La musica e la macchina

Unicorn

Dovessi indicare una playlist ideale, saprei cosa scegliere.

Dovessi indicare la mia canzone preferita, anche.

La mia voce maschile preferita. Quella femminile. And so on…

C’è una cosa che però disturba e differisce da tutto questo e che non è mai uguale.

Si tratta della musica che ascolto, e che probabilmente ascoltiamo, durante i nostri viaggi solitari in macchina.

Che sia per lavoro, spesso, per piacere o per qualsiasi altra ragione, metti la cintura, giri le chiavi della tua auto, accendi la radio.

Sono in vita da un tempo sufficiente per ricordarmi di quelle con le cassette, che dopo aver parcheggiato tiravi fuori e nascondevi sotto al sedile o nel cruscotto per paura che qualcuno ti aprisse la macchina (se non che rompesse un vetro) pur di rubarla e rivenderla. Allora succedeva, perché c’era un mercato.

Quello era ancora il mondo delle cassette, dei walkman. Poi arrivarono i cd, poi i primi lettori mp3, poi il bluetooth… Insomma, tutto è cambiato, tranne una cosa: se quel mercato esisteva (quello delle autoradio), mi piace credere che una delle ragioni fosse semplice, e cioè che fossero preziose. Era preziosa la loro funzione, cioè ascoltare buona musica nella solitudine della propria auto.

Questo vale ancora oggi, indipendente dalla modalità di fruizione.

Una volta chiusa la portiera, una volta deciso che quel luogo non è più solamente un mezzo di trasporto ma anche una sorta di bolla, parte anche la musica.

Quella preferita? Certo.

Quella buona? Anche.

C’è però anche quella musica che ascoltiamo, addirittura canticchiamo se non urliamo, e che non ascolteremmo, canteremmo, urleremmo mai in presenza d’altri.

Questo perché non incontra il gusto collettivo? Forse, ma non solo.

Forse nemmeno a noi piacciono davvero, quelle canzoni, però contano qualcosa, ci hanno coinvolti, interessati, stimolati in qualche modo in determinati momenti.

Sono canzoni che ascoltiamo e ascolteremo sempre da soli, che per qualche motivo ci fanno stare bene.

Sono come i pensieri che abbiamo tutti (tutti, nessuno escluso), quelli che non confidiamo. Li abbiamo, li teniamo per noi, ce li raccontiamo, commettiamo qualche piccolo peccato per autoassolverci o per deprimerci, ci facciamo una domanda e ci diamo una risposta.

Siamo così, siamo questi, abbiamo dei limiti, delle aspirazioni, delle fantasie, che non vogliamo condividere. Che faremo intuire, forse, ma che non confesseremo mai.

Fanno parte di noi, per quel confronto necessario con il proprio essere, proprio come quelle canzoni.

E non si parla di chissà quali segreti, semplicemente sono cose che abbiamo dentro e che derivano dalla nostra esperienza. Sono quelle che ci permettono di prendere o non prendere delle decisioni, di fare o non fare delle scelte, di essere o non essere di buon umore.

Sono come un filtro, come quello del caffè ad esempio: si sporca, trattiene ciò che non è utile far uscire ma è necessario che esista.

E voi come siete messi a “Guilty music”?

Pietro

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