Archivio mensile:gennaio 2019

Le Rovine del Gioco

Una volta George Mikan stava rovinando il gioco. Cambiarono le regole. Si chiama evoluzione.

Credo sia giusto partire da questo presupposto per entrare (ammesso che fosse necessario e interessante) in un dibattito che accende o ammorba, punti di vista: la NBA è un circo o è il miglior basket in circolazione? Voler rispondere a una domanda del genere secondo quelle che sono le logiche “nostre” è semplicemente fuorviante, oltre che sbagliato concettualmente. Perché la stessa costruzione tecnica delle squadra, la stessa struttura gerarchica di un quintetto risponde a logiche diverse: come prima cosa, generare business. Giusto o sbagliato che sia, così è: questo non solo crea un Gioco diverso, bisogna sempre tenere a mente che parliamo di Mondi diversi. Un Mondo, quello americano, che è stato sempre modello per quasi tutti. Lo è ancora? Probabile. Ci piace? Ci sono motivi per dire sì e motivi per dire no.

Ogni epoca ha la sua Rovina. Da Mikan in avanti ce ne sono state molte, a mia memoria, che hanno generato mostri se non distrutto carriere a suon di aspettative decisamente fuori portata. Ecco qua, sempre a memoria, alcune di queste Rovine.

Michael Jordan
(6 titoli NBA, 6 volte MVP delle Finals, 5 volte MVP NBA e una valanga di altri riconoscimenti)

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I “nuovi Michael Jordan”, a un certo punto, non si contavano più. Parlando di “His Airness” e di quanto fosse positivamente condizionante per i Chicago Bulls e anche per i Washington Wizards a fine carriera (playoff sfiorati e 20.0 punti di media a quarant’anni), la caccia all’emulo non fece prigionieri. Tutti volevano un altro MJ (e la cosa più vicina a lui sarebbe stata Kobe Bryant), si cercava ossessivamente una guardia di poco meno di due metri, elegante e soprattutto capace di volare.

La sua staccata dalla linea del tiro libero che divenne uno dei brand più importanti in questo business, pero’, diventò il primo requisito per identificare il nuovo padrone del gioco, ignorando molte delle caratteristiche che invece – e giustamente – resero Michael Jordan un esemplare unico.

La vittima più illustre di tutto ciò, forse, fu Harold Miner: classe 1971, si fece notare al college con i Trojans di Southern California, lo stesso college che frequentò Daniel Hackett. Schiacciava eccome! Il drammatico “nickname” Baby Jordan finì col gonfiare le attese (oggi si chiama hype) e di lui si ricordano quattro stagioni nella NBA tra Miami Heat e Cleveland Cavaliers, con le prime due in doppia cifra di media per punti.

Shaquille O’Neal
(4 titoli NBA, 3 volte MVP delle Finals, 1 volta MVP NBA e una valanga di altri riconoscimenti)

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Vi ricordate come dominava Neon Boudeaux nel film Basta Vincere (Blue Chips)? Shaquille O’Neal era lì nelle vesti di attore, ma il suo potere di spazzare via tutti era uguale anche nei campi veri. Il suo fisico, combinato alla tecnica e alle sue incredibili potenza e rapidità, scatenò gli scout di tutto il mondo alla ricerca di supereroi simili o, almeno, di corpi da buttargli addosso. A un certo punto, i candidati avversari dei Los Angeles Lakers di Shaq & Co. non fecero altro che riempire i roster di lunghi (più grossi possibili) con l’unico obiettivo di limitarlo e spendere dei falli su di lui. Frontline infinite che non ebbero, ovviamente, alcun risultato apprezzabile.

Anche qui, non mancarono i tentativi forzati di emulazione: da DeSagana Diop a “Big Sofo” Schortsanitis, ricercati nei Draft NBA come le azioni sulle arance nel finale di “Una poltrona per due”.

I Phoenix Suns di D’Antoni e il “Seven Seconds or Less”
(Record 61-21 nel 2006-07, 55-27 nel 2007-08)

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Uno stile di gioco può piacere o no. Nella fattispecie non sono mai stato un tifoso della formazione di Mike D’Antoni (anzi, al plurale) perché sebbene sia innegabile una influenza rivoluzionaria nel modo di concepire il Gioco, non hanno mai avuto la necessaria consistenza per poter fare il salto necessario che conducesse all’anello. E hai detto poco.

Non va, pero’, sottovalutata l’importanza che il basket giocato da Steve Nash, Boris Diaw e Amar’e Stoudemire abbia avuto e abbia ancora oggi nel contesto della pallacanestro moderna. Ritmo più veloce, campo decisamente più largo, nuovi concetti da mettere a punto perché sebbene non siano riusciti loro a vincere, chi ha vinto negli anni successivi ha adeguato il proprio modo di giocare al passo dei tempi.

Si potrebbero citare altri esempi, come i Sacramento Kings di “White Chocolate” Jason Williams in regia e un tandem regale di passatori tra i lunghi, Vlade Divac e Chris Webber. Un esempio di chi ha saputo adeguarsi? I San Antonio Spurs, passati dal vincere nel 1999 con le “Twin Towers” (David Robinson e Tim Duncan) e un playmaker decisamente poco offensivo come Avery Johnson al festival di “fantasia organizzata” e sfruttamento di transizioni e angoli per le triple di Manu Ginobili, i drive di Tony Parker ecc. ecc.

I Golden State Warriors e Steph Curry
(3 titoli NBA, 2 volta MVP NBA e una valanga di altri riconoscimenti)

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Tra chi riconosce meriti storici a quei Phoenix Suns di Mike D’Antoni c’è Steve Kerr, head coach dei Golden State Warriors. Squadra che ha sublimato l’uso dei tiratori senza distinzione di ruoli, della creatività come metodo, della pulizia tecnica come machete, del ritmo ultrarapido come miglior arma difensiva per far sbandare gli avversari. Vincendo titoli e superando il record di vittorie in regular season appartenuto ai Bulls di Jordan (73 vittorie e 9 sconfitte nel 2016).

Stephen Curry ne é la figura più rappresentativa, i suoi tiri da distanze impensabili vengono additate come causa dell’impoverimento tecnico della mitologica “esecuzione”. Come se poi l’attacco di Golden State ne mancasse. Se lui prende questi tiri è perché li segna, e visto che li segna la sua squadra vince.

Chi dice che è un cattivo esempio per i bambini dovrebbe pensare, casomai, a spiegare loro che ogni giocatore puo’ permettersi ciò che la propria qualità gli concede. Quello che fa Curry, quello che oggi fa James Harden (MVP NBA in carica) con gli Houston Rockets di… Mike D’Antoni. Una squadra che l’altra sera ha stabilito un nuovo record: 70 triple tentate in una sola gara, nel contesto di una partita chiusa al supplementare (53 minuti) con 105 tiri dal campo complessivi e 34 tiri liberi. Molto? Troppo? Eccessivo? Folle? Addirittura offensivo, per molti: tra loro, tanti elogiavano il “Seven Seconds or Less” dello stesso allenatore che, evidentemente, sta esplorando nuovi orizzonti. Magari non vincerà nulla, ma lascerà la sua impronta. Hai detto poco, part two.

Tutto ciò chiama tutti noi, ognuno nei propri ruoli, ad evolvere: evolvere nel Gioco, evolvere nel modo di relazionarsi, evolvere nel modo di pensare, e cioè ricercare e sviluppare l’identità che ci fa sentire comodi. Se è ancora la NBA, bene. Se non lo è, costruiamo o ricostruiamo l’alternativa. Senza demonizzare nessuno solo perché risponde a logiche diverse da quelle che si vorrebbero nelle nostre comodità. Non ci sarà il nuovo Mikan. Non ci sarà il nuovo Jordan. Non ci sarà il nuovo Curry. Ci sarà qualcosa di diverso. Bisogna provare a capirlo prima per essere pronti al prossimo cambiamento. E rispettare i tempi: passato, presente, futuro, dando a ognuno di questi la giusta importanza.

Pietro

La madre dell’etica

L’estetica è la madre dell’etica: quanto più ricca è l’esperienza estetica di un individuo, quanto più sicuro è il suo gusto, tanto più netta sarà la sua scelta morale e tanto più libero,  anche se non necessariamente più felice,  sarà lui stesso

Iosif Aleksandrovič Brodskij
(Premio Nobel per la letteratura)

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Qui si mangia bene, devo portarci Anna“. Qui, è un hotel di Kaunas. Anna nel frattempo è diventata la moglie di Sarunas Jasikevicius, oggi allenatore dello Zalgiris Kaunas, formazione lituana a cui viene universalmente riconosciuto il merito di dispiegare una qualità di gioco, anche estetica, inversamente proporzionale al proprio tasso tecnico per il livello (altissimo) a cui appartiene.

Quella fu una riflessione nata da un semplice “Club Sandwich” alla vigilia dei saluti dopo giorni di intense riflessioni, chiacchiere, confronti. Giorni che hanno reso lontanissimi i primi momenti dopo il benvenuto.

C’era calma, anche troppa. Da una parte diffidenza, la sua, dall’altra soggezione, la mia. Non so dire cosa si diventa in momenti del genere, anche perché fondamentalmente si appartiene a due mondi molto lontani.

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I nostri legami essenzialmente due: un gioco (Il Gioco), una persona. Un agente, un amico. Un genio, come tale con i suoi ineguagliabili spunti e i suoi demoni.

Come quelli suoi, come quelli miei che pero’ definisco meno importanti, meno gravi, meno tutto. Meno, perché quando si fa la parte del tramite è giusto così. Non solamente nel lavoro.

Ci sono quelli che fanno le cose, quelli che le fanno succedere, quelli che le devono – quando sono fortunati – interpretare. Fortunati perché si ritiene che ne abbiano la sensibilità, anche senza saperlo davvero. Dopo tutto non è forse questo il “senso”?

Il ricordo di quei primi momenti destinati a diventare l’inizio della stesura di un libro mi ricorda quotidianamente quanto sia difficile ottenere la cosa più preziosa che un atleta del suo livello ha lasciato nei ricordi degli appassionati: la cultura dell’estetica. Il bello come mezzo per raggiungere l’eccellenza.

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Lo sport, come l’arte, come la cucina, come qualunque materia, diventa eccellenza quando abbina alla consistenza e alla sostanza anche la bellezza. Nel gioco di Sarunas Jasikevicius la bellezza era essenziale e mai superflua, era una “bellezza funzionale”.

Partendo da un fisico assolutamente nella media, per struttura e dimensioni, per essere più forte in un mondo popolato da gente che andava al doppio o al triplo della velocità bisognava essere essenziali e semplicemente belli: una giocata sopraffina non era un’esaltazione egoistica ma l’unica cosa possibile da fare.

Ai giovani (intesi come giocatori, studenti, aspiranti non nullafacenti – che non consiste nel possedere un dato titolo di studio) bisogna spiegare il senso dell’estetica.

La fatica fatta per dipingere. Per scolpire. Per creare dimore e palazzi storici. Queste cose lasciano basiti tutte le volte, se ci si ferma a pensare ai mezzi a disposizione per la costruzione e alla perfezione di certi dettagli.

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Come per lo sport, come per la letteratura, come per il giornalismo o la meccanica, qualsiasi cosa rasenti la perfezione, qualsiasi cosa stupisca per la propria forza estetica è stata ottenuta a suon di immensi sacrifici.

Spiegare il costo pagato in fatica per raggiungere l’eccellenza, il bello.

Se non si capisce questo, impossibile arrivarci.

Se non si spiega, si commette l’imperdonabile errore di rinunciarci.

Pietro

Nelle foto:

  • Sarunas Jasikevicius durante un time-out
  • Lo chef Massimo Bottura
  • Un tempio delle rovine di Selinunte in Sicilia

Che significa un vetro rotto?

vetro_rotto

“People tend to play in their comfort zone, so the best things are achieved in a state of surprise, actually”.

Brian Eno

Un vetro rotto è brutto, qualcosa che richiama a una violenta contrapposizione.

Un vetro rotto è bello, richiama all’idea della libertà, della violazione delle barriere più ingiuste.

Un vetro rotto è paura, di qualcuno che abbia voluto invece violare il nostro spazio, le nostre cose, il nostro mondo.

Un vetro rotto è sorriso, conseguenza di quei giochi che ultimamente si fanno sempre meno.

Un vetro rotto è il segno di un sentimento disperato.

Un vetro rotto è l’inizio di qualcosa, di una ricostruzione.

Un vetro rotto è pericoloso perché ti taglia.

Un vetro rotto è stimolante perché al posto suo decidi tu cosa mettere.

Un vetro rotto è una lacrima, e proprio come essa significa tante cose.