ultimi vent’anni, ma spacciando di aver “scelto” la politica dei giovani.

L’Inter di Stramaccioni rimarrà nella storia per essere stata la prima squadra italiana a vincere nel nuovo stadio della Juventus. E di questo si accontenta, perché il resto non si guarda (o non si vede, come Sneijder).

L’EA7 Emporio Armani Milano vanta una serie di cinque vittorie esterne in campionato (contro le ultime, Siena a parte) ma anche di cinque sconfitte di fila in casa (contro le migliori, Siena a parte, ma non solo).

Probabilmente si tratta di una delle peggiori stagioni di sempre nel rapporto tra prestazioni (più che risultati) e attenzioni mediatiche ricevute (anche la mia).

Roba che ci si ritrova a provare nostalgia per il gol di Contra nel derby, le stecche da fuori di Wim Jonk o il collo taurino di Josh Sankes: quando ci si divertiva con poco.

Sport “minori”, a voi: è la vostra grande occasione.

Pietro

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La meteora J.D.

L’inglese Mark Deeks, che gestisce il sito ShamSports.com, ha buttato giù una lista di giocatori che potrebbero prossimamente essere l’oggetto di un “call-up”: quelli, cioè, che stanno facendo molto bene nella D-League e potrebbero essere chiamati da qualche franchigia NBA.

Tra i nomi proposti ce n’è uno che riguarda da vicino l’EA7 Emporio Armani Milano: trattasi di Justin Dentmon, apparso sul finire della scorsa stagione quando si infortunò J.R. Bremer.

Lo si vide in campo soltanto nella serie di playoff contro Venezia: segnò 11 punti in 20 minuti (con 3 assist, 2 rimbalzi e 3 perse) in gara-1, per poi mettere insieme altri 2 punti, 1 assist e 2 rimbalzi in 17 minuti complessivi nelle successive due partite.

Arrivò in condizioni fisiche non ottimali, ma in tanti si domandarono cosa sapesse fare questo ragazzo.

Ecco la spiegazione, o almeno quella di Deeks, che ha inserito Dentmon tra le point guard più interessanti.

Justin Dentmon – 19.7 ppg, 4.0 apg, 5.0 rpg: Uno che non si vergogna a fare canestro, Dentmon è il miglior marcatore della squadra con il secondo miglior attacco della D-League [gli Austin Toros, ndr]. Anche lui ha avuto qualche possibilità nella NBA in diverse occasioni [Toronto per 4 partite e San Antonio per 2, ndr], grazie alla qualità del suo tiro (43.2% da fuori in carriera nella D-League) e alla sua capacità di crearselo. Tuttavia, per poter avere una possibilità di essere qualcosa di più di un giocatore marginale nella Lega, deve avere la stessa fortuna di un Eddie House [l’annosa questione del trovarsi al posto giusto nel momento giusto, ndr].

Pietro

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Queste dichiarazioni mi piacciono un sacco @Angelicobiella

L’Angelico Biella gioca nel campionato di Serie A di basket, è penultima in classifica con 6 punti in 12 giornate, è reduce da due ripassate prese da Cantù e – soprattutto – Brindisi.

Queste sono le parole di Marco Atripaldi, general manager della società, sull’allenatore Massimo Cancellieri, che è una persona garbata e seria.

“Capitolo allenatore: Cancellieri è un bravo allenatore, con la fiducia della Società e dello spogliatoio: chiunque venisse al suo posto chiederebbe di cambiare tre giocatori; proviamo invece a cambiare la squadra insieme a lui perchè se lo merita visto che ha a cuore questo Club, visto che lavora come un matto e visto che in tre anni non ha mai chiesto un giocatore in più, nemmeno l’anno scorso, quando raggiungere i playoff sarebbe stato magari utile per la sua carriera e in questa stagione ha accettato di allenare un gruppo pieno di scommesse e sta tuttora provando a farlo funzionare nonostante le evidenti difficoltà. Perchè credo che sia una questione di serietà e questa è una Società seria. In ogni caso Cancellieri non è mai stato messo in discussione. Né da me, né dal Presidente”.

Le ho riproposte perchè, credo, contengono diversi messaggi positivi. Da imitare.

Augurando a Biella, ad Atripaldi e a Cancellieri, di fare i passi avanti che gli serviranno per continuare a giocare nel massimo campionato.

Pietro

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Vi piacerebbe un All-Star Game di @Euroleague?

Idea folle? Stupida? Bella? Inutile? Sfiziosa?

Ditemi.

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